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L’ORRORE DELL’AFFITTO IN UTERO

Manifesto crteo Aborto(di Gianluca Martone) Nell’analizzare la delicata questione della “maternità surrogata”, denominata anche comunemente “affitto in utero”, occorre fare innazitutto riferimento al ddl Cirinnà, in particolare all’art.5 si prevede che un bambino possa essere adottato “dal coniuge o dalla parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso, nel caso in cui il minore sia figlio anche adottivo dell’altro coniuge o della parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso.” Si tratta della cosiddetta stepchild adoption: il “civilunito” omosessuale può adottare il figlio, biologico o adottivo, della persona omosessuale “civilunita” con lui.Il ddl Cirinnà spinge anche alla riprovevole pratica dell’utero in affitto. Per spiegare nel migliore dei modi questo abominio, si puo’ operare il seguente esempio: Caio e Tizio, omosessuali, si uniscono civilmente grazie alla Legge Cirinnà. Caio va in India dove “acquista” un bambino con l’“utero in affitto”: utilizza il suo seme per fecondare artificialmente l’ovulo di una donna indiana, la quale, per pochi soldi, porta avanti la gravidanza. Caio può tornare in Italia con il bambino perché è biologicamente suo. A questo punto anche Tizio, che è unito civilmente con Caio, può adottare il bambino.Dal profilo internazionale, laa vicenda della giovane statunitense Jennifer Billock, riportata su “Tempi”dalla giornalista Benedetta Frigerio, conferma in modo evidente l’orrore della maternità surrogata. Raccontando il suo calvario senza fine, la ragazza ha smontato l’immagine edulcorata della “donatrice” altruista, propagandata dai sostenitori della fecondazione eterologa. La sua incresciosa storia è cominciata con questo annuncio pubblicitario, trovato su un autobus di Chicago: “Donne sotto i 30 anni, donate i vostri ovuli e guadagnate 5 mila dollari in poche settimane”. Preoccupata per i debiti contratti durante gli anni di università, e convinta che il processo non doveva essere troppo faticoso se veniva presentato in quel modo, Jennifer decise subito di recarsi nella clinica pubblicizzata, dove diede «allo staff le foto da inserire nel catalogo dei donatori». Una settimana dopo aveva già il primo cliente». Il processo sembrava fantastico, facile e indolore, a parte il pizzico leggero delle iniezioni». Convinta di «aver fatto qualcosa di stupendo per un’altra persona» ed essendo «pagata profumatamente», la giovane decise di rifarlo. Col tempo ne divenne come «dipendente», anche grazie «a tre medici diversi che le dissero che aspettare una sola settimana [tra un ciclo e l’altro] era un tempo più che sufficiente». Da qual momento in poi, iniziò il calvario della donna. Durante un nuovo ciclo, cominciò a vivere il suo inferno personale, infilandosi aghi in varie parti del corpo e iniettando il fluido che percepiva come puro alcol etilico su una ferita aperta. Nonostante il dolore, il medico incoraggiò la ragazza a procedere, convinto che, se anche fosse stata allergica, «la sua reazione non era così grave». Peccato che il processo comportava un rischio «del 10 per cento di causare la sindrome di iperstimolazione ovarica: le ovaie si gonfiavano a causa della sovrapproduzione di ovuli». Anche se la ragazza non aveva sofferto le conseguenze più avverse della sindrome (la morte), il dottore le disse che non aveva mai visto così tanti ovuli in una sola estrazione. Inoltre, per estrarre gli ovuli i dottori le introdussero un ago cavo nelle ovaie, ma una volta per sbaglio «lasciarono un taglio che divenne una cicatrice spessa». I medici la mandarono a casa senza avvertimenti. Jennifer ha raccontato cosi questa esperienza terribile. “Quando poi, due settimane dopo, non riuscivo ancora a salire le scale da sola, tornai in ospedale. Ma mi dissero che si trattava di un problema legato all’anestesia. Invece, un mese dopo, ero di nuovo ricoverata: «Avevo una cisti che si era formata sopra la cicatrice ed ero collassata perché era scoppiata».

A quel punto la ragazza si ritrovò a dover fare una scelta radicale dalle conseguenze gravi: ignorare il problema, permettendo la formazione di altre cisti, rimuovere la cicatrice con seri rischi oppure le ovaie. «In ogni caso – ha affermato la giovane– le mie ovaie erano danneggiate. In ogni caso sarebbe stato difficile avere figli. Avevo molta paura». Oggi Billock non ha «ancora provato ad avere figli», perché è consapevole che c’è un’alta probabilità che finisca in un disastro». Le riflessioni della giovane sono eloquenti e significative e rappresentano un monito per tutti coloro che sono favorevoli a questa pratica abominevole per meri interessi economici. “Questo è il mio fardello da portare, è il risultato delle mie decisioni. Devo farci i conti ogni giorno». Quello che mi dà fastidio, però, «è vedere la pubblicità positiva che nei media si fa alla donazione di ovuli o sentire donne che gridano gioiosamente dai tetti quanto è facile questo processo. Mi rende furiosa. Anche Sofia Vergara e Nick Loeb, che hanno congelato embrioni in modo spettacolare e legale, mi hanno gettato in una spirale di collera. Non è sempre così facile. A volte le cose vanno male. La mia sola speranza è che le giovani donne comincino a pensarci due volte prima di donare. È vero, si fanno i soldi e magari puoi anche rendere qualcun altro felice. Ma a quale prezzo?». Anche la cantante Fiorella Mannoia si è espressa in modo coraggioso e forte contro questa riprovevole forma di schiavitù “L’utero in affitto rappresenta l’ennesimo sfruttamento delle donne povere del mondo. E’ una barbarie di cui nessuno parla. In questo mondo in cui vige la regola:”Pago, lo voglio”. Non tutto si puo’ avere nella vita, almeno non a costo di sfruttare la miseria altrui. Portare in grembo una creatura, sentirla crescere dentro di te per nove mesi, allattarla al tuo seno e consegnarla nelle braccia di altri e non vederla mai piu’ è l’atto di generosità piu’ grande che una donna possa fare. Solo se non c’è il denaro di mezzo posso accettarlo. Tutto il resto puzza di sfruttamento e di mercimonio”. Anche la Marie Jopseph Bonnet, storica militante della causa femminista, lesbica e fondatrice del Fronte omosessuale d’azione rivoluzionaria (Fhar) ha espresso le sue contrarietà su “Tempi”. “Sono contro la maternità surrogata per principio. L’utero in affitto è lo schiavismo moderno. È un mercato, è l’apertura al commercio internazionale di bambini e alla negazione del ruolo della madre, alla riduzione del corpo della donna a mero strumento atto a soddisfare i desideri di coppie agiate. Il messaggio vergognoso che viene fatto passare è che tutto si compra e tutto si vende, compreso il potere procreatore della donna. È uno scandalo che deve essere fermato”. Altre testimonianze di donne che si sono sottoposte all’affitto sono state riportate dal “Timone”, tra le quali spicca quella di una giovane di nome Natasha. Ecco il suo racconto, che scuoterà certamente le coscienze di molti e che attesta in modo cruento il fatto inequivocabile che questa pratica abominevole riduce i bambini a prodotti e le donne in produttrici “Mi chiamo Natasha, ho ventinove anni, sono sposata da undici e sono mamma di un bambino di nove […]. Sono una macchina perfetta per procreare. Non lo dico io. Me lo ripetono i medici della clinica Biotexcom di Kiev, una delle più famose strutture in cui è possibile praticare la maternità surrogata […]. Io ho un solo figlio, la più grande gioia della mia vita. Gli altri che ho messo al mondo sono i figli di qualcun altro. Non mi ricordo né il giorno in cui sono nati né se erano maschi o femmine, nemmeno quanto pesavano. Non mi interessava e non mi interessa. Questi bambini non hanno niente di me, non hanno il mio Dna, non verranno educati da me. Io li ho solo partoriti, ho aiutato chi naturalmente non lo poteva fare. Durante le gravidanze che faccio per altri genitori non penso mai: “Questo figlio è mio, me lo tengo”, perché so dal primo momento che non lo crescerò, che lo partorirò e poi lo darò ai suoi genitori… Anche adesso, quando sento i gemelli muoversi, quando ho le nausee e mi duole la schiena, non si crea quel legame materno che ho avuto fin da subito con mio figlio. Lo sapete tutti che vengo pagata, per affittare il mio utero. Diecimila euro a parto, quindici se sono gemelli (lo stipendio medio mensile in Ucraina è 150 euro). Non c’è niente di male nel farlo. Questi soldi servono per comprare una casa più grande in cui possa andare con la mia famiglia, con mio marito e mio figlio, gli unici amori della mia vita. Il mio corpo è fatto per procreare, perché non usarlo per aiutare la mia famiglia a vivere in condizioni migliori e al contempo rendere felice una coppia di genitori? Naturalmente, la pratica della maternità surrogata è legata ad un notevole business economico, come ha analizzato recentemente il giornalista Leone Grotti su “Tempi”. Mentre l’1 maggio a Milano si è aperto l’Expo 2015 sull’alimentazione, il 3 maggio a Bruxelles ha avuto inizio l’Expo sulla compravendita dei bambini. Con il titolo “Opzioni genitoriali per uomini gay europei”, l’organizzazione non profit Men Having Babies (Mhb, uomini che hanno bambini) ha organizzato per la prima volta nel cuore dell’Europa la più grande conferenza dedicata agli uomini gay che vogliono avere figli. Alla fiera, sono state invitate una ventina di agenzie e cliniche specializzate nella pratica dell’utero in affitto in Canada, India e Stati Uniti, le quali hanno offerto e spiegato nel dettaglio i loro servizi a più di 200 persone provenienti soprattutto da Belgio, Francia e Germania. La maternità surrogata è un percorso complesso che esige diversi intermediari. Bisogna comprare un ovocita e l’ideale è una studentessa sui vent’anni che abbia la maggior parte di tratti fisici in comune con il donatore dello sperma. E sui rischi che la studentessa sui vent’anni corre per donare gli ovociti? Ovvio. Neanche una parola». Il programma prevedeva una panoramica generale sull’utero in affitto per quanto riguarda tutto ciò che c’è bisogno di fare e quanto si arriva a spendere. Le varie agenzie si alternano sul palco «con i loro slogan pubblicitari. La tale agenzia fabbrica “dei bambini meravigliosi”, la tal altra produce “bambini perfetti”, la terza assicura che “con noi tutto è possibile”». Tutte promuovono «”viaggi di maternità sostitutiva”, un vocabolario attentamente scelto per anestetizzare la coscienza». In seguito, si passa ad analizzare altri dettagli. Ci vogliono almeno, secondo gli esperti presenti, «tre team di avvocati: uno per il diritto commerciale che si occupi degli intermediari, dello stato civile e della filiazione, un altro nel paese di origine e un terzo» nel paese dove avviene il parto. Nel pomeriggio parla anche un medico, precisando che la sua agenzia può selezionare con supplementi di prezzo il sesso [del nascituro], il colore della pelle, i test genetici e gli embrioni». Insomma si è giunti in pieno eugenismo commerciale». Ma quanto si viene a spendere in tutto? A seconda dei «supplementi di prezzo», un bambino “chiavi in mano” costa dai 60 mila ai 150 mila euro. In questa fiera dell’abominio, c’era anche Stéphanie Raeymaekers, fondatrice dell’associazione DonorKinderen, che difendeva il diritto dei bambini nati come lei da fecondazione eterologa o utero in affitto a conoscere i genitori biologici (che quasi sempre è vietato dalla legge). Raeymaekers è andata da tutte le agenzie a ricordare una cosa: «Io constato che qui non si lascia spazio ai bambini. Non a caso nessun bambino nato da utero in affitto è venuto a testimoniare la sua esperienza oggi. Questo la dice lunga! Io sono stata comprata. La mia associazione non viene vista di buon occhio perché io sono un prodotto che parla e quindi che disturba. In questo paese è più facile tracciare l’origine della carne, che l’origine biologica degli esseri umani».Dinanzi a questa deriva, sono di grande attualità queste significative parole pronunciate dal grande Santo francescano Sant’Antonio di Padova, il quale disse. “«La verità genera odio; per questo alcuni, per non incorrere nell’odio degli ascoltatori, velano la bocca con il manto del silenzio. Se predicassero la verità, come la verità stessa esige e la divina Scrittura apertamente impone, essi incorrerebbero nell’odio delle persone mondane, che finirebbero per estrometterli dai loro ambienti. Ma siccome camminano secondo la mentalità dei mondani, temono di scandalizzarli, mentre non si deve mai venir meno allaManifesto crteo Aborto verità, neppure a costo di scandalo»