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Letino con il costume, le grotte del Lete e i birilli

(di Giuseppe PACE) Sul tetto dei monti del Matese sta Letino, che è un paesetto di connessione tra Molise e Campania, fino al 1945 Letino apparteneva alla Provincia di Campobasso come testimonio il congedo militare di mio padre Luigi, pure lui nato a Letino. Il paesetto è posto tra le due pieghe di corrugamento montuoso dell’Appennino Meridionale sui monti del Matese a oltre 1.050 metri di quota. Ilo territorio comprende tutta l’AltaValle del Lete e l’Alta Valle del Sava, condivisa, in parte, da Gallo Matese. A Piscupanni, nell’Alta Valle del Sava di Letino vi è una spettacolare parete rocciosa con al lato occidentale la Grotta dei Briganti, da me esplorata da ragazzo insieme ad Antonio Fortini. L’origine della comunità civile di Letino è leggendaria, ma antichi testi lo associano a Roccamandolfi (IS) pure di antichissima origine. Quella di Letino è da rifarsi a prima dell’806, data presunta del muro della chiesa madre centrale al paesetto matesino ai piedi del castello medioevale costruito dai Longobardi e rifinito dai Normanni. In agosto alla festività del Santo Patrono di Letino Giovanni Battista ho rivisto molti miei compaesani, l’anziano prete e i due sindaci di Gallo Matese e di Letino dietro la statua in processione e in chiesa. Della chiesa dedicata a San Giovanni Battista, molti sono i nomi omonimi a Letino, si parla già in un documento dell’806. Nel 1325 era insignita del titolo di Arcipretura. il 18 luglio 1568 fu consacrata e nel 1574 fu dedicata a S. Giovanni Battista, come documento una lapide posta nell’architrave d’ingresso. L’entrata attuale, accesso principale al borgo fortificato, è sormontato da un campanile formato da tre stadi; i vari segmenti sono stati costruiti in epoche diverse. Il primo stadio, in epoca medievale, costituiva una torretta di guardia. Le mura di via Roma, dal lato della chiesa, presentano ancora le feritoie per la difesa del borgo. I blocchi di pietra, risalenti ad epoche lontane e situati, secondo diverse persone, sulle “Preci”, potrebbero essere, invece, quelli alla base del muro di cinta che ne formano la testata d’angolo, rifinita a scalpello in epoche successive. Le mura di cinta proseguono, affiancate da una stretta stradina, verso il Castello. Sulla pavimentazione sottostante il portale d’ingresso è ancora visibile una pietra scolpita, raffigurante il castello (Stemma di Letino) con il fiume Lete, consunta dal secolare calpestio. Appena si entra in chiesa si possono notare, sulla sinistra, due affreschi su stucco. La prima icona rappresenta Sant’Egidio e Sant’Antonio con una scritta sottostante, ancora visibile, datata 1575. La seconda icona raffigura Santa Giovanna d’Arco: l’intonaco si sta sgretolando a causa dell’umidità delle mura perimetrali. Tra i due affreschi e la Cappella del Rosario (adiacente alla sacrestia) si trova la Cappella dedicata alla Madonna di Lourdes, impreziosita da una stupenda, unica nel suo genere, pala d’altare, scolpita da abili artisti su un’unica tavola di legno scuro a forma rettangolare, divisa in tre pannelli uniti da cornici, stile in uso verso il 1500 presso gli scultori fiorentini. La cappella del Rosario, invece, presenta uno stupendo paliotto costituito da una lastra di marmo arabescati con incastri di marmi colorati di diversa provenienza e con incastonature di madreperla. Questo paliotto risulta aggiunto ad un altro sottostante e di epoca precedente, poiché, ai lati, presenta due delicatissime teste d’angelo, scolpite in marmo bianco, anteriori al 1500. Si pensa che la pala d’altare, in legno scolpito, fosse collocata sul frontale dell’altare del Rosario (già Chiesa di S. Maria del Tino) e rimossa in seguito alle disposizioni del Sinodo di Epaona, nel 517, che vietava la consacrazione degli altari che non fossero di pietra. Altre sostanziali modifiche si ebbero nel 1720: il trittico in marmo, posto sul lato sinistro del Presbiterio, infatti, fu tolto dall’altare maggiore e si effettuarono delle aggiunte marmoree alle cappelle laterali. Successivamente, negli anni ’60, un’ulteriore modifica fu fatta alla chiesa in seguito al terremoto. Furono sostituite le antiche porte, rimossi alcuni dipinti settecenteschi e scomparve anche il coro ligneo, situato dietro l’altare maggiore. L’origine di Letino è antichissima: le tombe e le antiche abitazioni nella località di campo delle Secine e di San Pietro testimoniano i primi insediamenti. E’ nel Medioevo, però, a partire dal XII sec., che l’antico Vichus, il villaggio, diventa una roccaforte con un castello e guarnigioni militari poste a difesamdell’intero massiccio matesino dalle numerose aggressioni di invasori. Fino al 1806, anno in cui fu abolita la feudalità nel Regno di Napoli con l’Editto Napoleonico, il feudo letinese ospita diverse e influenti famiglie nobiliari, tra cui i Rainone e i Carbonelli di Prata. Il territorio, tutto montano, di Letino si presenta circondato da due catene montuose con, al centro, due piccoli altipiani: la vallata delle Secine e la vallata del Lete (suddivisa in diverse contrade: Rave la Noce, Santa Maria, Rave Matese, Voltacogliona, Ravicelle, ecc. ). Il Comune di Letino occupa 32 Kmq. di superficie ed è compreso tra i 41° 27′ 14” di latitudine nord e 14° 17′ 19” di longitudine est. Confina a nord con Roccamandolfi (IS), dacui dista sol 9 km, ad est, a circa 20 km, con S. Gregorio M. (CE), a sud con Valle Agricola (CE) e ad ovest con il vicino Gallo Matese (CE). La superficie boschiva (ad alto fusto di faggio) è pari a 1350 ettari; oltre il 30% dell’intero territorio è costituito da pascoli montani e da terreno ex coltivati, la rimanente parte è occupata dal corso del Lete, dal Lago di Letino e dal centro abitato, che cresce più in pianura sottraendo terreno fertile. I monti che delimitano i confini mostrano, come del resto tutto il Massiccio del Matese, chiari segni del carsismo e presentano vette che si elevano oltre i 1500 metri. Iniziando da ovest, troviamo il Monte Pignatello (1196 m) – che divide i laghi artificiali di Gallo e di Letino – e il Monte Favaracchi (1219 m); a sud vi sono il Monte Capello (1390 m) e il monte Cappello (1406 m); verso sud – est la serra Porcareccia (1576 m) e, proseguendo, il Monte Ianara (1575 m) e il Monte Soglio (1529 m); a nord – est s’innalzano le cime della Serra delle Vallocchie oscure (1581 m), del Colle Arso (1448 m); a nord, infine, il Monte di Valle Diamante (1311 m), Serra di Vallefredda (1508 m), Monte Campitello (1090 m), Gallopinto (1356 m) e l’Altopiano di Campofigliuolo (1209 m). Tra le pendici di Monte valle Diamante (Cesa di Congio) e le pendici della catena montuosa opposta, si trova Monte Castello (1090 m), quasi a sbarrare il passo tra la Valle delle Secine e la Valle del Lete. Le pareti rocciose, infatti, scendono a picco, percorse sul fondo dal Lete che, dopo aver lasciato le Secine, si inabissano una prima volta (tale canyon) è denominato “Cuttora”. dirigendosi verso il Lago di Letino; Le due vallate sono attraversate da numerosi corsi d’acqua, alcuni provenienti dai monti, altri originati nella vallata stessa come le sorgenti del Lete e Santa Maria. il corso principale è quello dell’Alto Lete, che continua dopo l grotte di Cauto, con le Rave di Prata, e scende nel territorio di Prata S. per continuare in quello di Pratella, dove, in parte, vengono commercializzate dalla Società Acqua Lete, le cui bottiglie sono diffuse sulle tavole di tutti li italiani e non solo. Del fiume Lete esiste la mitologica descrizione di Virgilio nel VI libro dell’Eneide a cui si rimanda oltre al mio libro LETINO TRA MITO, STORIA E RICORDI, Energie Cuturali Contempopranee Editrice, 2009. L’ambiente è un insieme inscindibile di natura e cultura. Esso è anche un oggetto immerso in un flusso di relazioni territoriali e planetarie nonchè costituito di situazioni concrete dove l’uomo è artefice del suo futuro. La natura è un insieme costituito da idrosfera, litosfera, atmosfera e biosfera con l’assenza dell’uomo oppure con la sua presenza fino al neolitico superiore quando inizia la spinta evolutiva con il modellamento tecnologico repentino del paesaggio naturale. La cultura, invece, è l’insieme delle conoscenze organizzate in saperi specialistici che l’uomo utilizza per evolversi. Egli allora si evolve non secondo la stregua degli altri mammiferi placentati o almeno si evolve molto più rapidamente. Letino è la testa territoriale ed il cuore del Parco Regionale del Matese che è stato istituito il 1° settembre 1993, con la Legge Regionale n. 33; successivamente, con Decreto del Presidente della Giunta Regionale della Campania n. 5572 del 2 giugno 1995, è stata determinata la perimetrazione, il Piano paesistico e quello urbanistico territoriale. L’intera area è stata suddivisa in zone interne, discriminate in base alle caratteristiche idrografiche, carsiche, storico – archeologiche e alla presenza di specie faunistiche protette. La normativa, infatti, tende a conciliare l’esigenza della tutela ambientale con le necessità di vita degli abitanti. Il Massiccio del Matese, in cui insiste il Parco, fa da confine naturale tra la Campania ed il Molise ed è in questo settore dell’Appennino meridionale che troviamo le cime più elevate, come la cima del Monte Miletto (2050 m), il Monte Gallinola (1923 m), Monte Mutria (1823 m). Il Parco comprende territori campani, limitatamente alle province di Caserta e Benevento, e si estende su di una superficie di circa 25000 ettari. I territori di Gallo e di Letino, già dal 1984, erano annoverati tra le oasi protette della Campania. Attualmente, ulteriori sviluppi normativi prevedono l’inclusione di nuove aree collinari e di fondovalle e non è escluso che, in un prossimo futuro, possa unirsi al Parco Nazionale d’Abruzzo. Il fascino irripetibile del Matese, quasi un paesaggio svizzero oppure del Trentino, è costituito dal suo mantello vegetale, prevalentemente di faggi, ma anche di larici, abeti rossi, abeti bianchi, carpini, tigli, noci e maggiociondoli. Alle Secine si trovano molte piante di ciliegio la cui frutta matura a fine luglio. I boschi con preziose radure che, in primavera e in estate, vengono ricoperte da fiori ed erbe straordinarie e molte di esse anche rare: l’origano, la genziana, il giglio di S. Giovanni, la cinoglossa, l’achillea, il sigillo di Salomone, l’issopo, le orchidee…; funghi pregiati quali boleti, lepiote, psalliote, clavarie, cantarelli, oltre alle velenose amanite e alla triade mortale. Queste foreste ospitano anche una fauna molto ricca come lupi, volpi, cinghiali, fagiani, lepri, scoiattoli, tassi, faine, donnole, talpe. Vi si trovano anche picchi, pernici, mallardi, merli, rondini, allocchi, civette, gufi, falchi, ghiandaie, merli, corvi, mentre nei laghi di Letino, di Gallo e del Matese vivono enormi carpe, voraci lucci, tinche, persici, anguille e le sponde sono popolate da uccelli acquatici di passo. Presso il Lete si è stabilita anche una coppia di aironi cinerini. Nel Lete, oltre alla trota comune, vive la trota fario con l’elegante livrea argentata, macchiettata dalle caratteristiche stelline rosse. Ai rettili comuni, quali la vipera aspis, le bisce d’acqua, i saettoni ed i biacchi, si aggiungono due rettili d’eccezione: la vipera dell’Orsini ed una sottospecie della lucertola muraiola. Ai piedi del Monte Ianara, al limitare del bosco, nella zona sud – ovest delle Secine, ha origine il Lete, la cui sorgente principale è denominata “Capo Lete”; nei primi duecento passi riceve il contributo di altre sette sorgenti. L’acqua sorgiva, pura e cristallina delle polle iniziali ha una temperatura che oscilla tra i sei e gli otto gradi centigradi. Il Lete si dirige verso Monte Castello, si inabissa nello stretto corridoio a pareti verticali del Passo della Cuttora e, attraversando la lussureggiante valle omonima, si immette nel Lago di Letino. Prima che si formasse il Lago di Letino, per la costruzione della diga di sbarramento a scopo idroelettrico, il Lete veniva inghiottito in una voragine sita tra il Monte Capello ed il Monte Favaracchi per poi ricomparire, sull’altro versante, in una cascata di oltre 30 metri, in territorio di Prata Sannita. Questo percorso interno del Lete si è potuto verificare poiché le rocce del Matese risultano composte, in prevalenza, da calcari, gessi e dolomie che, in presenza di acque ricche di anidride carbonica, si solubilizzano dando origine agli effetti carsici. All’inizio di tale effetto, le acque superficiali incominciano ad infiltrarsi ed a creare fessure sempre più evidenti formando delle cavità, caverne, voragini, pozzi, foibe. Singolare è l’origine delle Grotte del Lete o di “Caùto”, la forma a V del reperto geologico sopra le Rave di Prata, testimonia la valle fluviale dell’alto Lete. L’ingresso delle grotte si apriva e si apre ancora subito dietro la diga di sbarramento, al limite sud – orientale del Lago di Letino. L’ingresso, oggi con comode scale di metallo che favoriscono l’ingresso alle grotte, conduce in un’ampia sala che presenta l’inizio di due corridoi. La prima apertura è l’inizio del ramo fossile e si trova a 45 m dall’ingresso sulla parete destra e a 7 m dal suolo; la seconda apertura è l’ingresso del ramo attivo, che accoglie le acque di sopravanzo della diga e si trova a 60 m dall’ingresso principale, dopo un salto di circa due metri e mezzo. Il ramo fossile è percorribile solo con adeguato equipaggiamento (canotto, scala, corde, ecc.), poiché presenta laghi lunghi anche 30 m, pozzi e salti fino a 10 m. Il dislivello tra l’entrata e l’uscita è di 87 m, con uno sviluppo di 452 m. Il ramo attivo, del piano inferiore, presenta oltre a pozzi, laghi, scivoli e salti, anche corridoi laterali non esplorati perché molto stretti. Il ramo attivo ha uno sviluppo complessivo di 475 m, con un dislivello di oltre 93 m. Entrambi i rami presentano biforcazioni percorribili ed hanno in comune la sala d’ingresso e quella d’uscita, con una volta alta circa 40 m. Il balcone d’uscita, della larghezza di circa 15 m, permette di osservare “un panorama superbo e vasto che l’alba ed il tramonto colorano e trasformano in uno scenario veramente imponente e suggestivo”. Alcuni settori delle grotte presentano, sul pavimento, delle vaschette a bordi stalagmitici e concrezioni cristalline a rosetta. Alle pareti si possono notare stalattiti anche nastriformi e formazioni parietali brune che risaltano sullo sfondo calcareo. In altre sale si trovano colonne stalagmitiche e stalattitiche bianche, cristalline, brillanti o colorate, cascate pietrificate, imponenti colonne e felci mineralizzate. Di notevole interesse artistico è il Castello, sommitale al paesetto di Letino, che si innalza su una base quadrangolare lunga 90 m e larga 40, con 5 o 6 torri unite da mura alte e merlate tra di loro; anticamante era una vera e propria fortezza, posta come torre di guardia del “Vichus”in mano a famiglie feudali; oggi ospita il Santuario di Santa Maria del Castello Regina del Matese, la cui festa ricade ogni anno la terza domenica di settembre. Si presuppone che il costume femminile tipico di Letino abbia origini greche delle isole Cicladi, forse l’isola si Tino: esso è divenuto il simbolo fondamentale delle tradizioni folcloristiche del paese di Letino. Il costume (donato al Museo Nazionale delle Arti e Ttradizioni Popopolari di Roma dall’Ingegnere Guglielmo Berner, Direttore del Cotonificio di Piedimonte d’Alife agli inizi del 1900), assume differenti colori, particolari tessuti e forme, a seconda dell’età, della condizione sociale e dello stato civile della donna Anche il colore del panno varia a seconda di chi lo indossa: solo la giovanetta non porta né il panno, né la mappa; la nubile ha il panno e la mappa di colore verde; per la maritata, invece, sono di colore rosso; la zitella porta, oltre al panno e alla mappa di colore verde, dei nastri particolari che sostengono il manicotto alla camicia; la vedova, infine, indossa il panno e la mappa di colore nero, senza nessun particolare ornamento. In passato era facile scorgere, nel paese, le donne che indossavano questo sfarzoso costume; oggi, invece, viene indossato tutti i giorni solo da qualche donna anziana e, da molte letinesi, in occasione di particolari ricorrenze, con un senso di fierezza e di maestosità. E’ da precisare che il costume più ricco e prezioso è quello indossato dalla sposa, nel giorno del suo matrimonio: è confezionato con tessuti pregiati ed è abbellito da ornamenti in oro. L’unico tessuto utilizzato per confezionare questo costume è la lana pettinata, in quanto deve essere adatto al clima rigido dell’ambiente tipicamente montano. I vari pezzi che lo compongono sono: la “Unnella” o gonna, confezionata con lana color turchino, molto pesante e ricamata a mano; il “Mandero”, confezionato utilizzando un pezzo di lana rettangolare, arricchito da ricami e lavorato in argento (questo elemento viene legato in vita dalle “ciappe d’oro” e, inoltre, vi si aggiunge una particolare cintura lavorata con telaio a mano, “centetella”, la quale va a congiungersi sul dietro formando un fiocco); il “Panno” è un pezzo di lana bianco, il quale, dopo essere stato lavorato in un certo modo, viene tinto (dipinto) di rosso e ricamato a mano (viene annodato in vita e copre la gonna); la “Cammiscia” è di colore bianco, con maniche molto ampie che arrivano al gomito ed hanno preziosi ricami, sia sul davanti, sia sulle spalline; il “Pizziglio” è un merletto che si mette intorno al collo e fa da sostegno alle collane; il “Manicotto” è abbellito da nastri rossi e copre il braccio, dal gomito al polso (questo pezzo del costume serve a stabilire la posizione sociale della donna che lo porta); le “Cente” reggono il panno, vengono tessute a mano utilizzando un particolare attrezzo di legno chiamato “pettine” e sono di colore verde, rosso e giallo; la “Mapp’lana” o “mappa” è un copricapo ricamato a mano e costituisce la parte più apprezzata del costume (la mappa viene appoggiata sulle “trecciole”, ricavate dall’intreccio dei capelli con le “leazze”); la “Spilla” o “spillone” è inciso in filigrana d’argento e viene lavorato da orafi artigiani (ha la funzione di mantenere la “mappa e sembra aver origine dall’Ucraina); “Ri Scarpuni” sono dei sandali ottenuti dalla lavorazione delle pelli di asino, di pecora e di vacca. Vengono legati al ginocchio con delle stringhe chiamate “currìuli”. Questi sandali servivano anche per ripararsi dal freddo, dalla neve e dall’umidità dei boschi. Il costume femminile è arricchito, inoltre, da ornamenti in oro, in argento e in filigrana e tutto ciò contribuisce a valorizzare la persona che indossa tale vestito. Il costume maschile è composto da un pantalone corto che arriva fino al ginocchio. Il tessuto usato è il “panno scuro”. E’ aderente, con spacchi laterali. Questo pezzo del costume viene fermato in vita e alle estremità dalle “leazze” che sono tessute in tre colori. Sul davanti si trova una patta definita da una serie di bottoni dorati; gli altri pezzi sono costituiti dai “calzettoni” di lana pecorina e dagli “zampitti”, calzature confezionate con cuoio e pezze. La “camicia”, di colore bianco, ha la forma di una casacca senza colletto; essa è allacciata al petto e ricamata. Il “corpetto” è di panno nero, decorato da bottoni d’oro. In inverno, quando il freddo è pungente, viene indossato un “mantello” di colore nero che ha una catenella al collo la quale si allaccia ad un gancio a forma di leone. Il “cappello” è basso, alla paesana, di colore nero e viene lavorato da artigiani. La “giacchetta”, anch’essa di panno scuro, ha i bottoni di colore oro e i nastri di colore bianco, verde e rosso. La cucina letinese conserva ancora oggi, quasi intatto, il legame con la tradizione. Utilizza ingredienti semplici, genuini e gustosi tra cui prevalgono i prodotti dell’agricoltura locale, della pastorizia, i prodotti del generoso sottobosco e quelli del fiume e del lago. Tipiche sono la polenta acconcia, i formaggi, le patate e le paste fatte a mano. Tipico di Letino è il gioco dei Birilli di legno di faggio o “ri puzzuchi”: 9 birilli con il nono a centro e un “pallone” di legno che li colpisce, se cade solo il centrale vale 9 punti che sono pari ai 9 birilli. Il gioco, tipico dei soli maschi, si svolgeva nelle giornate fredde invernali. Oggi un singolare monumento (posto sotto alla Rvotela, vicino alla posta) lo testimonia. A Natale si accendeva il fuoco in ogni piazzetta e tutti lo alimentavano donando della legna, restava acceso fino all’Epifania. Anche a Prata Vecchia si fa il fuoco di Natale, che ricorda le feste invernali precristiane.