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LE ERESIE DI ENZO BIANCHI

FAMIGLIA(di Gianluca Martone) A poche settimane dall’inizio del Sinodo Ordinario sulla Famiglia, è interessante analizzare le recenti posizioni molto discutibili assunte in materia dottrina da Enzo Bianchi, dottore in Economia e Commercio, fondatore e priore della comunità di Bose e consultore al Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani.Alcune settimane fa, il sito cattolico “Corrispondenza Romana” ha pubblicato un interessante articolo su una decisione sorprendente assunta dall’Arcidiocesi di Trento, che ha deciso di affidare proprio a Bianchi la solenne assemblea del prossimo 19 settembre.“L’Arcidiocesi di Trento non finisce di stupire. L’ultima iniziativa è quella di affidare la solenne assemblea del prossimo 19 settembre al sempreverde Enzo Bianchi, dottore in Economia e Commercio, fondatore e priore dell’ipercumenica comunità di Bose, ed estimatore di Hans Küng, il critico per antonomasia dell’infallibilità e dell’autorità papale. Non a caso, nel 1979 allo stesso Küng la Congregazione per la Dottrina della Fede revocò la missio canonica, l’autorizzazione necessaria cioè per insegnare la teologia cattolica. L’Arcivescovo di Trento, mons. Luigi Bressan, raccomanda, preoccupato, in una lettera ai parroci che, per l’occasione, vi sia «larga partecipazione di collaboratori e collaboratrici» per questo che, definisce un imperdibile «evento». «Evento» è, dunque, ascoltare chi nel giugno 2011 alla trasmissione di Rai RadioTre, Uomini e profeti, “demitizzò” i miracoli, definendoli roba da società «incantata» e non certo per «cattolici adulti»; chi, nel novembre dello stesso anno a Rimini definì una «pericolosa perversione» interrogarsi sul diavolo ed i primi 11 capitoli della Genesi «racconti mitici, tentativi fatti con categorie culturali di tremila anni fa».Su posizioni analoghe il suo giudizio sul «peccato originale» e sulla caduta degli angeli. Il dottor Bianchi nell’aprile 2013 al festival di Repubblica ha spiegato come «la fede non sia una certezza», non indenne da una possibile «evoluzione», che incoraggerebbe – secondo quanto da lui dichiarato a Vatican Insider nel luglio 2014 – «un nuovo equilibrio tra sinodalità e primato» di giurisdizione del Papa. E l’elenco potrebbe continuare. Ma l’invito rivolto ad Enzo Bianchi per l’assemblea diocesana di Trento non è casuale, è organico ad un preciso piano pastorale, si pone anzi con esso in perfetta sintonia e coerenza. Non a caso l’Arcivescovo raccomanda di diffondere in tutte le parrocchie, in particolare, i «primi dodici numeri» della Misericordiae Vultus, la bolla di indizione del Giubileo straordinario della misericordia. Perché? Perché sono quelli, in cui si esalta il Concilio Vaticano II (n. 4), definito in grado di abbattere «le muraglie che per troppo tempo avevano rinchiuso la Chiesa in una cittadella privilegiata», nonché di riprovare «gli errori» riservando però «solo richiamo, rispetto ed amore» agli erranti. Un doppio registro analogo, soprattutto tra modernismo e Vaticano II, pose le basi culturali per i fautori di una concezione del dialogo umiliata a compromesso col mondo. Pensiamo ad esempio allo slogan «Combatto il comunismo, amo i comunisti» di don Primo Mazzolari od al collettivismo dell’ex-sindacalista cattolico ed ex-deputato popolare Guido Miglioli, che si trasformò presto in una collaborazione stretta e servile verso il Partito Comunista. Esempi, in cui si ravvisano i prodromi di quella Ostpolitik, che tanto male fece alla Chiesa ed al mondo. Poiché il vizio è di fondo: è pur vero che la Chiesa deve «farsi carico dell’annuncio gioioso del perdono» (Misericordiae Vultus, n. 11), ma è altrettanto vero che non può darsi perdono all’impenitente ovvero senza che qualcuno lo chieda umilmente. Casi, invece, come quelli citati di don Mazzolari e di Miglioli (ma molti altri dei nostri giorni se ne potrebbero aggiungere come nel caso dei divorziati risposati, delle condotte omosessuali, per giungere sino ai casi di bioetica) pretenderebbero l’assoluzione gratis, senza ammissione di colpa, il che è impossibile, anzi è sacrilego, mancando i requisiti propri della Penitenza, che è ancora uno dei sette Sacramenti”.

Per mettere in luce l’assoluta mancanza di fedeltà al Magistero della Santa Chiesa Cattolica Apostolica e Romana, è stato pubblicato alcuni mesi fa sul Timone un incisivo commento su un’intervista rilasciata dal priore di Bose al settimanale Panorama. Ecco l’articolo in commento.
“Panorama presenta padre Enzo Bianchi così: «intellettuale finissimo, un religioso puro, priore della comunità monastica di Bose (Biella) da lui fondata nel ’65, aperta a uomini, donne, protestanti, ortodossi, cattolici: qualcosa di rivoluzionario in tempi di integralismi religiosi e di nazionalismi antirazziali. Scrive libri, pareri; raramente si concede per festival e tv, quasi mai per interviste. Poi parte l’intervista, l’intervista si dipana e alla fine l’intervista pure si dilegua. Tante cose, tante parole. Nel mezzo, la domanda del cronista sempre pron(t)o all’attualità: «Quali allora i nuovi volti del male?». E padre Bianchi, anzi Enzo (come chiede lui di essere chiamato), secco: «Siamo una società bugiarda. Negli ultimi 20 anni c’è stata una crescita generalizzata: si dice una cosa e se ne pensa un’altra, si mente allo Stato nella dichiarazione dei redditi, si rilascia falsa testimonianza in tribunale. È il male dominante la menzogna fino alla calunnia». Fine dei nuovi volti del male. Per carità, tutto verissimo: ma cosucce come aborto, eutanasia (c’è un cenno, in fondo all’intervista, dopo, molto dopo, non nel novero dei nuovi mali), distruzione degli embrioni umani, eugenetica, omosessualismo, divorzio, famiglie sfasciate, … niente”.
Il commento piu’ duro su questa figura molto ambiguo del mondo cattolico lo ha fornito l’ottimo vaticanista del “Foglio” Francesco Agnoli, con un editoriale che pubblico integralmente, scritto alcuni fa, ma sempre di grande attualità per comprendere nel migliore dei modi le eresie del priore di Bose.
“Sono reduce dalla lettura dell’ultimo libro di Enzo Bianchi, Per un’etica condivisa (Einaudi), e non posso non riflettere sulla distanza che esiste tra il pensiero di questo famoso monaco mediatico e l’ortodossia cattolica. L’errore di fondo, che inficia tutto il ragionamento di Bianchi, è quell’ ottimismo mondano che si è insinuato profondamente nel pensiero ecclesiastico e cattolico nell’epoca del post Concilio. Mondano, intendo, perché ignora o sminuisce del tutto l’esistenza del peccato. “Quando la Chiesa, scriveva parecchi anni fa il Cardinal Journet al cardinal Siri, prenderà coscienza sino a che punto lo spirito del mondo è penetrato dentro essa, si spaventerà”.
Ma come è penetrato questa mentalità, di cui Bianchi è oggi uno dei massimi alfieri? A mio modo di
vedere all’epoca del Concilio, allorchè in molti si diffuse l’idea che col mondo, inteso in senso evangelico, occorresse trovare un modus vivendi pacifico e conciliante, sempre e comunque. Bisognerebbe anzitutto ritornare a quegli anni, per evitare di costruire leggende e miti come quelli che piacciono ai vari Melloni, Mancuso e, appunto, a Enzo Bianchi: il concilio non fu una pacifica e simpatica riunione di vescovi e periti, tutti in perfetto accordo tra loro, ma fu una lotta dura, che vide la presenza di posizioni problematiche e critiche, rispetto alla volontà di “aggiornamento” e “innovazione”, di molti uomini di grande spessore, dal cardinal Siri, più volte papabile, ai cardinali Ottaviani, Ruffini, Bacci, sino al Coetus Internationalis patrum, formato da centinaia di padri conciliari, e raccolto intorno a mons. Marcel Lefebvre.

I documenti conciliari sorsero dunque in mezzo alla tempesta, agli scontri, talora veramente aspri, tra “conservatori” e “progressisti”, con correzioni, emendamenti, e ambiguità, inevitabili laddove un documento nasca come mediazione, come compromesso tra posizioni divergenti. A mio modo di vedere, l’ambiguità più grande fu quella sull’atteggiamento da tenere, appunto, rispetto al mondo, allo spirito moderno e alle sue filosofie. Il concilio volle essere pastorale, e quindi soffermarsi proprio e soprattutto, in questo caso senza godere dell’infallibilità, sui modi, le strategie, per una nuova evangelizzazione, efficace e fruttuosa. Il principio guida, che fu indicato da Giovanni XXIII, fu quello di utilizzare, rispetto alla “severità” del passato, la “medicina della misericordia”.

Ci fu insomma un cambio di passo, che Romano Amerio, oggi riscoperto e finalmente ristampato da Fede & Cultura, commentò tra l’altro con queste profetiche parole: “Questo annuncio del principio della misericordia contrapposto a quello della severità sorvola il fatto che, nella mente della Chiesa, la condanna stessa dell’errore è opera di misericordia, poiché, trafiggendo l’errore, si corregge l’errante e si preserva altrui dall’errore. Inoltre verso l’errore non può esservi propriamente misericordia o severità, perché queste sono virtù morali aventi per oggetto il prossimo, mentre all’errore l’intelletto repugna con un atto logico che si oppone a un giudizio falso. La misericordia essendo, secondo S. theol., II, II, q. 30, a. 1, dolore della miseria altrui accompagnato dal desiderio di soccorrere, il metodo della misericordia non si può usare verso l’errore, fatto logico in cui non vi può essere miseria, ma soltanto verso l’errante, a cui si soccorre proponendo la verità e confutando l’errore. Il Papa peraltro dimezza un tale soccorso, perché restringe tutto l’officio esercitato dalla Chiesa verso l’errante alla sola presentazione della verità: questa basterebbe per sé stessa, senza venire a confronto con l’errore, a sfatare l’errore. L’operazione logica della confutazione sarebbe omessa per dar luogo a una mera didascalia del vero, fidando nell’efficacia di esso a produrre l’assenso dell’uomo e a distruggere l’errore” (Romano Amerio, Iota unum, Fede & Cultura).

Questo brano magistrale mi sembra possa essere utile per far fronte anche oggi a questo ottimismo mondano, che nasce all’interno del mondo cattolico, e che si presenta con alcune caratteristiche costanti: la condanna più o meno aspra delle decisioni e della pastorale della Chiesa del passato; il ripudio della Tradizione e il tentativo di presentare il Vaticano II come una sorta di nuova Pentecoste, di vero e proprio atto di nascita della cosiddetta “Chiesa conciliare”. Ottimismo mondano di cui il citato Bianchi costituisce uno degli esempi più solari, in quanto espressione di un tipo di cattolicesimo adulterato che ritiene che l’essenziale sia raggiungere una posizione condivisa, una mediazione, un punto di incontro, quale esso sia, tra la Verità di Cristo e le posizioni, anticristiche, del mondo. Se analizziamo il libro citato ne troviamo subito, nell’incipit, il significato di fondo: Bianchi vuole fare pulizia, anzitutto all’interno del mondo cattolico, mettere i puntini sulle i, spiegare quale debba essere il comportamento dei suoi fratelli di fede. Costoro, scrive Bianchi, debbono smetterla di riunirsi in “gruppi di pressione (sic) in cui la proposta della fede non avviene nella mitezza e nel rispetto dell’altro, per diventare intransigenza e arrogante contrapposizione a una società giudicata malsana e priva di valori”. La lettura del seguito fa capire bene il significato di queste parole, del tutto simili a quelle di un Augias o di un Odifreddi: esse sono una condanna chiara, anche se un po’ ipocrita nelle modalità, della posizione della Chiesa e dei cattolici, riguardo al referendum sulla legge 40 e alla questione dei pacs-dico.

Una condanna, in generale, di ogni tentativo legale e leale da parte dei cattolici, e non solo, di affermare valori non negoziabili in politica. Bianchi lo ripete più volte, spiegando quello che è ovvio, e cioè che “il futuro della fede non dipende da leggi dello stato”, ma dimenticando che i cattolici, come tutti gli altri cittadini, sono chiamati ad esprimere la loro visione di società, qui e oggi, e non a ritirarsi nelle sagrestie. Il cattolicesimo che Bianchi vorrebbe è invece insignificante e inesistente sul piano culturale e politico, e finisce addirittura per delineare una religiosità amorfa, astratta, spiritualista, che è lontanissima dall’idea originaria del cattolicesimo.

Ogni scontro e polemica attuale, ogni rinascita odierna dell’anticlericalismo, continua il monaco, è sempre colpa dei credenti, “è sempre una reazione a un clericalismo che si nutre di intransigenza, di posizioni difensive e di non rispetto dell’interlocutore non cristiano”. A parte che non si capisce bene, a leggere queste parole, a quale dibattito abbia assistito Bianchi in questi anni, il punto centrale è un altro: nel togliere al cristianesimo la sua capacità di incarnarsi nella realtà, per plasmarla concretamente, Bianchi finisce per negare cittadinanza al cristianesimo stesso e per scegliere come punto di riferimento assoluto e ingiudicabile, quasi metafisico, la Costituzione repubblicana. Da essa deriverebbe, udite, udite, “l’assoluto diritto dello stato di legiferare su tutte quelle realtà sociali fondate o meno sul matrimonio (sia religioso che civile)”. “Diritto assoluto”, scrive Bianchi: una affermazione, a ben vedere, che oggi, dopo l’esperienza delle statolatrie totalitarie, neppure il più laicista tra i giuristi arriverebbe, almeno nella teoria, a sostenere. In tutto il suo argomentare Bianchi annulla il concetto di Verità, affermando un relativismo pieno; sostiene la perfetta equivalenza tra fede e ateismo (“l’uomo può essere umanamente felice senza credere in Dio, così come può esserlo un credente”); nega di fatto in più passaggi, con linguaggio equivoco, ma chiaro, il primato petrino, a vantaggio del “primato del Vangelo”, e propone come unico riferimento del suo argomentare, da buon protestante, solo e soltanto la bibbia, la sua “lettura personale e diretta” (sic), etsi Ecclesia non daretur.

“Per un’etica condivisa” è appunto un inno ad un “modo”, ad uno “stile”, al “come”, con cui i cristiani dovrebbero presentarsi oggi ai non credenti: un modo, uno “stile”, inaugurato dal Concilio Vaticano II, che sarebbe “importante quanto il messaggio”. Coerentemente, in tutto il libro manca, appunto, il messaggio! Non vi è mai una affermazione chiara di una verità teologica o morale: si parla di “etica condivisa”, si lanciano sfrecciatine piuttosto velenose ai cattolici, al centro destra, a Berlusconi, a Maroni, a Mel Gibson, a Ferrara, come fossero loro i problemi della cristianità, ma poi non si arriva mai ai contenuti: tutto puro stile, buonismo a buon mercato, mai una parola, una posizione, quale che sia, sulla clonazione, la fecondazione artificiale, le famiglia, l’eutanasia, la sessualità, e tutti i problemi più scottanti dell’etica odierna. Al massimo qualche vago riferimento alla pace, e un accenno, velatissimo, per carità, alla 194, la legge che legalizza l’aborto, ricordando però, anzitutto e soprattutto, che i cattolici dovrebbero rispettare ogni legge nata dal “confronto democratico”, e proclamata, lo si ricordi, da quello Stato che ha potere “assoluto” di vita e di morte.

A Bianchi sfugge, come avrebbe detto Amerio, che lo stile è questione secondaria, nel senso che viene dopo, logicamente e non cronologicamente, perché l’Amore procede dalla Verità, e non viceversa. Gli sfugge, inoltre, che il suo irenismo indifferentista e relativista è stato già bollato da san Pio X, allorché deprecava quanti alla sua epoca si adoperavano per un “adattamento ai tempi in tutto, nel parlare, nello scrivere e nel predicare una carità senza fede, tenera assai per i miscredenti”, all’apparenza, ma in realtà priva di vera misericordia, perché spoglia di verità. A chi continuava a sponsorizzare una “conciliazione della fede con lo spirito moderno”, Pio X indicava il crocifisso, e ricordava che certe idee “conducono più lontano che non si pensi, non soltanto all’affievolimento, ma alla perdita totale della fede”. Perché se io non fossi un credente, e leggessi, per cercavi una parola di verità, il libro di Bianchi, arriverei alla conclusione che la verità non esiste, e che la mia sete di verità è roba da persone senza “stile”. Caro Bianchi, la verità, nella carità, mi dice sempre un’amica pro life, ma: la verità, per carità! Questo è l’unico stile, della Chiesa, di Cristo e del suo Evangelo, cioè della buona novella”.

Ma qual è l’autentico obiettivo di Enzo Bianchi? Per rispondere a questa domanda, occorre far riferimento ad una significativa intervista rilasciata da Gioele Magaldi, massone iniziato e cresciuto nel Grande Oriente d’Italia dove ha raggiunto lo status di Maestro Venerabile, fondatore del movimento massonico di opinione Grande Oriente Democratico, ad Alfredo Lissoni su Radio Padania l’8 febbraio 2013:
“‘La Massoneria nasce proprio come risposta, se vuole, nel seicento, nel settecento, come risposta all’intolleranza religiosa. Cioè nell’Europa sei – settecentesca, nell’Europa seicentesca soprattutto, ci sono buone religioni sanguinosissime, tra confessioni cristiane protestanti e cattoliche. La massoneria mette insieme innanzi tutto negli stessi ambiti, protestanti di varie confessioni e cattolici, e cerca di spingere in amicizia, in un nome di principi metareligiosi, cioè la Massoneria dice: ”Guardate che vi è una spiritualità comune, per esempio nel Cristianesimo, per cui non vale la pena litigare o lacerarsi per questioni minimali, c’è una spiritualità cristiana comune e quindi facciamola valere”.
Questo progetto satanico- massonico è evidente nella costruzione a Berlino del primo tempio per le tre religioni monoteiste, riportato di recente dal quotidiano on line tedesco “Il Mitte”. Ecco l’articolo integrale.
“Una chiesa, una sinagoga ed una moschea tutte sotto lo stesso tetto? Se vi sembra un progetto impossibile, dovrete ricredervi: a Berlino diventerà realtà. Entro pochi anni, una casa di preghiera multi-religiosa sorgerà infatti a Petriplatz, nell’Isola dei Musei, a Mitte, il centro della capitale tedesca. Sarà uno spazio aperto a fedeli ebrei, cristiani e musulmani, senza distinzione di sesso, razza né – appunto – religione. Il progetto è stato lanciato in modo congiunto dalla Comunità Ebraica di Berlino, dall’Abraham Geiger College di Potsdam, dal Forum for Intercultural Dialogue e dall’Associazione della Chiesa Evangelica di St. Petri-St. Marien. Dove un tempo sorgeva la Chiesa di St. Petri, a Mitte, verranno un domani – la data non è ancora stata fissata – poste le fondamenta del nuovo edificio, al cui interno saranno messe a disposizione tre stanze, di uguale dimensione, ma destinate a tre tipi diversi di celebrazioni: cristiane, ebraiche, islamiche. I tre spazi di preghiera permetteranno l’accesso ad un grande atrio condiviso, dove potranno essere organizzati eventi e cerimonie religiose comuni: “Uno spazio per la comprensione ed il confronto”, lo ha definito uno degli architetti coinvolti nel progetto. Disegnata dallo studio berlinese Kuehn Malvezzi, la House of Prayer and Learning ricalca la struttura dell’antichissima Petrikirche, edificata nel 1230. La chiesa venne poi distrutta dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, e fu abbattatuta definitivamente nel 1964. Un progetto innovativo: non si tratta solamente, infatti, di un luogo di raccoglimento multireligioso come altri già esistenti in Europa – basti pensare all’Oasi del Silenzio, inaugurata nel 2010 alla Fiera di Rho, vicino a Milano. La casa sarà, già a partire dal suo aspetto, una “chiesa” vera e propria. Qui le funzioni non si alterneranno, ma potranno anche sovrapporsi, e talvolta addirittura fondersi, dando vita ad un flusso continuo di uomini appartenenti a fedi diverse”.
Questa gravissima deriva dottrinale è stata riassunta magistralmente di recente da Mons. Luigi Negri, Arcivescovo di Ferrara, il quale ha affermato.
“”Le varie religioni sono accettate perché sono fonte di emozioni per coloro che vi partecipano, e sono tanto più tollerate se quelli che vi partecipano ne traggono un benessere di carattere psicologico-affettivo. La religione-emozione è una religione che alla fine è funzionale al potere perché predispone anche gli uomini religiosi ad accettare come indiscutibile il potere degli altri. Divertitevi pure, pregate, cantate, ballate, fate delle vostre convinzioni religiose esperienze sempre più sofisticate di carattere psicologico e affettivo, uscite pure anche dallo spazio di questo mondo individualistico e soggettivo per fare qualche iniziativa caritativa e sociale, però fatelo senza mettere in discussione il ferreo ordine di chi vi guida; e magari togliendogli le castagne dal fuoco di troppe ingiustizie, di troppe difficoltà, di troppe violenze. Non si può accettare la riduzione sentimentale, psicologica e affettiva della fede, almeno non lo possono i cattolici che nella fede in Gesù Cristo trovano l’unica possibilità di espressione piena della propria umanità.
Pensare che la fede possa avere come pertinenza il campo psico-affettivo e che, di fronte alle grandi questioni che l’ideologia pretende di risolvere in modo univoco e indiscutibile, la fede debba stare silenziosa è snaturare la fede stessa o, per dirla con il Papa emerito Benedetto XVI, è assumere una posizione letale per la fede”.

Cosa fare quindi dinanzi a queste derive dottrinali, che mettono in pericolo i dogmi piu’ importanti della nostra Fede? Assumere come esempio di coraggio e di fedeltà al Magistero il grande Papa San Gregorio Magno, il quale affermo’.
“La sapienza dei giusti, contrariamente a quella del mondo, insegna a considerare un guadagno quando si è disprezzati per amore della Verità”. Un grande insegnamento anche per sedicenti teologi come Bianchi che, probabilmente, hanno dimenticato la ricchezza del patrimonio lasciatoci dai Santi nei duemila anni di storia del Cattolicesimo.