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MARIA ANTONIETTA PASSERI IL SORRISO DELLA FEDE E DELLA VITA

(Gianluca MARTONE) Spesso la vita di ciascuno è caratterizzata da momenti difficili che, grazie ad una grande forza di volontà e ad una spiccata fede in Nostro Signore Gesu’ Cristo e nella sua Santissima Madre la Beata Vergine Maria, si riescono a superare, facendoci apprezzare le piccole grandi bellezze della nostra esistenza. Tutto ciò è accaduto a Maria Antonietta Passeri, giovane adolescente di 14 anni di Mola di Bari, piccola ridente cittadina a pochi chilometri da Bari, la quale ha sostenuto l’esame di licenza media, ottenendo il massimo dei voti, risultato che acquista ancora piu’ valore, tenendo presente la dura prova che ha vissuto nel corso di questi ultimi mesi. Infatti, la ragazza ha praticamente perso ben due mesi di lezioni, a causa di continui ricoveri negli ospedali baresi, determinati da una malattia genetica, prova che avrebbe fiaccato chiunque, ma non la grande Maria Antonietta che, con indomito coraggio, ha continuato a studiare e soprattutto a sorridere alla vita, dando nel contempo speranza e fiducia ai genitori Giuseppe e Carmela e al fratellino Sebastiano. Al termine di quest’anno tribolato, la sua vittoria rappresenta il successo di tutti i giovani che ancora credono alla vita, alla sua infinita bellezza e sono capaci di viverla in pienezza, nella vera ed autentica fede in Nostro Signore Gesu’ Cristo, che esalta gli umili ed abbassa i superbi, senza intraprendere strade pericolose sotto il profilo sia fisico che spirituale e conseguendo ottimi risultati con dedizione e tanti sacrifici.

Mentre Maria Antonietta ha dato a tutti i suoi coetanei e non solo questa grande testimonianza di fede e di coraggio, gli adolescenti italiani vivono completamente lontani dai Valori cristiani. Una indagine sociologica mostra i dati dell’ignoranza delle verità della fede da parte dei giovani che frequentano la vita parrocchiale. Colpa della società, ma anche di quanto offriamo loro. Novemila under 30, scelti secondo rigorosi criteri statistici, sono stati intervistati in un progetto curato dalle ricercatrici Rita Bichi e Paola Bignardi. I risultati sono poi confluiti nel volume “Dio a modo mio. Giovani e fede in Italia” (Vita e Pensiero). Emerge un quadro che dire desolante è poco anche se non insospettato da chi abbia minimamente il polso della situazione. Ciò che più impressiona è il semianalfabetismo religioso dei giovani cattolici universitari o già laureati, che hanno frequentato sei e più anni di catechismo e magari tuttora partecipano alla vita di realtà almeno nominalmente ecclesiali. Insomma il dato di questa ricerca che ci deve veramente interrogare è quello che riguarda i “nostri” giovani e li fotografa in uno stato che, spesso, si fatica persino a dire di cristianesimo, figuriamoci se si possa chiamare di sana e robusta fede cattolica. Emerge dominante tra i giovani “cattolici” un’idea vaga e confusa di religione, un sincretismo inconsapevole, una ignoranza crassa dell’abc del Cristianesimo, una pratica alla vita sacramentale optional. Un guazzabuglio new age dove la Risurrezione si confonde con la reincarnazione, Gesù è una specie di Buddha palestinese, W il Papa ma se mi parla di morale allora quasi quasi meglio il Dalai Lama, che Dio esista anche ci credo ma della Santissima Trinità non mi sfiora neppure il pensiero e così continuando.
E sono i “nostri” giovani, quelli che hanno frequentato il catechismo, battezzati-comunicati-cresimati, che per tredici anni di scuola hanno seguito un’ora alla settimana di religione cattolica. Questo studio certifica, ce ne fosse ancora bisogno, il drammatico fallimento della catechesi e della pastorale degli ultimi trent’anni, se non quaranta. Le chiese sono sempre più vuote e così le aule di catechismo ma non riusciamo a formare decentemente neppure quella piccola percentuale di giovani che passano ancora per le nostre cure educative. Ovviamente le felici eccezioni non mancano, eroici parroci, splendidi catechisti, insegnanti di religione per vocazione, ragazzi dottrinalmente preparati e motivati ma … la media statistica dice altro ed è da piangere! Piangiamo pure ma chiediamoci il perché di tanto e tale disastro. Il cardinale Robert Sarah, lo scorso maggio, osservava, intervenendo al Pontificio istituto Giovanni Paolo II, il fallimento formativo del catechismo dei fanciulli così come impostato negli ultimi decenni nella più parte delle parrocchie italiane: “I bambini fanno solo disegni e non imparano niente”, così il Prefetto della Congregazione per il Culto Divino. E come dargli torto se poi i frutti sono quelli rilevati dallo studio di Bichi e Bignardi. Il buon vecchio catechismo di san Pio X che ha formato generazioni e, immagino, lo stesso cardinal Sarah bambino, dava ben più generosi frutti. Le nostre nonne, magari analfabete, sapevano benissimo che Gesù è vero uomo e vero Dio, che la Madonna è sempre vergine, che Iddio è Uno e Trino, quali sono i novissimi, le tre virtù teologali, le quattro cardinali, i dieci comandamenti, i sette sacramenti e le opere di misericordia corporale e spirituale. Poi sono arrivati i nuovi metodi pedagogici, i grandi modelli pastorali, buttato via il nozionismo e con esso anche le nozioni, tutto è dialogo, socializzazione, scambio e interazione … e abbiamo gli universitari “cattolici” che scambiano Buddha con Gesù! Certo la società non aiuta, la crisi della famiglia nemmeno ma ciò spiega in parte, non giustifica il fallimento generalizzato e plateale dell’istruzione religiosa degli ultimi decenni. Forse per comprendere la crisi del catechismo si deve allargare un po’ l’orizzonte d’indagine e guardare alla realtà delle parrocchie e degli altri poli educativi ecclesiali e chiedersi: sono realtà animate dalla profonda consapevolezza di avere un tesoro divino da partecipare? C’è chiara la coscienza della Verità eterna ricevuta, l’unica Verità dalla cui luce ogni uomo deve essere illuminato? Insomma, chi insegna è previamente lui convinto che la Divina Rivelazione custodita e trasmessa dalla Chiesa è l’unica luce capace di illuminare e dar senso all’enigma umano? Quando si ha la fortuna d’incontrare un prete, un catechista, un insegnante di religione con simile consapevolezza, coscienza, convinzione allora il Vangelo affascina, brilla di splendida luce, Cristo si mostra per quello che è: il più bello tra i figli dell’uomo e il Logos eterno, la Bellezza e la Verità sussistenti. E c’è il rischio di innamorarsene e di voler donare tutta la propria vita a Lui. Ma quanto è difficile incontrare simili maestri nella fede, quanto difficile! Ricordo la noia infinita provata durante le ore di catechismo e la delusione negli anni del primo sbocciare della ragione speculativa in me per il vuoto culturale sperimentato negli ambienti “di Chiesa”, per un cristianesimo che mi appariva sempre più insipido, incapace di rispondere ai grandi interrogativi dell’anima umana. Ricordo che mille domande si affacciavano alla mia mente: domande su me, il cosmo, Dio, la storia e la Chiesa, l’escatologia, il senso delle cose, talmente tante che ora più neppure le ricordo tutte. Risposte in parrocchia? Buoni sentimenti a piene mani, qualche richiamo al sociale, gite e pizzate, prima delle Palme disegnare Gesù su qualche cartellone in groppa all’asinello e prima di Natale in fasce nella greppia. E così anch’io fui uno di quelli che appena terminato il catechismo non misi più piede in parrocchia. E se la Provvidenza non mi avesse fatto incontrare un ottuagenario Monsignore d’altri tempi (lo definirei un colto e santo prete anni ’50) e quel miracolo intellettuale che è il tomismo chi lo sa dove sarei finito, in quale miraggio avrei cercato d’estinguere la mia sete di Verità. Di certo non in chiesa! Forse sarei finito a parlar di archetipi con Jung o sarei con Severino a dir che tutto è eterno o più probabilmente, deluso dai vari tentativi, mi cullerei in una gnosi pessimista e tragica alla scuola di Cioran e Ceronetti. Ma così avrei perso Cristo e allora povero me se non avessi conosciuto del Cristianesimo che la versione sciocca che lasciai. Che compassione, che stringimento di cuore mi fanno allora i giovani che, avendo sperimentato solo il Cristianesimo da pizzata e cartellone, cercano altrove un senso alla vita o semplicemente si adagiano a vivere senza più neppure pretendere che la vita abbia un senso. Oggettivamente sbagliano, lo so bene, perché solo Cristo è Via, Verità e Vita e Cristo lo si incontra nella Chiesa ma come li capisco, come li sento vicini e come mi fa rabbia pensare a così tante anime smarrite semplicemente perché non hanno trovato ciò che era loro sacrosanto diritto ricevere da noi pastori: la Verità tutta intera e nulla di meno! Con grande tenacia e fede, la giovane Maria Antonietta ha vissuto anche nel modo piu’ santo ed autentico la sofferenza fisica, con l’assumere ingenti quantitativi di cortisone, che non l’hanno scalfita tuttavia spiritualmente, unendo le sue sofferenze alla Croce di Cristo. Nella visione cristiana la Croce di Cristo non può essere “compresa” razionalmente. Essa non può essere spiegata filosoficamente, come vorrebbero fare coloro che si scandalizzano davanti al Male dei campi di sterminio e dei genocidi e si domandano dov’era Dio in certi momenti, ma deve essere interpretata nell’ambito della volontà di Dio stesso e della Sua Rivelazione. Ecco il motivo per il quale essa è causa di scandalo e di rifiuto per tanti spiriti presuntuosi che si considerano umanamente e moralmente autosufficienti, a cominciare da Goethe che – pur essendo un poeta dalla mente oceanica, degno di stare alla pari con Dante e con Shakespeare – quando parla delle sue fobie in cui assimila il rifiuto della Croce di Cristo all’intolleranza per il tabacco, le cimici e l’aglio, si rivela incapace di riconoscere i suoi limiti umani e non fa onore al suo genio. La Croce non va interpretata in base al dolore, ma in base alla fedeltà e all’amore di Dio. Gesù non ha fatto molti discorsi sul dolore ma l’ha combattuto e sconfitto in vari modi: con gli esorcismi, con i miracoli, con le guarigioni; non ha mai cercato direttamente la Croce ma ha voluto sperimentare direttamente il dolore che si è abbattuto sull’uomo per la sua malvagità. Gesù non ci salva perché soffre, ma mentre soffre ci ama, ossia condivide il dolore umano e non ci lascia soli nella nostra sofferenza; non è venuto per abolire il dolore umano, ma si è steso sulla Croce facendoci così capire che Lui non ci lascia soli nel nostro dolore. Quindi, è la visione cristiana che dà un senso al dolore, non la sapienza umana. Il credente sa che può essere liberato dal male ma non dal soffrire: sa che Dio lo ha amato al punto di venire a condividere con lui tutto, anche il dolore. La famosa affermazione di S. Paolo: “Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1, 24) vuole spingerci oltre il masochismo o la semplice accettazione del dolore per farci partecipi di una nuova visione del mondo fondata sulla Croce di Cristo. Ecco i consigli del grande San Pio da Pietrelcina per affrontare le sofferenze: 1.“Se puoi parlare al Signore nell’orazione, parlagli, lodalo; se non puoi parlare per essere rozza, non ti dispiacere, nelle vie del Signore, fermati in camera a guisa dei cortigiani e fagli riverenza. Egli che vedrà, gradirà la tua presenza, favorirà il tuo silenzio, ed in un’altra volta rimarrai consolata quando egli ti prenderà per mano”. 2.- “Quanto più amaro avrai, più amore riceverai” 3.- “Gesù vuole riempire tutto il tuo cuore” 4.- “Dio vuole che la vostra miseria sia il trono della sua misericordia, e le vostre incapacità la sede della sua onnipotenza” 5. – “(La fede è) la fiaccola che dirige i passi di questi spiriti desolati”. 6.- “Nel tumultuare delle passioni e delle avverse vicende ci sorregga la cara speranza della sua inesauribile misericordia”. 7.- “Ogni fiducia ponetela in Dio solo” 8.- “Il miglior conforto è quello che viene dalla preghiera” 9.- “Non temere affatto, ma stimati fortunatissima per essere stata fatta degna e partecipe ai dolori dell’Uomo-Dio” 10.- “Dio vi lascia in quelle tenebre per la sua gloria; qui è il vostro grande profitto spirituale” 11.- “Le tenebre che a volte circondano il cielo delle anime vostre sono luce: per esse voi vi credete nel buio, ed avete l’impressione di trovarvi nel mezzo di un roveto ardente. Infatti quando il roveto brucia, l’aria intorno si riempie di nembo e lo spirito smarrito teme di non vedere, di non comprendere più nulla. Ma è allora che Iddio parla ed è presente all’anima: che ode, intende, ama e trema” 12.- “Gesù mio, dolcezza mia, amor mio, l’amore che mi sostiene” 13.- “Solo in cielo si trova la felicità” 14.- “Quando vi vedete disprezzati, fate come il martin pescatore che costruisce il suo nido sugli alberi delle navi, ovvero elevatevi da terra, elevatevi con il pensiero e con il cuore verso Dio, che è l’unico che vi può consolare e può darvi forza per sopportare santamente la prova” 15.- “Tieni per fermo che quanto più crescono gli assalti del nemico, tanto più Dio è vicino all’anima” 16.- “Benedicine perciò il Signore (per la sofferenza) e rassegnati a bere al calice del Getsemani” 17.- “Durante la tua esistenza, sappi tu sostenere le amarezze per poter partecipare alle sofferenze di Cristo” 18.- “La sorte delle anime elette è il patire; è la sofferenza sopportata cristianamente condizione a cui Dio, autore di ogni grazia e di ogni dono conducente a salute, ha stabilito di darci la gloria” 19.- “Ricordati (…) che non si perviene a salute se non per la preghiera; che non si vince la battaglia se non per la preghiera. A te dunque la scelta” 20.- “La preghiera è la migliore arma che abbiamo; è una chiave che apre il cuore di Dio”. A proposito di educazione, sono attualissimi i consigli del grande San Giovanni Bosco, maestro di educazione per i giovani e fondatore dello scoutismo, del quale si festeggia quest’anno il duecentesimo anniversario dalla nascita. L’essenza della pedagogia di don Bosco era quella di capire i giovani, prenderli per il loro verso e guidarli con la bontà (cioè con amore disinteressato) a diventare “buoni cristiani ed onesti cittadini”. Tale pedagogia non si basa sullo studio e applicazione di regole precise quanto su una mentalità, una disposizione d’animo e una dedizione in grado di coinvolgere l’intera vita. Tre erano i cardini del metodo educativo di don Bosco: ragione, religione, amorevolezza. Questi assieme alla sua costante attenzione al peccato dei ragazzi, vera piaga in grado di minarne la crescita. Grande intuizione di don Bosco fu il suo metodo educativo preventivo, che vedeva nel peccato del giovane il vero nemico da combattere. Il Santo infatti diceva. “ Due sono i sistemi in ogni tempo usati nella educazione della gioventù: Preventivo e Repressivo. Il sistema Repressivo consiste nel far conoscere la legge ai sudditi, poscia sorvegliare per conoscerne i trasgressori ed infliggere, ove sia d’uopo, il meritato castigo. Su questo sistema le parole e l’aspetto del Superiore debbono sempre essere severe, e piuttosto minaccevoli, ed egli stesso deve evitare ogni famigliarità coi dipendenti. Il Direttore per accrescere valore alla sua autorità dovrà trovarsi di rado tra i suoi soggetti e per lo più solo quando si tratta di punire o di minacciare. Questo sistema è facile, meno faticoso e giova specialmente nella milizia e in generale tra le persone adulte ed assennate, che devono da se stesse essere in grado di sapere e ricordare ciò che è conforme alle leggi e alle altre prescrizioni. Diverso, e direi, opposto è il sistema Preventivo. Esso consiste nel far conoscere le prescrizioni e i regolamenti di un Istituto e poi sorvegliare in guisa, che gli allievi abbiano sempre sopra di loro l’occhio vigile del Direttore o degli assistenti, che come padri amorosi parlino, servano di guida ad ogni evento, diano consigli ed amorevolmente correggano, che è quanto dire: mettere gli allievi nella impossibilità di commettere mancanze. Questo sistema si appoggia tutto sopra la ragione, la religione, e sopra l’amorevolezza; perciò esclude ogni castigo violento e cerca di tenere lontano gli stessi leggeri castighi”. Con la sua eccezionale testimonianza, Maria Antonietta ha messo in pratica gli insegnamenti del grande Pier Giorgio Frassati, Patrono della Gioventu’, il quale era solito affermare: “«Vivere senza una fede, senza un patrimonio da difendere, senza sostenere in una lotta continua la Verità non è vivere, ma vivacchiare. Noi non dobbiamo mai vivacchiare…dobbiamo ricordarci che siamo gli unici che possediamo la Verità, abbiamo una fede da sostenere, una speranza da raggiungere»