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Parco del Matese tra rosee prospettive e possibili delusioni.

(Giuseppe Pace) In questo periodo, i media molisani, fanno apparire e riappare l’informazione che molti sono contrari al recente parco naturale nazionale del Matese. In Campania, invece, si dibatte molto per zonizzare il parco con prevalenza di relatori molto politicizzati dall’imperante partitocrazia anche nel Sannio Alifano. Ai residenti nel territorio del parco matesino, a me pare, che si dia poco spazio per dire e fare un parco che finalmente faccia crescere il loro reddito per frenare l’esodo in aree meno povere di opportunità lavorativa. Un esempio di molti relatori e poco spazio agli indigeni è l’incontro recentissimo a Letino dove i relatori hanno tenuto testa ai pochissimi interventi dei presenti tra cui il giovane Sindaco Pasquale Orsi e il gallese acquisito, ma letinese di nascita, Michele Vaccaro, che ha sottolineato l’utilità di finanziare chi presidia il territorio come chi vive con casa diroccata vicino al Lago di Gallo Matese. Quello di finanziare chi è là mi è sembrato un inno all’assistenzialismo di cui il Mezzogiorno è strapieno e non è, a mio giudizio, la soluzione migliore. Il Sindaco di Letino, invece, aprendo il dibattito, quasi a senso unico degli attrezzati relatori del ceto politico campano, ha manifestato perplessità sul vincolismo del parco e i problemi reali del territorio letinese. A San Potito S. assistendo ala prima serata del Festival del Matese con enogastronomia e folclore ho notato la presenza simbolica (due soli attori tra cui il neoassessore comunale Fortini) soltanto del costume di Letino, mentre completa era la rappresentanza dei gruppi folclorici di San Potito S. e Faicchio. A Letino chi coordina il gruppo folcloristico della nostra tradizione locale non poteva essere presente a San Potito con l’intero gruppo? Misteri della politica politicante in territorio del Sannio Alifano dove pare che qualunque manifestazione, culturale soprattutto, debba essere incorniciata dai politicanti di professione, che potrebbero essere l’espressione meno adatta per liberalizzare il reale culturale locale, vedi anche il prossimo festival, addirittura internazionale della cultura a Letino. Il Parco Naturale Nazionale del Matese venne da me auspicato come interregionale-molisano-campano- in un articolo di Molise Economico degli anni Ottanta. Con il presidente, Farina, del Collegio Provinciale dei Periti e Laureati in Agraria, con sede a Piedimonte Matese, ho avuto recentemente un colloquio per vedere cosa il parco nazionale suddetto deve far sviluppare più che conservare soltanto. Farina, uno dei lettori dei miei articoli e libri, mi ha chiesto se a Letino ero stato invitato al Festival Internazionale della Cultura? Durante la visita alle sorgenti del Biferno, la guida Michele Spina, oggi vivente a Milano ma responsabile molisano, per la Cassa del Mezzogiorno, dei lavori acquedottistici degli anni Sessanta a Bojano, è emersa la preoccupazione di possibili inquinamenti dell’ambiente turistico di Campitello Matese, che potrebbero ripercuotersi nella qualità delle acque delle sorgenti bifernine, che con quelle del Torano-Sorgente di Piedimonte Matese, “regalano” agli assetati campani metropolitani, ischitani e procidani ben 6,2 mc/sec. di acqua potabile matesina (il costo complessivo fu di 18 miliardi di lire della Cassa del Mezzogiorno, politicizzata troppo dopo il 1975 a detta di M. Spina). Alla espressa preoccupazione della valida guida del numeroso gruppo di turisti presenti (visita promossa dall’Associazione culturale “Falco” ed animata dal Cav. Nicola Romano) ha fatto eco, un entusiasta del futuro parco nazionale matesino, il dr. Regolo Ricci, che ha auspicato da parte del parco stesso un maggiore controllo preventivo del’inquinamento idrico possibile. Nel periodo pasquale del 1994 la Camera di Commercio Industria Agricoltura e Artigianato di Campobasso mi invitò di sviluppare una relazione su punti di attrazione turistica del Matese. Lessi nella richiesta scritta, un po’ incuriosito, che mi avevano definito noto matesologo, forse si riferivano a precedenti miei articoli della rivista camerale Molise Economico dove proposi anche il parco naturale del Matese allargato al versante molisano (Molise Economico n. 2/1983). Da allora la letteratura sui parchi naturali mondiali ed europei è cresciuta, ma anche cambiata ultimamente perché si parla di parchi tematici: artistici, arcitettonici, etnografici e storici come potrebbe essere il Parco Storico del Matese, montagna sacra dei Pentri, ecc. Due anni fa a Guardiaregia seppi che il comune con altri due del versante molisano del Matese era restio ad approvare il parco nazionale per mancanza di statuto, mai visionato. Dunque veniva calato dall’alto, dai parlamentari del Pd, molisani, che lo avevano chiesto e fatto approvare. A Roccamandolfi sono stato spesso in visita e conosco diversi roccolani anche emigrati. Alcuni sono migrati a Bojano, analogamente da Letino a Piedimonte Matese, e nel paesetto molisano trovo non poche similitudini ma anche diversità naturali, economiche e sociali con Letino. Roccamandolfi deve il suo nome ai longobardi, ovvero Rocca di Maginulfo, appartenente alla famiglia reale, che ricopriva la carica di Castaldo d’Aquino al termine del nono secolo in seguito il toponimo divenne Roccamandolfi. Letino, invece, deriverebbe il nome dal fiume Lete che rimanda al mito dell’oblio dell’Eneide nonché di Dante. Il castello longobardo letinese, posto alla medesima altezza di quello roccolano, potrebbe essere stato in contatto con quello roccolano, nel passato ancora da esplorare bene. Anni fa frequentai spesso la “Festa del Pastore” a Campitello di Roccamandolfi, da distinguere dal più noto Campitello di San Massimo e dal meno noto Campitello di Letino. I campitelli erano pianori che i pastori ed agricoltori dell’alto Matese, prima degli anni Cinquanta del secolo scorso, riuscivano a strappare alla natura selvaggia e li utilizzavano per seminarvi grano, piantarvi patate ed utilizzare poi a foraggere e dopo a pascoli estivi. Alle feste del pastore annuali ho assistiti a convegni della Coldiretti sugli ovini tra esposizione di varietà di pecore, di cani pastori con collari appuntiti antilupi, prodotti lattiero-caseari locali e ho gustato la squisita pezzata, preparata dalle donne roccolane. Nel 1929 le donne roccolane, al raduno folcloristico del Matese, vinsero il premio per sapere cavalcare bene i cavalli, quelle di Letino, invece, gli asini. Roccamandolfi oggi ha circa 1000 residenti, ma nel passato, 1901, aveva 3273 residenti, poi l’emigrazione, senza ritorno, ha spopolata l’antica comunità civile ai piedi di uno storico castello. Letino, oggi, ha circa 700 residenti e prima dell’emigrazione, in Argentina e Canada soprattutto, ne aveva il doppio. Roccamandolfi per posizione geostorica e per economia montana risultava meno povera ed isolata sull’alto Matese, anche se molti letinesi credevano, sbagliando, il contrario. Roccamandolfi ha un territorio esteso oltre 53 kmq (Letino circa 32 kmq) ed un’altimetria minima di meno di 600 metri, il municipio a 850 e monte Miletto la massima quota. Nel passato, mi raccontava un roccolano a Bojano, che fino agli anni Cinquanta esisteva il baratto delle pere roccolane con le patate letinesi ed anche che tre roccolani, due uomini ed una donna incinta, si recarono a piedi d’inverno a Letino per barattare merci e al ritorno vennero sorpresi da una bufera con abbondante nevicata. I due uomini decisero di correre al loro paese in cerca di aiuto, lasciando la donna con le derrate ad aspettare lungo la via. Al ritorno la trovarono sbranata dai lupi, che da qualche lustro sono tornati a popolare anche le Alpi, da dove la Grande Guerra li aveva estinti. A Campitello di Roccamandolfi, che confina con le vicine Secine di Letino -anche Rocca ha le Secine, luogo di coltivazione della segala- si è dibattuto del multiforme Parco Naturale Nazionale del Matese che, soprattutto sul versante campano, fa discutere i dirigenti già pronti a montare in sella all’ente che sarà”foraggiato” dallo Stato per aiutare i molti e non i pochi baciati dalla dea fortuna ”partitocratica”. A San Potito S. c’è la sede dell’ex parco regionale campano del Matese, che è stato allargato al territorio molisano matesino. Ho già scritto, da poco tempo, sul Parco del Matese esprimendo più dubbi sui possibili danni burocratici di ingabbiamento e vincoli territoriali che speranze di sviluppo reale che possano fare aumentare il reddito dei montanari e valligiani residenti sopra e intorno al Matese natio. Dai media locali leggo: ”Sul Pianoro di Campitello di Roccamandolfi, l’Associazione Orizzonti del Matese Roccamandolfi, con l’aiuto degli allevatori e dei cittadini, ha quasi terminato la sistemazione degli stazzi che accoglieranno le greggi e delle strutture che ospiteranno i relatori del Convegno che quest’anno è incentrato sul “Parco del Matese”. Non arretrano di un passo, direttivo, soci, allevatori, sempre attenti, attivi e presenti sul territorio con caparbietà e tanto ottimismo, vanno avanti, una vera sfida, senza precedenti, affrontano le mille difficoltà che una festa in alta montagna comporta, portano sui tavoli istituzionali interessanti argomenti e le problematiche che il territorio alle falde del Matese si trova ad affrontare, sono tanti i problemi che interessano quell’area della Regione Molise, ma l’Associazione Orizzonti del Matese Roccamandolfi mira a riportare l’evento in alto, la giornata nata come rassegna bovina nata intorno agli anni 80 con l’intendo di migliorare il patrimonio ovi-caprino e bovino di Roccamandolfi e dei paesi vicini, da anni abbandonata dalle istituzioni finanziariamente e fisicamente, una festa di dimensioni eccezionali, meritevole di attenzioni diverse, non paragonabile a sagre o scampagnate all’aperto”. Nel Molise, la cultura spartana degli antichi Sanniti Pentri sembra essere più presente e in essa vedo più diffusamente le virtù connesse alla vita sana, laboriosa ed onesta, rispetto alla vicina terra matesina, del Sannio Alifano, dal 1945 casertana, prima anche Letino, Gallo Matese, Capriati al Volturno, Ciorlano, Fontegreca, Prata S. ecc. erano della provincia di Campobasso come Piedimonte d’Alife e circondario erano amministrati dalla provincia di Benevento. A Nord del Matese passava e passa lo storico Tratturo della transumanza orizzontale Pescasseroli-Candela con tappa ad Altilia, dopo aver valicato Porta Bojano con epigrafi significanti del periodo romano quando le pecore erano imperiali e alcuni commissari preposti alla conta delle pecore in transito rubavano dando la colpa ai pastori. A Bojano annualmente si rinnova la storica leggenda del Ver Sacrum o Primavera Sacra con lo scrivente che ha impersonato due volte il ruolo del Sacerdote che dà moglie ai giovani guerrieri del Sannio distintisi in battaglia ed invoca la Dea del Matese a far piovere per le necessità agricole locali. Un Parco del Matese che ricordi anche la storia dei Pentri e non solo le peculiarità naturalistiche (si legga sull’Annuario 1997 dell’ASMV il mio lavoro ”Emergenze naturalistiche del comprensorio di Miletto”) potrebbe favorire quella ricerca identitaria che le popolazioni beneventane e del Sannio Alifano cercano da tempo e che potrebbero sfociare, come un fiume carsico sotterraneo in gran parte, nell’antica e sempre nuova Regione Sannio o Molisannio con capoluogo BN-CB. Il parco naturale Nazionale del Matese è foriero di possibili nuove illusioni e delusioni. Le prime sono già vistose nei giovani e nei politicizzati di professione. Le seconde sono vistose nel popolo e nelle associazioni non politicizzate se le si fanno esprimere. Il parco nazionale, più di quello regionale, è foriero di altro tipo di vincolismo burocratico: calato dall’alto in modo presidenzialistico. Vedremo che la raccolta dei tartufi e dei funghi, soprattutto sul versante molisano matesino sarà regolamentata con esborso non indifferente anche per i residenti. Inizialmente si propaganderanno le facili e fallaci illusioni di costruire e ristrutturare abitazioni nel parco, la coltivazione dei prodotti biologici, cosa da sempre fatta comunque almeno nei territori dei comuni montani (il primo concime sintetico fu portato alla scuola d’avviamento professionale agrario di Letino nel 1960 dal perito agrario Vincenzo De Balsi, fratello del pastore di anime letinesi), l’accesso ai fondi europei, produzioni agroalimentari nel parco, raccolta di frutti di sottobosco e forse l’aumento dell’obolo per raccogliere l’origano. Verranno,invece, limitati il taglio degli alberi privati, le licenze edilizie, le attività varie attuali in zone a riserva integrale che per Letino sono più indicate dai pantofolai ministeriali o regionali in odore di moda ecologica green. Tutti sanno che dopi i primi veri ecologisti si è stabilita una moda culturale-tutta italiana- di chiedere ed ottenere il verde nei terreni di altri dove andare a caccia, pesca, raccogliere frutti del sottobosco e divertirsi a fine settimana lasciando le assolate piazze metropolitane dove il verde è scarsissimo. Nel parco del Matese, molto probabilmente anche i moltissimi cinghiali attuali verranno ulteriormente protetti come i lupi che sono i loro predatori naturali, ecc.. Tra 10-20 anni le delusioni saranno non poche come lo sono state per il parco regionale del Matese, voluto dai politici campani per impiegare alcune decine di persone forse con il voto di scambio, che la legge vieta. Ma allora il parco naturale nazionale del Matese sarà solo un’altra illusione? No, ma le premesse ci sono tutte se continuano ad agire solo i politici di professione in un sistema, soprattutto campano, poco edificante per l’efficienza, la trasparenza, la meritocrazia e soprattutto per la produttività di beni e servizi non di elevata qualità! Se, invece, si inverte la pratica del dire e non del fare soprattutto in rispetto sacrale delle popolazioni residenti matesine, allora qualcosa potrebbe iniziare a cambiare in meglio e il parco diverrebbe un’opportunità promettente l’aumento del reddito dei residenti mediante produzioni di beni e servizi turistici di qualità, senza assistenzialismo meridionalizzante. Il Matese geologicamente è un massiccio dolomitico basilare fino a circa 500 metri di quota e un cappello carbonatico fino alla vetta del Miletto a 2.050 metri di quota. Le rocce più antiche affiorano sia presso il lavatoio pubblico dismesso alla Sorgente del Torano di Piedimonte Matese che alle Pietrecadute, una delle tre sorgenti del Biferno a Bojano. La loro età si attesta nel Giurassico superiore, mentre nel Cretacico si attestano le rocce più carsificate del cappello e di Miletto con una descrizione quasi storica del 1700 di Nicola Pilla di Venafro. La morfologia è varia e sono prevalenti piccole valli d’alta quota (alcune doline come alle Secine e Capo Sava di Letino, Campitello di San Massimo che ha anche una lato a sud glaciale), valloni fluviali e glaciali nonche fenomeni carsici diffusi più a sud che a nord dei versanti matesini. L’acqua potabile nel Matese abbonda e rende fertili-sottoutilizzate- le terre pianeggianti alifane e bojanesi. Flora e fauna del Matese sono state oggetto come la geomorfologia di meno numerosi studi, alcuni finanziati da vari enti regionali campani, ma ciò che prevale è l’estesa coltre erbosa d’alta quota per il pascolo ovino e diffusi boschi di faggio fino ad oltre 1400 metri di quota, di questi l’ispettore forestale L.Boggia ne fece un buon studio pubblicato dall’Annuario dell’ASMV. Ciò che forse non si conosce bene è la ricchezza storica-sannitica, romana e medievale- delle numerose comunità civili del Matese alto, medio e basso con i costumi della tradizione e con gli attrezzi pastorali ed agricoli del recente passato oltre che delle tavole ed incensieri Osco-Sanniti lungo i bracci degli antichi tratturi uno dei quali costeggiava a nord il Matese: il Pecasseroli Candela, utilizzato anche da mio nonno omonimo paterno da Letino che associava le sue 1000 pecore a quelle di Patabianca di Roccamandolfi per andare insieme a Candela ai primi di ottobre e ritornare sull’alto matese ai primi di maggio.