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Si riduce il già magro reddito degli olivicoltori meridionali con Xylella fastidiosa?

(Pace Giuseppe, Naturalista e Tecnico di Ecologia del Tribunale di Padova). Il grave fenomeno della distruzione di molti ulivi utili all’olivicoltura del territorio del Mezzogiorno e del Salento in modo speciale, pare (dico pare perché vi sono anche possibili ”bufale” sui media e forse volute?) sia causato da un batterio, Xylella fastidiosa. Tale batterio colpisce non solo le piante d’ulivo, ma più di 150 tipologie di piante, molte di queste sono piante a scopo agricolo e ornamentale, come ad esempio l’olivo, gli agrumi e la quercia, per cui si cerca costantemente una cura efficace. La specie Xylella fastidiosa (X .f.) si instaura e si moltiplica nello xilema delle piante, ovvero nei vasi conduttori, formando una sorta di gel che ostruisce l’intero apparato conduttore della pianta, impedendo un adeguato e regolare flusso di acqua e sali minerale. Per questo motivo, una sottospecie di questo batterio è l’agente patogeno causante la malattia CDO o CoDiRO, ovvero “complesso del disseccamento rapido dell’olivo”. Ho chiesto al mio ex compagno di classe di Piedimonte Matese ed ex Sindaco, di informarsi ed informarmi se gli ulivi là, sono ammalati a causa di X. f.. Ha consultato un suo amico Agronomo e altri con responsabilità politica in agricoltura campana. Poi mi ha informato che, per ora pare che la X. f. non c’è, ma ha aggiunto che sono all’opera altre commissioni per studiare il fenomeno ed altre ancora da istituire. Avevo interpellato 2 Agronomi della zona, ma hanno preferito non esporsi, forse perché lasciano che la res pubblica sia solo e soltanto res dei politici, ma si limitano a gridare ”piove governo ladro”. Il disintresse a partecipare alla res pubblica, nel Mezzogiorno, è un atteggiamento dominante, purtroppo. Ma leggiamo cosa scrive l’Agronomo, Mario Izzo, nella Rivista di Ambiente e Territoro Natura dell’Arma dei Carabinieri del 9.11.2015 scriveva: ”Xylella fastidiosa il killer degli olivi salentini”. Nell’articolo evidenziava che dalla sua scoperta avuta nell’estate 2013 le domande hanno superato di gran lunga le risposte e questo stato di incertezza ha alzato il livello della tensione sociale, aumentandone la confusione. Infatti sono molte le voci che circolano su X. f., il batterio ribattezzato il killer degli olivi salentini. Nel corso della scorsa assemblea annuale dell’Accademia nazionale dell’Olivo e dell’Olio il tema X. f. è stato trattato con attenzione, con una dotta prolusione ad opera del Prof. G. Martelli dell’Università di Bari che ha consentito di inquadrare il problema e le possibili soluzioni. X. f. è un batterio che possiede varianti molecolari, tanto da classificare quattro sottospecie. Quella che ha attaccato gli olivi salentini è Xylella fastidiosa pauca, con origine in Sud America, che attacca agrumi e caffè. Un ceppo identico è stato individuato anche in Costa Rica, su caffè ma è noto possa attaccare anche gli olivi, come accaduto in Argentina. Il batterio killer degli olivi non è dunque la variante Multiplex, diffusa soprattutto in California, e custodita presso i laboratori dell’Istituto agronomico mediterraneo per motivi di studio. Xylella fastidiosa pauca non ha infettato solo gli olivi salentini. Anche in Iran sta aggredendo gli olivi e segnalazioni di possibili nuovi focolai, non ancora confermati ma probabili, giungono dal Kosovo e dalla Turchia. Il meccanismo d’azione del batterio è molto semplice. Si insedia nei vasi legnosi dove prolifica, arrivando a ostruirli. L’azione di X. f. è dunque solo meccanica, non essendoci prove, neanche da parte di studi americani, di rilasci di tossine e altri composti potenzialmente tossici per le piante. L’abbandono delle buone pratiche agricole, in buona parte del Salento, può aver favorito l’insediamento di X. f. ma non è la causa della batteriosi. Così il rodilegno, Zeuzera pirina, non è concausa del disseccamento rapido dell’olivo. Alcuni funghi tracheomicotici, già noti per infettare l’olivo e produrre gravi danni, agiscono sicuramente in sinergia con X. f. Ma X. f. è la causa principale del disseccamento rapido dell’olivo? Come dimostrare la natura causale tra patogeno e malattia? Da anni gli scienziati di tutto il mondo si affidano, non solo per le patologie delle piante ma anche quelle umane, ai postulati di Koch. E’ possibile curare le piante? Non è possibile curare alcuna batteriosi sulle piante coltivate, non essendo possibile l’uso di antibiotici. Anche qualora fosse possibile l’uso di antibiotici, la localizzazione di Xylella, nei vasi legnosi, rende difficile il trattamento. Perchè allora alcune piante sembrano “rinascere” dopo l’utilizzo di buone pratiche agricole? Il periodo di decorso della malattia dipende da vari fattori. Il tempo di occlusione dei vasi da parte del batterio non è immediato. Vi possono quindi essere dei riscoppi vegetativi lungo vasi non ancora infetti o non compromessi. Appena anche questi si occludono, però, mancando il nutrimento anche i giovani getti sono destinati a morire. Allo stesso modo le radici dell’olivo, non ricevendo più nutrimento dalla chioma, seccheranno, portando a morte l’intera pianta. Vi sono varietà di olivo resistenti o tolleranti a Xylella fastidiosa? Al momento non sono note varietà vegetali resistenti alla malattia, ovvero in grado di non farsi infettare oppure di sconfiggere l’infezione. Sono state riscontrate differenze, nello stesso Salento, tra diverse varietà di olivi, sia l’Ogliarola leccese sia la Cellina di Nardò paiono particolarmente suscettibili a X. f.. Più tollerante pare invece essere la Leccino sui cui è stato riscontrata una minore carica batterica e una sintomatologia decisamente meno accentuata. Vi è dunque la speranza di trovare, nell’ampio germoplasma italiano, cultivar tolleranti, per poter ridare vita all’olivicoltura salentina. Quanti e quali sono gli insetti vettori di X. f. su olivo? L’Efsa, sulla base della bibliografia esistente, individua molti insetti vettori su cui consiglia di effettuare la lotta. Da studi effettuati, però, solo Philaneus spumarius (sputacchina) è effettivamente portatore del batterio, che invece non è stato isolato, se non saltuariamente, negli altri insetti. Per combattere la sputacchina è necessario per forza operare attraverso erbicidi e pesticidi? E’ possibile una lotta biologica? La sputacchina compie una sola generazione all’anno e si insedia su olivo solo in estate dove si nutre della linfa dai germogli più giovani. L’insetto, arrivato in autunno, va a deporre le uova sulle specie spontanee, anche quando secche. La schiusura delle uova avviene in primavera. In base a detto ciclo è possibile affermare che il diserbo dell’oliveto con erbicidi non è determinante per il contenimento della popolazione, potendo deporre su erba secca. Il diserbo meccanico, attraverso trinciatura e interramento delle erbe, può però essere utile per ridurre le uova. In certe annate o condizioni la sputacchina può proliferare molto, rendendo necessario il contrasto anche all’adulto sugli olivi. In questo caso si possono utilizzare principi attivi autorizzati in regime di agricoltura integrata ma è possibile applicare anche buone pratiche agronomiche in regime biologico per il contenimento dell’insetto, si citano quelle consigliate da Federbio: barriere meccaniche: fasce collanti, tessuto non tessuto; reti anti insetto; barriera fisica su polloni o piante adulte: caolino, silicato di sodio; impiego di prodotti rameici; impiego di propoli e altri corroboranti; utilizzo di piretro naturale (insetticida per il controllo del vettore sia su olivo che sulle piante ospiti del vettore); distribuzioni di zolfo ventilato contro stadi giovanili; preparati biodinamici; distribuzioni di repellenti; piante trappola da trattare con piretro, contro adulti in fase di aggregazione pre riproduttiva in campo. X. f. è un batterio non sporigeno gram-negativo appartenente alla famiglia delle Xanthomonadaceae. L’insetto vettore è Philaenus spumarius o sputacchine, famiglia cosmopolita di insetti dell’ordine dei Rincoti Omotteri. La sputacchina media (Philaenus spumarius L.), è una specie polifaga e occasionalmente dannosa alla vite, alla medica, alla fragola e a piante ornamentali (come rosa) e orticole. Gli adulti presentano colore tra il nerastro ed il bruno chiaro, e sono lunghi circa 5 mm. I danni possono essere diretti (le punture di nutrizione possono provocare decolorazioni e deformazioni) e indiretti dovuti per lo più alla produzione della schiuma (che può imbrattare i prodotti causandone il deprezzamento del valore commerciale) e come vettori di agenti patogeni. Le femmine depongono le uova, con l’ovopositore, nella corteccia degli alberi durante il periodo estivo; le uova passano l’inverno e, in primavera, schiudono liberando le neanidi che si portano sulle piante erbacee. Gli adulti compaiono in estate e possono invadere anche gli alberi sui quali arrivano volando o saltando. La larva si nutre di linfa, che aspira mediante un rostro. Nel liquido viscoso che rilascia come scarto dall’intestino, l’insetto immette aria con le aperture bronchiali, producendo le bollicine che formano il singolare riparo. Non si ritiene superfluo dire che le piante hanno un complesso sistema di circolazione dei liquidi. La specie Homo sapiens, cioè l’uomo, ha un doppio sistema circolatorio arterioso e venoso; mentre le piante hanno due sistemi: uno di trasporto della linfa grezza chiamato xilema e uno per il trasporto della linfa elaborata, detto floema. La linfa elaborata è quella che viene trasferita, partendo solitamente dalle foglie quali organi fotosintetizzanti, a tutti gli altri distretti della pianta. Il sistema della linfa grezza porta principalmente acqua e sali dalla radice a tutti i distretti della pianta, ma in maggior quantità ed in una maggior concentrazione alla foglia. La foglia, che in poche parole è il “laboratorio” di tutta la pianta, è la zona dove i sali e l’acqua, tramite la luce per reazione endotermica, vengono trasformati in vari composti, principalmente in zuccheri semplici come il glucosio, che per reazioni esotermiche ridanno l’energia presa prima dalla luce del Sole: il ”miracolo della vita” potrebbe esclamare entusiasta il biochimico! La linfa elaborata viene poi trasportata dalle zone di produzione, quindi dalle foglie, agli altri distretti del tronco e delle radici, anche se molte piante svolgono la fotosintesi anche in cellule del tronco e radici dove vi sono i plastidi come i cloroplasti. Lo xilema è costituito dalle spesse pareti di cellule morte di grandi dimensioni (massimo comunque 0,5 mm. perché si manifesti capillarità) senza setti trasversali e generalmente non comunicanti tra loro. I vasi del floema sono formati da cellule vive, le cui pareti costituiscono dei setti che rallentano il flusso, e sono tra loro intercomunicanti per facilitare la diffusione della linfa in tutti i tessuti. La lotta contro la supposta batteriosi dell’ulivo, salentino in particolare, appare non facile poiché non esistono metodi curativi da attuare in campo e l’uso di antibiotici, che potrebbe avere un effetto positivo, non è consentito in Unione Europea. In tempi recenti si è assistito ad un aumento di studi scientifici basati sull’uso di tecniche Geomatiche a supporto dell’Agricoltura di Precisione. Tale incremento, favorito dalla maggiore disponibilità di strumenti di rilevazione, ha condotto ad un qualche avanzamento della possibilità di monitorare fenomeni biologici complessi e di gestire, in ambiente GIS, i relativi dati in rete. Le tecniche e i tentativi di capire il mistero della supposta batteriosi dell’ulivo sono varie. Scrive D. Sandroni:”Un batterio e tante bufale” Interviste impossibili – X. f. fa ormai parlare di sé dalla fine del 2013. Tante le teorie, spesso surreali, una sola verità: gli ulivi continuano a morire. Una lezione di epidemiologia, fornita dal patogeno. Chi fosse e cosa facesse in Puglia lo si è affermato ufficialmente a fine 2013, ma strani disseccamenti si registravano in Puglia ormai da qualche anno. Tracheomicosi, si pensava, anche perché senza un apposito kit diagnostico mica si capisce se quei rami secchi sono dovuti a funghi o a batteri, o meglio, a un batterio, X. f.. Una task force venne realizzata per affrontare il problema e la strada prescelta fu quella stabilita a livello europeo per le malattie da quarantena: eradicazione. E da lì la stura a feroci polemiche, accuse, denunce e perfino indagini di una Procura. Il tutto reso tragicomico dalla ridda di bufale che intorno al caso si sono moltiplicate. Tutti fermi per anni, quindi, tranne la Xylella, la quale si è espansa intanto su un areale molto più vasto di quello iniziale. Chiediamo quindi a lei, finora silente, di dirci qualcosa dal suo punto di vista. Prendo spunto da una comunicazione giuntami dal Perito Agrario, Michele Russi, che la X. f. è grave in tre province pugliesi (Lecce, Brindisi e Bari) e minaccia anche il suo nativo e foggiano Gargano, un suo articolo in merito è stato pubblicato sulla Gazzetta del Mezzogiorno. Se M. Russi si preoccupa del Gargano nativo, io mi preoccupo del mio nativo Sannio Alifano, dove, per ora, non pare vi siano tali problemi né lo sono in tutto il territorio della Regione Campania, dicono noti esponenti locali e della Coldiretti, interrogati dal mio compagno di scuola prima citato. Digitalmente leggo che ai primi di aprile c. a. 3.100 sono state le piante infettate in Puglia e i dati dei 243 campioni analizzati nelle 5 province campane (40 CE, 118 AV,34 BN, 42 NA e 9 SA), sono rassicuranti. Leggo anche che ”Nuove misure di emergenza per la prevenzione, il controllo e l’eradicazione della X. f. da parte del servizio fitosanitario della R. Campania. Per effetto della decisione di esecuzione della Commissione Europea le piante destinate all’impianto, ad eccezione delle sementi, delle specie di caffè, lavanda dentata, oleandro, olivo, polygala e mandorlo, possono essere spostate all’interno dell’U. E. solo se sono state coltivate in un sito soggetto a un’ispezione ufficiale annuale. Se sono state sottoposte a campionamento ed analisi che hanno confermato l’assenza di X. f. e, infine, se sono accompagnate da un regolare passaporto delle piante, non è richiesto il passaporto delle piante per lo spostamento delle piante ospiti verso qualsiasi persona che agisca a fini che non rientrano nella sua attività commerciale, industriale o professionale e che acquisisca dette piante per uso proprio”. Ma siamo proprio sicuri che nel Sannio Alifano nessun olivo sia infettato del batterio X. f.? In epoca di lotte commerciali nel mercato globalizzato non è da escludere ipotesi di possibili fondi messi a disposizione facilmente per mettere in ginocchio l’olivicoltura italiana per fare spazio ad importazioni di oli che costano anche molto meno, provenienti da filiere con minore tecnologia moderna e più misteri sui luoghi di provenienza. Sembra non recente la cronaca del finanziamento agli agricoltori che distruggevano viti, olivi, ecc..Ciò che appare anche un po’ strano è che un batterio, la X. f., non sia stato ancora combattuto adeguatamente con tutta la tecnologia di cui può disporre oggi la Batteriologia e la Farmacologia? Se fosse stato un virus si potrebbe anche capire e giustificare di più le difficoltà d’indagine e di terapia. Ma un batterio che non viene debellato nel 2018 d.C.? Normativa di riferimento X. f.: Decisione UE/2015/789 “Misure per impedire l’introduzione e la diffusione nell’Unione di X. f.”. Decreto Ministeriale 19 giugno 2015 che individua i Servizi Fitosanitari regionali competenti ad effettuare indagini ufficiali per la determinazione della presenza di X. f. nei territori di competenza, sulla base di uno specifico piano di monitoraggio annuale. La Commissione Europea con comunicazioni tecniche conferma che la X. f. (Wells et al.) è uno dei batteri delle piante più pericolosi al mondo e provoca tutta una serie di malattie che determinano un enorme impatto economico per l’agricoltura, i giardini pubblici e l’ambiente. Vi sono quattro sotto specie di X. f. segnalate in tutto il mondo -fastidiosa, pauca, multiplex e sandyi sono inoltre, state individuate altre sottospecie e delle ricombinazioni nell’ambito della stessa o di altre sottospecie diverse. Il batterio vive nello xilema delle piante e viene diffuso di solito da insetti vettori. I sintomi associati alla presenza della X. f. nelle piante variano notevolmente da infezioni latenti alla morte della pianta. Le infezioni si possono manifestare anche entro un tempo limitato, in base alla specie vegetale ospite e al livello di inoculo batterico, nonché alle condizioni climatiche. Per la identificazione del patogeno, date le sue caratteristiche, la Commissione Europea ha dato alcune indicazioni per la metodologia di analisi da adottare nelle aree in cui l’agente non è presente. A tal fine le determinazioni analitiche devono essere effettuate attraverso saggi molecolari, in quanto di maggiore sensibilità. Il Piano di Monitoraggio per l’annata 2017 ha previsto un numero minimo di 200 ispezioni, sono stati raccolti 243 campioni e sottoposti ad analisi. I prelievi hanno riguardato la campionatura di piante asintomatiche, con sintomi imputabili ad altre patologie comuni e con sintomi di bruscatura delle foglie. Le specie analizzate sono: Olea europea, Cytisus scoparius, Grevillea spp., Laurus nobilis, Lavandula spp., Myrtus communis, Nerium oleander, Polygala myrtifolia, Prunus avium, Pyrachanta, Rosmarinus officinalis, Salvia officinalis, Viburnum spp. Da media del gennaio 2016 lggo che”Xylella fastidiosa: il nuovo studio italiano evidenzia i rischi e la diffusione. Le opinioni sono contrastanti”. Oltre che la Puglia, anche le coltivazioni presenti in Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna, Campania e Lazio rischiano di essere colpite dalla Xilella f., il batterio in grado di provocare il rapido disseccamento degli ulivi e fino a oggi responsabile dell’abbattimento di oltre duemila specie arboree nel Salento. Non sarebbe esente nemmeno la Maremma, la porzione di costa tirrenica che arriva fino in Toscana, seconda regione italiana per presenza di ulivi. È quanto si evince da uno studio italiano pubblicato sulla rivista Phytopathologia Mediterranea. Il patogeno non compromette la qualità dell’olio e non ha avuto ripercussioni sul raccolto del 2015, migliorato di quasi un terzo rispetto all’anno precedente (quasi raggiunta la quota di 400mila tonnellate), condizionato dall’azione della mosca olearia. Gli studiosi, guidati da Luciano Bosso, ricercatore presso il dipartimento di agraria dell’ateneo campano, hanno utilizzato le informazioni disponibili nelle banche dati e raccolte in tutti i Paesi dove la X. f. si è diffusa e risulta insediata da molti anni. Oltre a considerare le informazioni raccolte dai colleghi sul campo, relative ai processi di bruciatura del fogliame e sul disseccamento degli stessi alberi, i 5 autori dello studio hanno analizzato alcuni aspetti relativi alla geologia e all’ecologia delle aree colpite dall’infezione: come il clima delle aree colpite dalla batteriosi, la piovosità, l’andamento delle stagioni, l’altitudine, la vegetazione e l’organizzazione colturale presente nelle aree più aggredite. Si è così scoperto, dopo aver portato a termine il primo lavoro mirato a indagare le esigenze ecologiche del batterio, che X. f. ha trovato le condizioni ideali per colpire ed estendere il suo raggio d’azione nel Salento, a partire dalla zona di Gallipoli: dove il microclima è ancora più specifico. Dal lavoro sono emersi due indicatori «chiave», sulla base di quanto da 2 anni accade nel tacco d’Italia: le ridotte precipitazioni – con livelli medi di piovosità inferiori ai 10 millimetri nei trimestri – e la temperatura superiore alla media di 8 gradi nel trimestre più freddo. Rilevante è stata considerata pure l’altitudine sul livello del mare, fino a 150 metri. «A quote più elevate, così come a temperature più rigide, le condizioni ambientali sono meno favorevoli al propagarsi del batterio», hanno messo nero su bianco i ricercatori, escludendo l’ipotesi che il batterio trovi terreno fertile anche nelle coltivazioni del Nord Italia. Sorprendente, sulla base del modello elaborato nello studio, è l’evidenza secondo cui, oltre al clima, l’habitat ideale del batterio in esame o incriminato risulti rafforzato dal contesto culturale. Agricoltura intensiva (22,49%), modelli complessi di coltivazione (18,5%), presenza di frutteti, boschi e macchia mediterranea (con un altro 20%) sono un humus che agevola la diffusione della Xylella fastidiosa, che vive e si riproduce all’interno dell’apparato conduttore della linfa grezza. Nella ricerca non sono invece state considerate altre due variabili: la presenza dell’insetto vettore – nel caso della Puglia il Philaenus spumarius, ma altri insetti sono sospettati di poter trasportare il batterio da un ulivo all’altro – in tutte le aree studiate e le direzioni del vento che influiscono sui flussi di diffusione dei focolai. «La Calabria, la Sicilia e la Sardegna hanno le maggiori probabilità di offrire un habitat ideale alla diffusione della X. f. nelle coltivazioni di ulivo», si legge nella pubblicazione, da cui non si escludono i rischi di diffusione nelle aree interne della Calabria, del Lazio, della Sicilia e della Sardegna e nei confronti di altre specie vegetali. «In Puglia la Xylella finora ha colpito soltanto gli ulivi, ma attraverso una rapida evoluzione genetica potrebbe diventare un problema riguardante anche i vigneti, i frutteti, i boschi di querce e la macchia mediterranea». Opinione che trova d’accordo G. Vannacci, ordinario all’Università di Pisa e presidente della Società Italiana di Patologia Vegetale. «Il contenimento dell’epidemia è un’emergenza continentale, non limitata alla sola olivicoltura o alla Puglia. Ma è necessario distinguere con chiarezza tra gli interventi atti a mitigare il problema nell’area di insediamento, detta zona infetta, e quelli finalizzati a limitare l’espansione del fronte epidemico, considerata la zona cuscinetto. Nel primo caso devono essere messe in atto misure di difesa integrata che permettano una convivenza con la malattia nel rispetto dell’ambiente, anche attraverso l’adozione di buone pratiche agronomiche. Il contenimento del fronte epidemico nella zona cuscinetto, oltre al controllo del vettore (sfalcio, lavorazioni del terreno e trattamenti fitosanitari), richiede una più intensa attività di monitoraggio e dolorosi interventi di eradicazione, quali l’espianto di piante apparentemente sane in prossimità di quelle infette, fondamentale per la riduzione del potenziale d’inoculo e della relativa pressione epidemica». Ciò premesso, il caso Xylella rimane spinoso, anche in ragione degli scarsi investimenti (appena 170mila euro) riservati alla ricerca, a fronte del quasi dieci volte superiore esborso (13,6 milioni di euro) sostenuto per affrontare l’emergenza. Di certo c’è, come dichiarato nel corso dell’ultima puntata di “Presa Diretta”dal direttore dell’Istituto per la protezione sostenibile delle piante del Cnr di Bari, che «non abbiamo la prova che ci dica che Xylella è l’unico responsabile del disseccamento che si sta osservando sugli ulivi». Da qui le rimostranze degli ambientalisti, convinti che il principio di precauzione non sia sufficiente a giustificare gli abbattimenti, unica strategia finora presa in esame dalla Regione Puglia e dall’U. E.. L’ipotesi non convince nemmeno F. Lops, docente di patologia vegetale all’Università di Foggia, che con il sostegno della Confederazione dei Produttori Agricoli sta trattando alcuni ulivi colpiti dalla X. f. con un mix di 13 prodotti fitosanitari. Le prime evidenze sperimentali sono incoraggianti. «La vegetazione è rispuntata, i rami si sono allungati ed è aumentata la capacità di completare la fotosintesi da parte delle piante», ha spiegato il ricercatore nel corso della trasmissione condotta da R. Iacona. Ma il solo riscontro della presenza del patogeno da quarantena, «anche in assenza del nesso di casualità con la sindrome da disseccamento rapido dell’olivo, richiede di dare il via al contenimento», chiosa Vannacci. Ovvero: l’abbattimento degli alberi infetti. «La diffusione della Xylella sul territorio nazionale ed europeo aprirebbe prospettive drammatiche per l’agricoltura. La misura del suo potenziale impatto economico può essere stimata dal confronto con episodi precedenti, quale la diffusione in Brasile di questo patogeno, dove è ritenuto responsabile di danni per circa cento milioni di euro l’anno». Il dubbio della lotta commerciale che può ipotizzare possibili catene truffaldine che speculano sulla paura di un batterio “untore”mi resta. Nel 2006 ho visitato il Salento, proprio l’untore suddetto sia ritenuto presente. Il mio collega Francesco Masi, gà esperto di prodotti fitosanitari perché il padre lavorava in quel settore, mi ragguagliò non poco dell’ambiente del Salento. Il 26.04 c.a. Roberta De Carolis scrive:” Xylella: in arrivo il decreto che obbliga a utilizzare pesticidi che uccideranno il biologico salentino.. e le api!” E specifica: ”X. f., dopo l’abbattimento in blocco di ulivi secolari per far fronte all’emergenza, arriva dall’Unione Europea un nuovo decreto che obbliga gli agricoltori a utilizzare insetticidi non ammessi in agricoltura biologica, uno dei quali, tra l’altro, accusato di essere dannoso per le api. Il tutto a partire da questo maggio”. In pratica a partire dal prossimo mese anche le aziende che producono olio bio saranno obbligate ad utilizzare sostanze che servono a distruggere gli insetti che trasmettono il batterio della Xylella (Philaenus Spumarius, comunemente noto come ‘sputacchina’): queste però perderanno la certificazione biologica (nonché il mercato) a meno che, nel frattempo, non riescano a far autorizzare alternative ammesse in agricoltura biologica. E pensare che tali alternative esisterebbero: una ricerca tutta italiana condotta proprio in Salento, infatti, aveva messo in luce un trattamento a base di rame e zinco, completamente naturale e compatibile con l’agricoltura bio. E non solo, altre sostanze naturali potrebbero analogamente contrastare l’insetto. Ma perché queste alternative non possono essere usate? Dobbiamo per forza ancora danneggiare le api? Per saperne di più, abbiamo intervistato i principali attori di questa lunga (e dolorosa) vicenda. “L’obbiezione è relativa al fatto che si stanno facendo trattamenti senza aver campionato e monitorato la situazione. Questo da un punto di vista tecnico è un errore, perché, quando si tratta ma non c’è il bersaglio, si immettono nell’ambiente principi attivi nocivi, e soprattutto si rischia di creare resistenza” dice V. Vizioli, Presidente dell’Associazione Agricoltura Biologica Italiana. “Il decreto impone l’utilizzo di due prodotti, di cui uno è un neonicotinoide, per i quali si è chiesto il divieto in quanto fortemente nocivi per le api. Tutti e due comunque in biologico non possono essere usati”. Vizioli ci descrive un disastro annunciato. Gli agricoltori biologici non potranno più avere la certificazione se useranno prodotti ammessi solo nei metodi convenzionali, ma soprattutto si rischia di imporre una sostanza pericolosa per le api, già terribilmente sofferenti da molto tempo a causa dei pesticidi e altre cause umane. Non c’è veramente nulla che si possa fare per contrastare Xylella ma evitare di nuocere ancora alle api e perdere l’agricoltura biologica del Salento? “I possibili prodotti ammessi in biologico sono diversi- ci spiega Vizioli – quindi noi chiediamo che, qualora persistesse l’obbligo di trattamento,nelle aziende biologiche questo venga fatto con tali prodotti. Altrimenti queste aziende, oltre a vedersi ritirato il certificato, dovrebbero ripercorrere tutto il periodo di conversione (contratti, mercato)”. Accanto al trattamento basato su rame e zinco, infatti, in biologico sono stati elaborati in passato altri metodi agronomici e prodotti a bassa tossicità e persistenza ammessi dal regolamento, e alcuni di loro sembrano efficaci contro la sputacchina, quali il piretro naturale e i sali di potassio, nonchè prodotti a base di olio essenziale di arancio. “Questi, necessitano di autorizzazione ministeriale che, in clima di emergenza e obbligo di intervento, troverebbe ampia giustificazione” spiega Vizioli. Non dello stesso avviso la Coldiretti, che però ammette i danni che l’agricoltura biologica subirebbe. “É chiaro che siamo di fronte ad una partita complessa, sostiene G. Cantele, Presidente di Coldiretti Puglia. Certo, c’è il rischio di perdere la produzione biologica, ma il rischio è di perdere tutta la produzione se non facciamo nulla per contenere il disastro. Bisognerà chiedere al Ministero la massima apertura, ammettendo magari altre molecole, ammesse in agricoltura biologica, che possano dare buoni risultati nel combattere il vettore di Xylella. Su questo è necessario l’aiuto della ricerca, che in tempi molto brevi deve metterci a disposizione altre sostanze attive. Va fatto tutto anticipo però, purtroppo abbiamo pochi giorni. Una notizia recente è il ritrovamento di forme pre-adulte di sputacchina nella provincia di Lecce. Questi giorni di caldo che stiamo vivendo e che vivremo stanno accelerando il processo. Quindi abbiamo poco tempo per completare i lavori delle buone pratiche di abbattimento della popolazione della sputacchina”. Norma frettolosa quindi? Secondo AIAB non solo frettolosa, ma anche irrispettosa del Piano Agricolo Nazionale per l’uso sostenibile dei presidi fitosanitari’, che detta i criteri obbligatori di corretto intervento, bypassato in nome dell’emergenza. “Per rispondere alla richiesta della Commissione Europea si emana un decreto un po’ superficiale- conclude Vizioli -Ad esempio dire che i terreni vanno diserbati o trinciata l’erba significa dire due cose molto diverse. Il diserbo abbatte qualsiasi biodiversità del suolo, mentre la trinciatura dell’erba non permette alla sputacchina di proliferare efficacemente mantenendo però l’ecosistema del terreno, l’elemento fondante per mantenere l’equilibrio. E quando c’è equilibrio c’è meno rischio di infezione”. Attualmente la Puglia con pericolo di Xylella è divisa in tre fasce: il Salento, la zona infetta, ovvero la parte di Regione interessata alla presenza del batterio, che parte da Santa Maria di Leuca salendo verso nord (provincia di Lecce, e buona parte delle province di Brindisi e Taranto), poi più a nord la fascia di contenimento, circa 20 km, ancora infetta, ma a ridosso della zona cuscinetto, circa 10 km, che serve a proteggere il più possibile la zona indenne. “Da quando è iniziata la situazione di crisi e quindi da quando sono partite tutte le azioni della Commissione Europea su questo problema- ci spiega Cantele – è persistito il divieto di impianto di qualsiasi specie vegetale sensibile a Xylella nelle zone a rischio, che per la Regione a maggiore produzione di olio d’Italia è stata la condizione imposta peggiore”. Dalla “Gazzetta del Mezzogiorno” del 31 maggio c.a. si legge:”Il rilevamento della X. f., viene solitamente eseguito con tecniche di laboratorio, mentre in questo lavoro, come spiega la ricercatrice del Cnr, S. Chiriacò, «i metodi tradizionali sono stati confrontati con il nuovo test ottenendo risultati sovrapponibili ma con vantaggi significativi in termini di costi e tempo impiegato per l’analisi”. La Batteriologia nasce e si sviluppo soprattutto con L. Pasteur e R. Koch. Essa, con l’uso del microscopio e nuove tecniche d’osservazione, permette di aumentare libri e capitoli aggiornati di continuo sia per il n. di batteri scoperti che per la loro azione sull’uomo e sugli altri animali e vegetali. Uno di tali batteri sta preoccupando soprattutto gli olivicoltori pugliesi, ultimamente, costretti, dall’Unione Europea con testa a Bruxelles, ad abbattere olivi secolari e non. Già il collega Naturalista calabrese, Filippo Barbieri, e lo scrivente hanno evidenziato aspetti dell’azione della Xilella alle piante di olivo di Belvedere Marittimo (CS) e dintorni, dalle colonne di questo media. Appare utile da capire il lavoro svolto da studiosi delle università baresi, dal titolo: ”Analisi assistita da immagini aeree ad elevata risoluzione geometrica per il riconoscimento del CoDiRo associato al batterio X. f. in Puglia” di S. Gualano ed altri. I dati prodotti possono essere utilizzati per l’implementazione di modelli previsionali nella difesa delle avversità sul territorio e per potere così adattare la strategia di intervento e razionalizzare la difesa delle colture. A tal fine sono state utilizzate immagini da aereo ad alta risoluzione geometrica nel visibile e nell’infrarosso vicino relative ad un’area di studio del Salento. Le misure radiometriche rilevate da remoto sono state orientate all’individuazione di appropriati fototipi, morfologicamente in grado di rilevare l’alterazione dello stato di salute delle piante d’olivo (stress di natura biotica o abiotica). Anni fa in Calabria e dintorni preoccupava il batterio Xylella che consumava il legno degli olivi, non ancora in Campania e nel Sannio Alifano, pare. Ma fino a quando possono stare sicuri anche gli alifani e viciniori? Il rinvenimento nel sud della Puglia del patogeno da quarantena X.f. su piante di olivo (Olea europea) ha sollevato forti preoccupazioni, incognite e criticità nella gestione dell’emergenza fitosanitaria, unica per la sua peculiarità. X. f. è un batterio che si riproduce nei vasi xilematici di determinate piante, strozzando l’apparato conduttore della linfa grezza e provocando tutta una serie di alterazioni fisiologiche in grado di determinare anche la morte delle piante colpite. In Puglia la presenza del temibile batterio è relegata per il momento nella sola provincia di Lecce (agri di Gallipoli, Galatina, Lecce, Trepuzzi, Copertino, Alezio, Taviano, Nardò, Ugento, Cursi, Morciano di Leuca, ecc.). La caratterizzazione e l’analisi filogenetica condotta sul batterio hanno evidenziato la collocazione genetica del ceppo pugliese e a cui è stato conferito la denominazione di X. f. subspecie pauca e ceppo CoDiRO. X. f. è nella Provincia di Lecce sulle seguenti specie: mandorlo, ciliegio, oleandro, vinca minor, polygala myrtifolia, westringia fruticosa, acacia, catharanthus roseus (vinca rosea). Altre possibili piante ospiti del batterio possono aggiungersi all’elenco (ancora in fase di accertamenti sperimentali) e gravare ulteriormente sulla condizione fitosanitaria del territorio leccese già pesantemente compromessa. Nelle azioni per il contenimento di X. f. è essenziale attuare un monitoraggio costante del territorio coinvolto al fine di localizzare i sintomi di CoDiRO su specie olivo e dimensionare correttamente l’espansione dell’infezione per mettere in atto le misure necessarie a combatterla. Le scene aeree interessate della ricerca hanno esaminato zone focolaio del territorio salentino in cui erano evidenti i sintomi del CoDiRO associati con la presenza di X. f. I danni riscontrati e diagnosticati sono risultati a carico del materiale legnoso, del floema e dello xilema con occlusione dei vasi linfatici delle piante interessate. Tale quadro sintomatologico ha suggerito la definizione e la caratterizzazione della malattia che ha colpito gli olivi della Puglia come “CoDiRO” a cui spesso è risultata associata la presenza di X. f. I dati raster utilizzati per il riconoscimento dall’alto dei sintomi del CoDiRO si compongono di 10 ortoimmagini ricampionate a 10 cm a partire da fotogrammi, da un altezza media di volo di circa 750 metri sul livello del mare. Tra le sintomatologie tipiche e più frequenti associate alle infezioni di X. f., vanno ricordate la “bruscatura” delle foglie, il disseccamento dei germogli e dei rami e il ridotto accrescimento della chioma. Sintomi specifici del CoDiRO su olivi infetti da X. f.: a) “bruscatura” delle foglie, b) disseccamento dei rami e c) accrescimento ridotto della chioma. Queste ultime, in particolare, diventano sempre più evidenti man mano che l’infezione si diffonde asimmetricamente nella pianta (sino a provocarne la morte) e sono state ritenute oggetto di chiave interpretativa primaria per questo lavoro. Nello specifico, viste le dimensioni del pixel a terra (10 cm), è stato creato un geoDataBase di attributi con tre livelli di gravità del sintomo CoDiRO (lieve, media e alta) in funzione della consistenza del disseccamento riscontrato nelle chiome. La figura seguente mostra la morfologia tipica dei tre fototipi (in falsi colori), scelti per l’analisi visiva a monitor. Gli autori evidenziano la maggiore efficacia delle immagini in falso colore nell’evidenziare i sintomi rispetto al visibile. Ciò trova una fondata giustificazione nella minore influenza delle condizioni di luminosità sulla qualità dell’immagine, agevolando il riconoscimento dei sintomi, grazie ad un maggiore contrasto con lo sfondo. Il risultato dell’editing del processo di riconoscimento (nel focolaio di Trepuzzi), ottenuto in ambiente ArcMap 9.3, ha consentito di classificare circa 450 esemplari di piante d’ulivo. Dal lavorro universitario suddetto si sono volute esplorare le potenzialità del telerilevamento aereo nella valutazione dello stato fitosanitario di piante d’olivo coinvolte con il problema della X. f. attraverso i sintomi CoDiRO ad essa molto spesso associati. In particolare, l’impiego di immagini così spazialmente definite e rafforzate dalla presenza della banda dell’infrarosso vicino (NIR), hanno agevolato notevolmente l’individuazione dei segni del CoDiRO a partire da fototipi chiave, ben correlati all’espressione della patologia. Sebbene ulteriori verifiche su aree più vaste debbano essere condotte, la tecnica ha consentito di raggiungere discretamente gli obiettivi perseguiti dalla ricerca (il 20% delle piante d’ulivo riconosciute e saggiate sono risultate infette al batterio) e porre le premesse per approfondire e migliorare la metodologia attraverso l’uso della restituzione stereoscopica in ambiente GIS. Anche l’aspetto della risoluzione del pixel a terra può essere migliorato con l’impiego di Aeromobili a Pilotaggio Remoto. Ricerche mirate in questa direzione, infatti, consentirebbero di cogliere i sintomi della malattia in una fase ancora iniziale (es. disseccamento dei germogli), intervenendo con maggiore tempestività sull’insorgere di nuovi focolai. Per contro, la necessità di investigare su vaste aree del territorio pugliese, stimola una riflessione sull’uso di immagini aeree a risoluzioni superiore (o immagini satellitari) e su metodologie “meno manuali” di processamento dei dati derivati, in grado di intercettare i sintomi della malattia in tempi più brevi. P. A. Bianco F. Quaglino, In Intersezioni, maggio 2015, scrivono sulle “Caratteristiche biologiche del batterio ed eziologiche della malattia su olivo”. In particolare precisano che:”X. f. è un batterio che colonizza il tessuto xilematico delle piante ospiti, provocando gravi alterazioni al flusso linfatico che, in molti casi, possono condurre alla morte della pianta. X. f. si diffonde attraverso l’azione di insetti in grado di trasmettere il batterio nutrendosi prima dai vasi xilematici delle piante infette (acquisizione) e poi su quelli di piante sane (inoculazione). L’effetto delle malattie causate da X. f. è strettamente legato al tipo di dieta dei vettori. Infatti, molti vettori sono caratterizzati da un’elevata polifagia e, quindi, determinano la rapida diffusione del batterio non solo sulle piante coltivate, ma anche su piante spontanee, naturalmente presenti nell’ambiente. Ciò comporta forti difficoltà nella pianificazione di strategie efficienti per il contenimento delle malattie causate da questo patogeno che, tra l’altro, è da anni inserita nella lista A1 dell’European Plant Protection Organization (www.eppo.org), lista che segnala gli organismi nocivi alle piante non presenti in Europa. X. f., oltre che per la pericolosità, è nota per l’elevata variabilità del suo genoma. Oggi, all’interno della specie, sono state descritte quattro sottospecie, spesso ospite-specifiche: Xylella fastidiosa subsp. fastidiosa, agente causale della malattia di Pierce della vite e di gravi fitopatie di mandorlo e caffè; Xylella fastidiosa subsp. sandyi, agente causale di una malattia dell’oleandro; Xylella fastidiosa subsp. multiplex, agente causale di malattie del mandorlo, come la subsp. fastidiosa, ma anche di altri fruttiferi, come pesco, albicocco e pruno; Xylella fastidiosa subsp. pauca, agente causale di importanti malattie degli agrumi e del caffè. Considerando le quattro sottospecie sopradescritte, si può affermare che X. f. colpisce oltre 150 specie vegetali, tra cui piante coltivate di interesse agricolo (agrumi, vite, pesco, mandorlo, olivo, caffè), specie ornamentali (oleandro), essenze forestali (acero, quercia) e numerose specie spontanee (erbe e arbusti). Il sintomo più frequente, riconducibile alle infezioni da X. f., è la “brucatura” fogliare (leaf scorching), che prevede disseccamenti della parte apicale e/o marginale della lamina. Il sintomo, inizialmente, si manifesta come disseccamento più o meno esteso a carico della chioma, con interessamento dapprima di rami. Le malattie causate da X. f. sono state riscontrate nelle regioni più calde del continente americano: Stati Uniti (California e Florida), Messico, Costarica, Venezuela, Brasile, Perù e Argentina. In regioni meno calde del continente, è stata segnalata la presenza del batterio in piante asintomatiche delle specie vegetali solitamente colpite dalla malattia. La presenza di X. f. in Puglia rappresenta una grave minaccia per l’olivicoltura italiana, già con bassi redditi e in competizione commerciale, con mercanti non piccoli dell’olio d’oliva. In Campania si sprecano le commissioni e gli esperti che parlano di X. f. e, come dice un ex Sindaco del Sannio Alifano, nuovi gettoni di presenza si pagheranno inutilmente. Purtroppo, in Campania in particolare, qualcuno conosce, più di me, che i gettoni di presenza nelle commissioni degli Enti Locali (regionali, provinciali, comunali, consorziali, ecc.), sono molto appetibili e costituiscono un’integrazione al reddito, ma non degli olivicoltori però! Insomma il Palazzo del potere locale è ricco di chi aspira ad integrare il reddito, non lavorando sodo! Se poi un Sindaco del Sannio Alifano, come il dr. S. Cirioli, denuncia un buco di bilancio di diversi milioni di euro, tutti gridano allo scandalo! Ma che attori questi nuovi aspiranti dei Municipi dei quali ne riferiva di malefatte il Sottoprefetto di Caserta, Pietro Farina, che viveva ad Alife, poco meno di un secolo fa, con famiglia numerosa e conosceva bene l’Agricoltura di cui era anche un buon divulgatore scientifico. A Milano il Palazzo del potere, il popolo lo appella anche”Palazzaccio”, ci sarà pure un motivo. La Democrazia richiede una partecipazione attiva al governo della res pubblica, non altre strade come il voto di scambio e le catene truffaldine possibili, dove lo Stato è l’ultimo a sapere, la “Terra dei Fuochi” lo testimonia.