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Il “Meridionalismo” di Gigi Di Fiore

(intervista di Fiore Marro) Gigi Di Fiore non è un cronista di storie borboniche ma Il Cronista, colui che ha dato da sempre voce alle Storie dei Vinti del Risorgimento come recita un suo libro. Giornalista attento sia sul fronte duosiciliano che quello della malavita definita camorra, è uno dei punti di riferimento del cosmo meridionalista, si può azzardare sia parte integrante dell’intellighenzia partenopea che da anni racconta in maniera limpida e sempre documentata le storie accadute nelle nostre contrade. Fino alla firma della resa con l’esercito piemontese il 13 febbraio del 1861, per più di quattro generazioni la dinastia dei Borbone aveva regnato nell’Italia meridionale, Stato autonomo e indipendente che fu per sette secoli la “Nazione napoletana”. Così Di Fiore nel saggio “la Nazione Napoletana” ha raccontato le storie che restituiscono un Risorgimento “al contrario”, visto e vissuto dalla parte degli sconfitti. Edizioni Utet .

D – Cosa ti ha spinto ad avvicinarti ai temi del meridionalismo? La folgorazione è stata la lettura dell’unico saggio scritto da Carlo Alianello: “La conquista del Sud”. Mi ha fatto pensare, incuriosendomi. Ma ho sempre avuto una passione per la storia e per la cura del mio archivio che raccoglie documenti e libri antichi di storia del passato, oltre che di cronaca recente. Sono poi convinto che uno “storiografo dell’istante”, come viene definito il lavoro del giornalista, che racconta il Sud di oggi, non possa ignorare la nostra storia. Il passaggio di poteri e istituzioni tra le Due Sicilie, ultimo periodo dell’autonoma Nazione napoletana, e Italia unita è fondamentale per capire la genesi di tante vicende che raccontiamo oggi. Quindi, per me, approfondire la storia significa anche possedere gli strumenti di comprensione indispensabili anche al mio lavoro di giornalista.

D – Le tue storie di camorra si rapportano spesso ai temi del cosiddetto Risorgimento, è una affermazione che riconosci? Considero la storia della camorra, un mio primo libro risale al 1993 con l’editore Guida e si chiamava “Potere camorrista”, parte integrante della storia tout court. Croce considerava la storia della camorra storia di plebe e non se ne occupava. Un errore di valutazione. La camorra, come le mafie in generale, sono un potere socio-criminale che si rapporta con gli altri poteri. Ignorarla significa non completare la comprensione della nostra storia. I miei libri sulla camorra (ne ho scritti finora 5) sono saggi di storia, ricostruiscono i vari passaggi nelle diverse epoche di questa componente negativa della nostra terra. E quindi, naturalmente, come si rileva nel mio “Controstoria dell’unità d’Italia – fatti e misfatti del Risorgimento “ (Rizzoli) ho descritto anche il ruolo avuto dalla camorra a Napoli e dalla mafia in Sicilia con l’arrivo di Garibaldi.

D – Nel libro citi molti nuovi leader del suddetto meridionalismo, hai voluto dare un tuo contributo alla loro lotta oppure semplicemente una citazione da bravo cronista? Ho voluto, da storico, fare una ricostruzione della storia recente dei cosiddetti movimenti meridionalisti. Descrivere, soprattutto, il fallimento del loro tentativo di mettersi d’accordo negli obiettivi e nelle finalità. E’ storia recente, ma è anche approfondimento sul fenomeno del risveglio di attenzione e orgoglio sulla storia del Sud, non oleografica o schematizzata.

D – Questo ultimo tuo scritto è la chiosa dei tuoi lavori ( I vinti del risorgimento e Gli ultimi giorni di Gaeta) oppure possiamo sperare altro ancora sul tema? “La Nazione napoletana” (Utet) è il filo che raccorda e tiene unito un cerchio di ricerche. E’ il tassello di descrizione, attraverso alcune storie singole, della nostra identità. Le mie ricerche sul Sud nel periodo risorgimentale, sulle Due Sicilie, sul brigantaggio, come sai iniziarono una ventina di anni fa con “1861, Pontelandolfo e Casalduni un massacro dimenticato “ (Grimaldi & C. editore) che è del 1998. Poi sono arrivati “I vinti del Risorgimento” (2004 – Utet), “Gli ultimi fuochi di Gaeta” (Grimaldi 2004), “Controstoria dell’unità d’Italia” (Rizzoli 2007), “Gli ultimi giorni di Gaeta” (Rizzoli 2010), “La Nazione napoletana” (Utet 2015). Tutti libri che continuano ad essere ristampati. In ogni testo, ho approfondito un aspetto di quella grande storia in un periodo per noi fondamentale. Ecco, la “Nazione napoletana” ne è la sintesi, perché sottolinea l’aspetto identità meridionale che è di nuovo molto sentito. Non ho certo finito. C’è ancora lavoro da fare, ancora altri aspetti da approfondire. E lo sto facendo.

D – Come consigli ad un eventuale lettore di avvicinarsi a questo testo, cioè in che prospettiva?

Riuscire a comprendere, soprattutto tra i giovani, perché non ci si deve vergognare di essere meridionali, di conservare il significato vero delle proprie radici senza fare confusione e commistioni tra la “napoletanità” che è valore positivo legato alla storia, alle radici e alla loro conoscenza, con la “napoletaneria” che ne è la degenerazione negativa, il folklore manieristico che tanto piace e rassicura chi è di altre terre perché imprigiona i meridionali in una macchietta, in uno stereotipo. Avvicinarsi al mio libro può aiutare a ritrovare i valori veri del nostro essere meridionali nel positivo.

D – Potremmo dire che uno degli obiettivi del tuo libro è quello di aiutare a ricostruire un’identità perduta o forse solo dimenticata? E’ proprio così. Più che perduta direi identità nascosta, perché ci si è vergognati dell’identificazione tra meridionale e negatività del Paese. Abbiamo molti problemi, difficoltà, ma la prima reazione e il primo impegno deve venire da noi stessi. Lo dico, nelle conclusioni, anche in un altro mio libro, “Controstoria della Liberazione” (Rizzoli 2012) in cui parlo di un altro periodo in cui l’Italia visse due diversi momenti e sviluppi, quello dell’arrivo degli anglo-americani in Italia e la guerra civile della Resistenza. Anche capire quegli anni e cosa hanno significato per la nostra storia nel dopoguerra è importante e fa capire tante cose. E’ un altro tassello di comprensione nella storia meridionale.

D -Le Due Sicilie, secondo te esistono ancora? Non esistono, naturalmente, come entità politico-istituzionale. Ne esiste lo spirito culturale, la lingua che, nelle diverse sfumature, è presente nelle regioni meridionali, il richiamo a valori che hanno agganci con quel nostro grande passato. Potrebbe essere uno spirito vitalizzante, se non diventa solo auto compiacimento all’indietro, ma stimolo a conoscere sempre di più la nostra storia per farne motivo di orgoglio e di impegno. L’Italia non sarebbe nulla senza il Sud, nell’ultimo anno, grazie soprattutto al settore agricolo, il Mezzogiorno ha avuto uno sviluppo del pil per la prima volta maggiore di quello delle regioni centro-settentrionali. Impegnandoci a contrastare le negatività del nostro territorio (criminalità, alcuni atteggiamenti eccessivamente vittimistici e di delega), ognuno nel suo campo può dimostrare ancora una volta il valore e l’importante del Sud per l’intero Paese.

D – Tra tutti i capitoli contenuti nel libro, quale vorresti sottolineare all’attenzione del lettore? Ce ne sono due, nell’ultima sezione – definisco il testo un viaggio a tre tappe quante sono le sezioni del saggio – che descrivono bene quanto lo stereotipo, il luogo comune abbia pesato in passato e pesi ancora nel marchiare e immobilizzare le capacità meridionali. Mi riferisco al capitolo sul primo dibattito parlamentare sulle Province meridionali e a quello sull’immagine che gli esuli diffondevano a Torino e al Nord sul Mezzogiorno. Dimostrano quanto di allora ci sia ancora oggi: le prevenzioni di certi deputati del Nord di allora sono presenti in molti deputati settentrionali di oggi; il solo negativo che raccontavano gli esuli di allora è quello che tanti meridionali che vivono al Nord, diventati leghisti, mantengono nel descrivere le loro terre d’origine. Questo dimostra quanto sia importante, per capire l’oggi, la conoscenza della storia. Non studio passivo, o inutile, ma vivo se attualizzato.