Crea sito

PAPA FRANCESCO ABOLISCE LA PENA DI MORTE

(di Gianluca Martone) Negli ultimi giorni, la notizia clamorosa è stata quella dell’abolizione della pena di morte da parte di Papa Francesco, il quale ha modificato il catechismo della Chiesa Cattolica. Come ha sottolineato don Mauro Tranquillo della FSSPX, Con un rescritto ex audientia Sanctissimi, la Congregazione per la Dottrina della Fede ci ha fatto sapere che un altro elemento della religione cattolica dovrà considerarsi cambiato ufficialmente: la dottrina sulla liceità della pena di morte. Il Catechismo pubblicato da Giovanni Paolo II, pur contenendo già le innovazioni conciliari, ammetteva ancora (seppur in maniera piuttosto teorica) che l’autorità civile potesse comminare la pena capitale in casi gravissimi. Invece, la modifica al numero 2267 del citato catechismo ci informa che, contrariamente a quanto affermato in passato, «la Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che “la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona”, e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo». Si specifica, seguendo la dottrina conciliare, che la dignità umana non si può mai perdere, nemmeno per crimini gravissimi (san Tommaso d’Aquino faceva un discorso opposto).

Tale innovazione era stata annunciata nel Discorso dell’11 ottobre 2017 ai partecipanti all’incontro promosso dal Pontificio Consiglio per la Promozione della nuova Evangelizzazione, da noi commentato nel Convegno di Rimini di fine ottobre 2017. Per quanto gravissima sia un’alterazione della dottrina cattolica su unennesimo punto, ci preme sottolineare da quali princìpi provenga una tale possibilità, princìpi specialmente sottolineati da Papa Francesco nel discorso qui menzionato. Da dove può venire la conoscenza di una dottrina diversa da quella tramandata? Forse si sono lette le fonti della Rivelazione in modo più accurato? Forse finora l’infallibilità sonnecchiava? Papa Francesco risponde enunciando la tipica dottrina modernista sull’evoluzione del dogma, pur facendo anche un appello del tutto retorico al “Vangelo”. Vediamo cosa dice il discorso citato. Papa Bergoglio precisa chiaramente, a proposito del catechismo, che «non è sufficiente, [quindi,] trovare un linguaggio nuovo per dire la fede di sempre; è necessario e urgente che, dinanzi alle nuove sfide e prospettive che si aprono per l’umanità, la Chiesa possa esprimere le novità del Vangelo di Cristo che, pur racchiuse nella Parola di Dio, non sono ancora venute alla luce». Non si illuda chi vede nel nuovo corso ecclesiale un semplice mutamento di linguaggio: la fede di sempre non basta, né basta trovare un modo di esprimerla adatto all’uomo di oggi: si deve attuare un vero e proprio processo profetico, che guardi alle necessità (“sfide”) dell’uomo moderno come a una vera fonte della rivelazione divina. Francesco si fa più esplicito: «conoscere Dio, come ben sappiamo, non è in primo luogo un esercizio teorico della ragione umana, ma un desiderio inestinguibile impresso nel cuore di ogni persona. È la conoscenza che proviene dall’amore, perché si è incontrato il Figlio di Dio sulla nostra strada (cfr Lett. enc. Lumen fidei, 28)». Parole apparentemente affascinanti, ma che rivelano il pensiero modernista sulla fede: non ci sono delle verità rivelate da accettare, ma un “desiderio” del divino che è dentro l’uomo. Ovviamente tale desiderio non è legato alla rivelazione di verità esterne all’uomo (da accettare con la ragione illuminata dalla fede – e per ciò stesso immutabili), ma può essere esplicitato in tanti modi, secondo le circostanze di tempi o luoghi: così nascono le varie religioni e così sono possibili infiniti mutamenti delle dottrine, a seconda delle necessità e delle sensibilità dei tempi. Una società religiosa organizzata come la Chiesa cattolica non potrà ovviamente ignorare la mutata sensibilità, e a tempo debito dovrà fare propria l’esperienza del suo momento storico che rileggendo il Vangelo scopre “cose nuove”. Chi non lo facesse, indubbiamente resisterebbe allo “Spirito santo”, che altro non sarebbe che lo spirito del mondo e della storia. L’operazione, felicemente portata a termine per la libertà religiosa e l’ecumenismo al concilio, e per la “famiglia” al sinodo di Papa Bergoglio, è ora estesa al tema sensibile della pena di morte. Il Papa infatti prosegue in modo anche più esplicito: «Questa problematica [della pena di morte] non può essere ridotta a un mero ricordo di insegnamento storico senza far emergere non solo il progresso nella dottrina ad opera degli ultimi Pontefici, ma anche la mutata consapevolezza del popolo cristiano, che rifiuta un atteggiamento consenziente nei confronti di una pena che lede pesantemente la dignità umana. Si deve affermare con forza che la condanna alla pena di morte è una misura disumana che umilia, in qualsiasi modo venga perseguita, la dignità personale». Qui la “mutata consapevolezza del popolo” è chiaramente presentata come una “fonte” della dottrina cattolica. E continua: «La Tradizione è una realtà viva e solo una visione parziale può pensare al “deposito della fede” come qualcosa di statico. La Parola di Dio non può essere conservata in naftalina come se si trattasse di una vecchia coperta da proteggere contro i parassiti! No. La Parola di Dio è una realtà dinamica, sempre viva, che progredisce e cresce perché è tesa verso un compimento che gli uomini non possono fermare». Chiaro il richiamo a una permanente rivelazione: non si deve trasmettere (sarebbe “conservare in naftalina”) ma progredire verso un “compimento”, in modo inarrestabile, pena il peccato contro lo Spirito santo, esplicitamente evocato poco sotto: «Non si può conservare la dottrina senza farla progredire né la si può legare a una lettura rigida e immutabile, senza umiliare l’azione dello Spirito Santo. “Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri” (Eb 1,1), “non cessa di parlare con la Sposa del suo Figlio” (Dei Verbum, 8). Questa voce siamo chiamati a fare nostra con un atteggiamento di “religioso ascolto” (ibid., 1), per permettere alla nostra esistenza ecclesiale di progredire con lo stesso entusiasmo degli inizi, verso i nuovi orizzonti che il Signore intende farci raggiungere». Difficilmente si potrebbe sperare in un’esposizione più chiara della dottrina modernista sull’evoluzione del dogma, benché Papa Francesco ripeta più volte che «non si tratta di un cambiamento di dottrina». Chi ragiona da cattolico e pensa che la dottrina della Chiesa corrisponda a una rivelazione conclusa che va trasmessa, non potrà non vedere una contraddizione insanabile, e si dovrà chiedere se la Chiesa abbia sbagliato finora o se sbagli Papa Francesco, in ultima analisi se Cristo abbia detto che la pena di morte è lecita oppure il contrario. Il modernista invece non vedrà contraddizioni: Dio non ha rivelato una dottrina, ma sta dentro di noi, e lo spunto datoci dal “Cristo storico” (che chissà poi che ha detto: non c’erano i registratori…) ci fa vivere un’esperienza religiosa che mettiamo in comune nella Chiesa, con formule concordate tra noi. Questa è l’azione “profetica” dello “Spirito santo”, che non cessa mai, specie quando cerchiamo di rivivere “l’entusiasmo degli inizi”. Così armonizzeremo in nuove formule i nostri rinnovati bisogni e desideri, suggeritici da quello spirito della storia che è Dio stesso, e al quale non bisogna resistere (e che comunque “non si può fermare”). Esattamente la dottrina che san Pio X condannò nell’enciclica Pascendi. Nel momento in cui una tale variazione dottrinale viene imposta ai fedeli in modo ufficiale, è dovere di ciascuno restare fedele alla dottrina tradizionale definita dalla Chiesa e professarlo nei modi e nei tempi appropriati, come fece Monsignor Lefebvre per gli errori del Concilio. Anche il collega Tommaso Scabdroglio si è soffermato su questo cambio epocale e clamoroso adottato da Papa Bergoglio:” Il Santo Padre l’11 maggio scorso ha approvato una nuova redazione del n. 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica dedicato alla pena di morte. Nella nuova versione si legge che “la Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che ‘la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona’, e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo”. I motivi per cui la pena di morte sarebbe sempre illecita vengono indicati dal nuovo numero nel fatto che la sanzione capitale non è adeguata alla dignità della persona umana e nelle attuali circostanze storiche: infatti oggigiorno rispetto al passato “sono stati messi a punto sistemi di detenzione più efficaci, che garantiscono la doverosa difesa dei cittadini, ma, allo stesso tempo, non tolgono al reo in modo definitivo la possibilità di redimersi”.
Infine il nuovo numero fa riferimento ad “una nuova comprensione del senso delle sanzioni penali da parte dello Stato”. Il riferimento, ha spiegato ieri la Congregazione per la Dottrina della Fede, è ad un maggior peso da assegnare alla funzione rieducativa della pena – che per Francesco è intesa esclusivamente come reinserimento nella società civile del reo – rispetto a quella retributiva (che invece dovrebbe essere la principale, cfr. M. Ronco, Il problema della pena,Giappichelli, 1996) e alla funzione di deterrenza. In sintesi la pena di morte è illecita moralmente perché contraria alla dignità della persona, inutile oggigiorno ed esclude la possibilità di ravvedimento del reo. La Congregazione per la Dottrina della Fede ha pubblicatouna lettera indirizzata a tutti i vescovi del mondo che intende esplicitare ancor di più il senso di questa inversione di rotta dottrinale. Su un primo fronte si afferma che c’è stato uno sviluppo dottrinale in merito alla relazione tra dignità della persona e pena di morte, sviluppo già portato avanti da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI: “la nuova formulazione del n. 2267 del Catechismo esprime un autentico sviluppo della dottrina, che non è in contraddizione con gli insegnamenti anteriori del Magistero”. In realtà così non è, tanto che si è deciso di abrogare il vecchio n.2267. Entrambi questi pontefici, come i loro predecessori, avevano tenuto fermo la liceità della pena di morte, ma altresì avevano sottolineato un aspetto connaturato alla medesima liceità della pena di morte: questa deve essere l’extrema ratio. Se esiste uno strumento che difenda la collettività dall’aggressività del reo senza ricorrere alla pena di morte è necessario usare tale strumento, altrimenti è illecito mettere a morte il reo. E’ il principio di proporzione alla base di ogni azione buona: i mezzi per soddisfare un fine buono devono essere adeguati al fine («un atto che parte da una buona intenzione può diventare illecito, se è sproporzionato al fine» Tommaso D’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 64, a. 7 c.). La lettera della Congregazione prosegue proprio sottolineando questo principio di proporzione, affermando che oggi esistono “sistemi di detenzione più efficaci che assicurano la doverosa difesa dei cittadini”. Poi la Congregazione, per sostenere che la pena di morte è sempre “inammissibile”, richiama l’insegnamento dell’Evangelium vitae di Giovanni Paolo II. Ma in esso, all’opposto, si può leggere che “la misura e la qualità della pena devono essere attentamente valutate e decise, e non devono giungere alla misura estrema della soppressione del reo se non in casi di assoluta necessità, quando cioè la difesa della società non fosse possibile altrimenti” (56). Quindi in principio la pena di morte è lecita, posto che sia l’extrema ratio. Il principio veniva riproposto proprio da quel n. 2267 del Catechismo che Papa Francesco per l’appunto ha deciso di cambiare: “L’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani”. In sintesi la critica di fondo che si può muovere a questo cambio dottrinale è la seguente: si dichiara in modo esplicito che la pena di morte è illecita sempre e comunque. Quando invece, fino a ieri, la pena di morte veniva qualificata dalla Chiesa come sanzione giusta posto che vi fossero dei requisiti, tra questi anche il rispetto del principio di proporzione (pena di morte come extrema ratio). Il nuovo numero delCatechismo e la lettera della Congregazione per la dottrina della fede incardinano l’illeceità della pena di morte sia su motivi di opportunità (esistono altri strumenti per contenere l’aggressività del reo), sia sul seguente principio etico: la pena di morte è sempre una sanzione non adeguata alla dignità del reo. Ma questa è la motivazione alla base degli assoluti morali, cioè delle azioni intrinsecamente malvagie. In tal modo – e veniamo all’aspetto più grave di tutta questa faccenda – la pena di morte, che fino a ieri era condotta considerata lecita dalla Chiesa, oggi si aggiunge al novero dei divieti negativi assoluti insieme ad assassinio, stupro, pedofilia, furto, menzogna, etc. Ma come avevamo già spiegato qualche mese or sono, la pena di morte è invece adeguata alla dignità del reo sia perché ripara alla ingiustizia commessa (funzione retributiva) – e il reo ha tutto l’interesse di compiere un’opera di giustizia, anzi ne ha diritto – sia perché dall’incarcerazione all’esecuzione la pena deve avere il tempo di esercitare una funzione pedagogica: il reo ha così l’occasione di recuperare quella quota di umanità di cui lui stesso si è spogliato con l’azione criminosa. Se si contestano queste due funzioni della sanzione nella pena di morte, rifacendosi al concetto di dignità personale, non si vede perché non contestarli anche per gli altri tipi di pena. In altre parole, se la pena di morte è contraria alla dignità della persona, ciò si potrebbe e si dovrebbe predicare anche per tutte le altre pene detentive. Anche l’ergastolo dovrebbe essere abolito e così pure la carcerazione temporanea. Se togliere la vita ad un reo offende la sua dignità, perché così non dovrebbe essere anche quando gli togliamo la libertà? E dunque qualsiasi pena, anche non di carattere detentivo, apparirebbe ingiusta.Infine affermare che in principio la pena di morte è moralmente illecita porterà di certo a sostenere che anche la legittima difesa e la guerra difensiva sono eticamente censurabili. Infatti il fondamento della pena di morte si trova sia nel principio delle funzioni della pena (retributiva, rieducativa, dissuasiva), sia nel principio della difesa di sé e degli altri.