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Sembra che la scuola italiana, abbia una sorta di affezione da rachitismo culturale

(Giuseppe Pace). L’Ocse, ogni anno, misura la nostra qualità scolastica, e lo fa, addirittura, regione per regione. Emerge, da troppi decenni, una qualità che cresce man mano che si sale di latitudine. Eppure la saggezza e la tradizione culturale esistenti al Sud non vengono valutate affatto. Le recenti prese orgogliose delle genti del sud che hanno votato in ossequio alla Costituzione antifascista dimostrano maggiore senso civico del centro nord dove tre regioni addirittura avrebbero fatto a pezzi la sacra carta costituzionale e fatto accentrare i poteri in una nuova dittatura mediatica o quasi. Gli indicatori internazionali, raddoppiano la dose, e indicano solo università del centro nord degne di qualche attenzione qualitativa. Ma allora è inutile o quasi l’ingente massa di soldi pubblici che lo Stato spende e spande ogni anno per permettere e garantire l’elefantiaco sistema dell’istruzione di massa in Italia? La scuola italiana, compresa l’università, non gode di buona salute culturale, è affetta da una malattia subdola quasi una sorta di rachitismo culturale. Nella scuola è cresciuta la mala pianta della burocrazia, i cui rami principali sono l’anonimato, lo scaricabarile, l’indifferenza alla crescita culturale aggiornata, la quasi assenza di responsabilità professionale dei docenti divenuti semplici impiegati. Nonostante l’Ocse ci misuri, ogni anno, il livello regionale di qualità dell’istruzione, l’Italia non ha una “buona scuola” (definita tale, senza pudori, da Renzi, che di riforme strambate ha stancato il 60% degli italiani) ed anche a NordEst che pure è posizionata in apice alla classifica nazionale. La scuola italiana non gode di buona salute culturale, è affetta da una malattia subdola quasi una sorta di rachitismo culturale. Nella scuola è cresciuta la mala pianta della burocrazia, i cui rami principali sono l’anonimato, lo scaricabarile, l’indifferenza alla crescita culturale aggiornata, la quasi assenza di responsabilità professionale dei docenti divenuti semplici impiegati che marcano, puntualmente, il cartellino in orario d’ingresso e d’uscita, ma senza che nessun controllore si permetta di controllare per non essere controllato. Secondo posto fra i “mega atenei”, ovvero le università con più di 40mila iscritti. La classifica del Censis (altro Ente, spesso, da Cassandra?) per l’anno accademico 2016/2017 gratifica l’università di Padova con un ottimo risultato, la conferma del secondo posto, dietro solo Bologna. “Un risultato ottimo che conferma la qualità dell’ateneo patavino – spiega il rettore Rosario Rizzuto – frutto del lavoro quotidiano di tutte le persone che formano la grande comunità dell’università di Padova. Ed è a tutti loro che va il mio ringraziamento. Una bella gratificazione che ci spinge a lavorare ancor di più per migliorare, dove possibile, senza mai fermarsi ai traguardi raggiunti ma vedendoli, piuttosto, come punti di partenza per sempre nuovi obiettivi”. Il MIT domina la tredicesima edizione del QS World University Rankings riconfermandosi la migliore Università al mondo per il quinto anno consecutivo. L’ Università di Stanford guadagna il secondo posto mentre Harvard scende al terzo e l’Università di Cambrige al quarto. Per la prima volta, dall’edizione 2004/05, le prime tre Università sono tutte statunitensi. ETH Zurich ottiene la propria posizione migliore in tutte le edizioni del ranking, piazzandosi all’ottavo posto. L’Università di Edimburgo entra tra le prime venti. Il Politecnico di Milano (183esimo) si riconferma il numero uno in Italia per il secondo anno consecutivo, guadagnando quattro posizioni. È un risultato in contro-tendenza rispetto alla maggior parte delle altre 26 Università italiane – che ad eccezione del Politecnico di Torino (305esimo, guadagna nove posizioni) e dell’Università di Modena e Reggio Emilia (690-700) o perdono terreno o restano nel gruppo 700+. L’ateneo di Bologna cede invece quattro posizioni e scivola al 208esimo posto dal 204esimo. Fa peggio La Sapienza di Roma, che si piazza 223esima scalando di dieci posti. Ancora peggio Padova che risulta 338esima scendendo di 29 gradini, Milano che perde 64 punti e finisce 370esima, Pisa che crolla dal 367esimo posto e si colloca nella fascia 441-450, in compagnia di Firenze, Roma Tor Vergata e Napoli Federico II. La Cattolica che era nella fascia 471-480 scenda in quella 491-500. Molte Università italiane sono tuttavia stimate dagli accademici e dai recruiter internazionali come dimostrano le classifiche di questi due importanti indicatori. Tra gli accademici, la più apprezzata in Italia è Bologna (78), seguita dalla Sapienza di Roma (90), dal Politecnico di Milano (159), da Padova (164), Milano (191) e Pisa (195). Per i datori di lavoro, la migliore in Italia è la Bocconi di Milano (30), con il Politecnico di Milano al secondo posto (63), e quindi la Cattolica (132), il Politecnico di Torino (142) e Bologna (192). All’Università manca il numero chiuso o programmato per molti corsi di laurea, ad iniziare da Giurisprudenza. In Italia e nel NordEst il numero di avvocati e tre volte quello tedesco, che probabilmente alimenta la malagiustizia che si manifesta anche con depenalizzazione, addirittura, del reato penale per chi emette assegni a vuoto (cosa che induce i truffatori ad operare senza alcun timore, anzi). Ad un Dirigente Scolastico statale non si deve dare più potere perché non rischia nulla come, invece, in un sistema d’istruzione privato, dove il Dirigente o anche il Docente nonché gli ATA rischiano il posto se lavorano male. Nello Stato manca il controllore e se c’è bisogna controllarlo, ma da chi? Ma da altro controllore… di inefficienze e nepotismi diffusi? Vi sono però le eccezioni, non preoccupatevi…poco! Gli unici dottori presenti a scuola sono i Dirigenti Scolastici, almeno cosi pretendono di essere appellati dalla corte che li attornia: circa un 30% di personale ausiliario, impiegati statali con 36 ore settimanali di servizio: ATA (Assistenti, Tecnici e Amministrativi). I circa 9 mila ex presidi stilano circolari a iosa chiosando quelle ministeriali, devono ammazzare il tempo e stabilire una sorta di autoritarismo burocratico con le circolari, che nessuno più legge, ma tutti sono tenuti a firmare per presa visione. Insomma al rachitismo culturale scolastico italiano manca il sole dell’iniziativa privata, del rischio d’impresa culturale, dell’impegnarsi del docente e non solo in termini professionali aggiornati anche in termini esemplari come meriterebbero i genitori dei discenti ai quali è severamente proibito sciegliere il docente del figlio/a anche per curare un po’ la sua educazione iniziata, con sacrificio, a casa tra le mura domestiche. No, al figlio, lo Stato impone il corpo docenti, l’orario, le vacanze, le raccomandazioni anonime di deresponsabilizzazione. Sul piano dell’autogratificazione del sistema scolastico italiano non mancano le numerose cassandre che gridano ai quattro venti la bontà dell’istruzione soprattutto nelle elementari. Non è così. Le nostre scuole sono malate di statalismo, di anonimato, di presidenzialismi burocratici, di inefficienze diffuse, di mancanza di qualunque controllo sulla qualità e l’efficacia dell’istruzione. Ci salviamo un po’ per il Sabato ancora con le scuole aperte. Non parliamo di Università, dove siamo classificati ai penultimi ed ultimi posti mondiali. Il QS World University Ranking 2012-2013 LINK, la classifica delle migliori 700 università al mondo pubblicata ogni anno da Quacquarelli Symonds (QS). La graduatoria è stilata in base a sei indicatori tra i quali l’impatto della ricerca, il rapporto studenti/professori, la proporzione di studenti internazionali rispetto al totale. L’edizione 2012-2013 ha fatto registrare il record nel numero di paesi con almeno un’università in classifica (72), il che rappresenta una conferma della consistente crescita della mobilità internazionale degli studenti. Quest’anno è il Massachusetts Institute of Technology (MIT) a risultare al primo posto nella prestigiosa classifica, a seguire l’Università di Cambridge, scesa al secondo posto, mentre il terzo posto è occupato dall’Harvard University (sempre prima dal 2004 al 2009). La prima università italiana è Bologna, 194esima, che però continua a perdere posizioni (era al posto 183 lo scorso anno e al 176 due anni fa). Stesso andamento per la seconda classificata delle italiane La Sapienza di Roma, 216esima. Nel 2011 era al numero 2010 e l’anno prima al 190. In calo Firenze e Pavia che scendono sotto soglia 400. Migliora Roma Tor Vergata, che passa da 380ma a 336ma, come le milanesi Politecnico (da 277mo a 244mo e con un trend positivo che negli ultimi 8 anni gli ha fatto guadagnare ben 115 posizioni) e Statale (da 275ma a 256ma). L’Università di Bari entra, per la prima volta, nella top 600. Il QS World University Ranking suddivide, inoltre, le università anche per singola area disciplinare, individuandone 5: Arts & Humanities, Engineering and Technology, Life Sciences e Medicines, Natural Sciences, Social Sciences & Management. In proposito, segnaliamo che il Politecnico di Milano si conferma al 48° posto nell’area disciplinare dell’Engineering and Technology: è la prima università italiana nella storia dei rankings QS a entrare tra le 50 migliori università tecnologiche del mondo. Si conferma al numero 46 l’Università Bocconi nell’ambito delle Social Sciences & Management. Infine, nonostante le continue pressioni finanziarie, le istituzioni italiane seguitano a produrre eccellenza nell’ambito della ricerca. Sei università figurano tra le prime duecento al mondo in questo indicatore e 15 in totale hanno migliorato il loro punteggio rispetto al 2011. Alla luce delle dinamiche emerse nell’elaborazione della graduatoria, se vorranno competere a livello globale, una delle sfide chiave per il futuro delle università italiane sarà attirare studenti internazionali: attualmente, infatti, nessuna figura nelle top 200 per l’indicatore della proporzione degli studenti internazionali rispetto al totale. Negli USA la forma burocratica è l’ultimo aspetto scolastico, in Italia è il primo. Ecco perché migliaia di giovani dottori italiani migrano ogni anno e molti non intendono più rientrare nella matrigna patria, dove la meritocrazia non esiste come, invece, nei paesi anglosassoni in primis. Per chi ha insegnato anche all’estero, come lo scrivente, le inefficienze del sistema scolastico italiano gli appaioni più vistose, ma anche le punte di eccellenza tra docenti, discenti, presidenze, che non mancano affatto, ma sono represse dal sistema elefantiaco gravido di burocrazia ottusa ed anonima. Le Università italiane non assicurano quasi nulla in una società senza meritocrazia e dove, invece, è diffuso il nepotismo e la raccomandazione. Ma allora, almeno per la scuola, cosa bisognerebbe fare? Intanto cominciare a far sciegliere i docenti ai genitori dei discenti minorenni e ai discenti se maggiorenni. Ma come? Indicando nel modulo d’iscrizione il cognome del prof. di matematica, di disegno, di lettere, di storia, di scienze, ecc..Tale indicazione non è un obbligo per la scuola, ma nemmeno un optional. Se non può soddisfare la richiesta il Dirigente Scolastico lo motiva, per iscritto, ai genitori o al discente se maggiorenne. Ai docenti, che avranno poche richieste di assegnazione dei discenti, si farà una comunicazione scritta di iniziare a fare domanda di trasferimento ad altra scuola. A quelli che avranno troppe domande d’iscrizione si aumenterà lo stipendio del 25%, con contributi chiesti in forma obbligatoria ai genitori. Ogni docente deve poter disporre di una cartella dove i genitori possono visionare liberamente e a richiesta scritta, all’interessato e al Dirigente, il curriculum professionale. Ai Dirigenti Scolastici, da prendere nel mondo delle professioni e non nello Stato, il contratto deve essere biennale e quinquennale ed in parte pagato dai genitori. Ai discenti capaci e meritevoli devono essere assicurate borse di studio consistenti, chieste anche alle categorie economiche del territorio come sponsor detassabili. Queste son solo alcune delle pillole di saggezza acquisita in anni ed anni d’insegnamento in Italia e all’estero. Certo resta il fatto che la scuola deve essere di qualità culturale e non ha importanza se essa è statale oppure non statale. Una sana competizione tra le due favorirebbe la cultura e l’Italia ne ha bisogno se le sue università sono messe cosi male in graduatoria mondiale. La recente riforma renziana, addirittura detta della “buona scuola”, ha avuto il demerito di aumentare l’inefficienze scolastiche, a detta non di pochi.