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Fare cassa sui pensionati per esigenze erariali

(Giuseppe Pace, Segretario Provinciale del Partito Pensionati di Padova). In Veneto a fronte di un aumento della disoccupazione si registrano, secondo l’Inps, „attualmente 1.438.112 pensioni, in media 1,4 per ogni pensionato. A farla da padrone sono gli assegni di vecchiaia (858.427) seguiti da quelli di reversibilità. A confronto con il 2016 sono “sparite” 9.115 pensioni. In tale contesto, si registra anche una riduzione dei pensionati tranne di quelli d’invalidità civile. Le pensioni di vecchiaia sono 854.427, contro le 864.738 del 2016, quelle di invalidità sono passate da 46.672 a 44.655, quella di reversibilità da 310.288 a 313.524, gli assegni sociali da 34.419 a 35.029. Gli assegni per l’invalidità civile da 187.264 sono arrivati a quota a 190.323. Verona è la città con il maggior numero di pensioni (263.443), Belluno è “ultima” in questa classifica con 69.456 assegni.“ Nel 2015 l’Inps ha liquidato nel Padovano 9.033 pensioni contro le 7.310 dell’anno prima (+23.6%). Quelle di anzianità rappresentavano nel 2014 il 25,4% del totale, nel 2015 la percentuale è salita di 12 punti, arrivando a quota 37,5%. La seconda tipologia di assegno previdenziale a livello numerico è la reversibilità, che riguarda per lo più donne. Le pensioni liquidate riguardano per lo più lavoratori dipendenti cui spetta il 46,9% delle posizioni previdenziali accolte nel 2015, con un aumento del 29,7% in confronto al 2014. A seguire, troviamo gli artigiani (1.456 pensioni liquidate lo scorso anno, contro le 1.089 dell’anno prima, con un incremento del 33,7%) e i commercianti (1.070 contro 871, con un più 22.8% sull’anno prima). il numero di assegni di anzianità liquidati dall’Inps a Padova e provincia da 1.860 nel 2014 è balzato a 3.385, quasi raddoppiando. L’Italia è un Paese sempre più vecchio: al 1 gennaio 2017 la quota di individui di 65 anni e più ha raggiunto il 22%, collocando il nostro Paese al livello più alto nell’Unione Europea e “tra quelli a più elevato invecchiamento al mondo”. Con questo dato l’Italia supera anche la Germania che per anni si è collocata ai vertici della classifica europea per quota di over-65 sulla popolazione complessiva. Sono in 13,5 milioni gli italiani che hanno più di 65 anni; gli ultraottantenni sono 4,1 milioni. Per i trattamenti previdenziali e assistenziali spendiamo il 15,8% del pil, record nell’area Ocse, e i contributi non bastano per coprire l’esborso. La riforma Fornero ha abolito, a partire dal 2012, le pensioni di anzianità, sostituite dalla “pensione anticipata” che si può chiedere una volta totalizzati 42 anni e 10 mesi di contributi. Nel 2016 l’Inps ha versato trattamenti previdenziali, pensioni sociali e prestazioni agli invalidi civili per un totale di 197,3 miliardi, a cui vanno aggiunti 67,5 miliardi di spesa per gli ex dipendenti pubblici. La cifra totale ammonta a 264,8 miliardi, il 15,8% del pil: un valore record tra i Paesi sviluppati. La media Ocse è dell’8,2%. La Germania si ferma al 10%, la Spagna spende per le pensioni meno del 12% del prodotto interno lordo e la Francia meno del 14 per cento. E congelare l’età di uscita farebbe lievitare ulteriormente le uscite. Secondo l’economista e presidente dell’Inps Tito Boeri, mantenerla a 67 dal 2021 in avanti comporterebbe “141 miliardi di spesa in più di qui al 2035”, mentre la Ragioneria generale ha calcolato che eliminare il meccanismo di adeguamento alla speranza di vita avrebbe un “effetto cumulato di 21 punti di pil al 2060 e 23,4 al 2070”. Qualcosa come 350-390 miliardi di euro spalmati sui prossimi 40-50 anni. In più il tasso di occupazione italiano è tra i più bassi dei 35 Paesi Ocse: 57,2% contro una media del 66,7 per cento. In Germania la quota di occupati raggiunge il 74,6%, in Francia il 63,8 per cento. Di conseguenza da noi i contributi versati da chi lavora (nonostante aliquote contributive tra le più elevate) non sono nemmeno lontanamente sufficienti per finanziare le prestazioni: lo scorso anno sono ammontati a “soli” 218,6 miliardi. La differenza rispetto alle uscite la ripiana lo Stato, con i soldi della fiscalità generale. La provincia di Padova ha più di 200 mila pensionati, ma le domande di anticipo pensionistico sono tante. Per l’APE sociale (pensione anticipata per disoccupati, invalidi oltre il 74%, assistenza ai familiari con gravi handicap, ecc.) in provincia di Padova, L’Inps sta respingendo circa il 70% delle domande, mentre i Sindacati fingono di ampliare la platea degli aventi diritto come le maestre d’asilo, ecc.. Mentre dal 2019 si può andare in pensione a 67 anni, per esigenze di cassa, la riforma Fornero, ai pensionati tra cui molti i docenti, fu bloccato l’aumento automatico della Contingenza nel biennio 2012/20013. Sul problema delle perequazioni delle pensioni: si anima anche a Padova e provincia il dibattito nato a seguito della recente sentenza della Corte Costituzionale, che ha “salvato” il cosiddetto “bonus” Poletti. Come è noto il decreto è stato emanato in risposta alle censure di incostituzionalità del 2015 emesse dalla Consulta con riferimento alla Manovra Salva Italia, che aveva bloccato il livellamento delle pensioni per il periodo 2012/2013. Il provvedimento adottato dal ministro del Lavoro si prefiggeva l’obiettivo di riparare, ma solo in piccolissima parte, alla mancata perequazione stabilendo altresì che una parte di pensionati, quelli con pensioni dall’importo più elevato (superiori a 3volte il minimo, cioè circa 1500 euro lordi), ne fossero esclusi tour court. La pioggia di ordinanze di rimessione alla Corte che ne seguì ha trovato dunque il proprio epilogo: il bonus Poletti, secondo la Consulta, infatti realizzerebbe «un bilanciamento non irragionevole tra i diritti dei pensionati e le esigenze della finanza pubblica». Un verdetto che però sta sollevando parecchi malumori tra i pensionati, per la mancata rivalutazione delle pensioni. E a farsi portavoce della loro dissenso è, meglio di tutti, vi è il Partito Pensionati, che organizza manifestazioni di protesta come “incatenarsi” davanti all’Inps di Padova, dove partecipai anch’io insieme al Segretario Nazionale C. Fatuzzo, l’ex Segretario provinciale locale, M. Marcassa (ora Presidente), P. Zampello ed altri. I ricorsi avverso la non ottemperanza governativa alla Sentenza di sblocco della contingenza ai pensionati, non poverissimi, languono nei meandri delle schermaglie procedurali così come la diffida di migliaia di pensionati di interruzione della prescrizione al diritto di ricorrere. Molti docenti, me compreso, hanno fatto ricorso tramite il Sindacato della scuola Snals di Padova e di altre province, sono pochi i Magistrati del lavoro, che hanno avuto il coraggio di sentenziare, subito dopo la prima Sentenza della Corte Costituzionale, quella n.70/2015, a favore dei ricorrenti pensionati. Attualmente molti di noi pensionati si aspettavano che il decreto venisse dichiarato “illegittimo” dalla Consulta, visto che, con il pronunciamento della sentenza 70/2015, la stessa Corte aveva ritenuto “illegittimo” il blocco delle perequazioni attuato dalla “legge Fornero”. Invece, in maniera del tutto sorprendente, il “decreto Poletti 65/2015” è stato dichiarato “legittimo” per “motivi di bilancio”. A nostro avviso, la conseguenza sarà una mancata applicazione della perequazione . Ciò fa pensare che sussistendo tali motivi vuol dire che il nostro Stato, in qualsiasi momento, potrebbe decidere di tagliare stipendi e pensioni, visto che il bilancio statale risulta macroscopicamente deficitario. A questo punto oseremmo dire che “ce ne vuole di altre tasse per lenire questa esigenza di bilancio. Va chiarito che i pensionati reclamano il “maltolto” non un aumento, nonché l’indicizzazione delle loro pensioni, secondo i rilevamenti annuali Istat, che- con il “blocco” hanno subito una svalutazione che si aggira sul 35-40%. A questo punto, i pensionati investiranno del problema la competente Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. Come ho già avuto modo di dire nell’intervista a Stoanews, testata giornalistica diretta da Mario Rocco Furlan, disponibile sul sito web del nostro partito, l’Inps ha ancora una certa modalità di erogare il servizio farraginosa che non semplifica la vita dei pensionati, i quali anche per capire come e quando viene pagata la propria pensione devono ricorrere a degli esperti. Le pensioni di vecchiaia assorbono oltre i due terzi (70,0%) della spesa pensionistica totale; seguono quelle ai superstiti (14,9%) e le pensioni assistenziali (8,0%); più contenuto il peso delle pensioni di invalidità (5,6%) e delle indennitarie (1,6%). L’importo medio annuo delle pensioni è di 11.943 euro, 245 euro in più rispetto al 2013 (+2,1%). Nonostante i luoghi comuni l’Istat ci informa che il 47,7% delle pensioni è erogato al Nord, il 20,4% nelle regioni del Centro e il restante 31,9% nel Mezzogiorno. I pensionati sono 16,3 milioni, circa 134mila in meno rispetto al 2013. Il 40,3% dei pensionati percepisce un reddito da pensione inferiore a 1.000 euro al mese, un ulteriore 39,1% tra 1.000 e 2.000 euro; il 14,4% riceve tra 2.000 e 3.000 euro mentre la quota di chi supera i 3.000 euro mensili è pari al 6,1%. Le donne rappresentano il 52,9% dei pensionati e percepiscono in media 14.283 euro (contro 20.135 euro degli uomini); la metà delle donne (49,2%) riceve meno di mille euro al mese, a fronte di circa un terzo (30,3%) degli uomini. I nuovi pensionati (le persone che hanno iniziato a percepire una pensione nel 2014) sono 541.982 mentre ammontano a 675.860 le persone che nel 2014 hanno smesso di esserne percettori (i cessati). Il reddito medio dei nuovi pensionati (13.965 euro) è inferiore a quello dei cessati (15.356) e a quello dei pensionati sopravviventi (17.146), cioè coloro che nel 2013 percepivano almeno una pensione. Il 23,3% dei pensionati ha meno di 65 anni, la metà 51,9% un’età compresa tra 65 e 79 anni e il restante 24,9% ha 80 anni e più. Oggi è 82,5 anni la speranza di vita. Come Partito dei Pensionati, in Provincia di Padova e in Italia, ci stiamo battendo per una maggiore equità del Governo verso i pensionati, ma, purtroppo, ne rileviamo una non lieve sordità, a partire dalla non ottemperanza governativa della Sentenza della Consulta del 2015, che sbloccava la contingenza degli anni 2012, 2013 e 2014, ma che il Governo ha restituito poco o niente in agosto 2015. Le pensioni di vecchiaia assorbono il 70,0% della spesa pensionistica totale; seguono quelle ai superstiti14,9% e le pensioni assistenziali8,0%; più contenuto il peso delle pensioni di invalidità 5,6% e delle indennitarie1,6%. L’importo medio annuo delle pensioni è di 11.943 euro, 245 euro in più rispetto al 2013 (+2,1%). L’Istat informa che il 47,7% delle pensioni è erogato al Nord, il 20,4% nelle regioni del Centro e il restante 31,9% nel Mezzogiorno. I pensionati sono 16,3 milioni, circa 134mila in meno rispetto al 2013. Il 40,3% dei pensionati percepisce un reddito da pensione inferiore a 1.000 euro al mese, un ulteriore 39,1% tra 1.000 e 2.000 euro; il 14,4% riceve tra 2.000 e 3.000 euro mentre la quota di chi supera i 3.000 euro mensili è pari al 6,1%. Le donne sono il 52,9% dei pensionati e percepiscono in media 14.283 euro (contro 20.135 euro degli uomini); la metà delle donne (49,2%) riceve meno di mille euro al mese, a fronte di circa un terzo (30,3%) degli uomini. I nuovi pensionati (le persone che hanno iniziato a percepire una pensione nel 2014) sono 541.982 mentre ammontano a 675.860 le persone che nel 2014 hanno smesso di esserne percettori (i cessati). Il reddito medio dei nuovi pensionati (13.965 euro) è inferiore a quello dei cessati (15.356) e a quello dei pensionati sopravviventi (17.146), cioè coloro che anche nel 2013 percepivano almeno una pensione. Il 23,3% dei pensionati ha meno di 65 anni, la metà 51,9% un’età compresa tra 65 e 79 anni e il restante 24,9% ha più di 80 anni. In Italia i pensionati, dopo 40 anni di attività, sono tartassati da tasse inique, a differenza di altri Paesi europei. Da tempo scrivo che gli Stati Uniti d’Europa sono da farsi e subito per rispondere con una sola voce, tramite i ministri preposti dall’U.E.. Dobbiamo constatare, sempre più, che le regole in tutti i campi della nostra vita sociale saranno emanate dall’U. E. Per sfuggire al limite dei 67 anni per andare in pensione l’’APE sociale va incontro con un sussidio economico previsto nella legge 232/2016, che, dal 1° maggio 2017, accompagna al raggiungimento della pensione di vecchiaia nel regime pubblico obbligatorio alcune categorie di lavoratori individuate come meritevoli di una particolare tutela a condizione di avere raggiunto il 63° anno di età. La stessa legge prevede che possono usufruire della pensione anticipata con il requisito contributivo ridotto, le lavoratrici e i lavoratori con 12 mesi di contribuzione precedenti il compimento del diciannovesimo anni di età, appartenenti a determinate categorie di lavoratori. Ma le numerose domande vengono respinte oltre il 70% in Veneto almeno. Ai pensionati di oggi tocca sorreggere la mancanza di uno stato sociale, che fa cassa anche sulla contingenza dei pensionati e con la connivenza sindacale, ben nascosta ai pensionati, soprattutto docenti.