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VENEZIA. FOSSILI NEL PAVIMENTO DELLA BASILICA DEI FRARI

(di Giuseppe PACE). VENEZIA Ho insegnato scienze naturali all’Istituto d’Arte di Venezia nel 1977 e ricordo di aver visitato la grandiosa Chiesa dei Frari, ammirata da molti miei colleghi veneziani: colti di Storia dell’Arte della loro città natale. Vi sono ritornato tante volte per visite individuali o per accompagnare studenti al Museo Civico di Storia Naturale: anche come membro dell’Accademia Veneziana di Scienze Naturali. Ho accompagnato a Venezia pure parenti ed affini, spesso italoamericani, come il 18 giugno 2015, quando vi ho condotto due giovani canadesi, Antonio e Nicola Forte, studenti di Toronto. Con loro, che parlavano solo inglese e un arcaico vernacolo molisano, ho rivisitato, tra l’altro, la sede storica della Facoltà di Architettura con un’eccellente biblioteca (vi era anche la sezione dei libri di Architetti canadesi) e la Basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari. Un tempo chiamata Ca’ Grande, eretta tra il 1236 e il 1338 ad opera dei Frati Francescani Minori Conventuali, fu ricostruita nel XIV secolo in forme grandiose e in stile gotico-francescano, a 3 navate e 7 cappelle absidali. L’imponente campanile trecentesco in cotto è uno dei più alti di Venezia. La Basilica è uno degli edifici sacri di maggiore importanza per la ricchezza delle opere d’arte che ospita. L’interno, con pianta a croce latina, presenta infatti preziosi dipinti, tra i quali uno dei capolavori della maturità del Tiziano, la Pala dell’Assunta (1516-1518), dipinta dall’artista appositamente per l’altare maggiore. Altre opere degne di nota sono il Trittico della Vergine e Santi di Giovanni Bellini (1488), collocato nella Cappella Pesaro della sacrestia e considerato uno dei capolavori della pittura veneziana del ‘400, e la statua lignea di San Giovanni Battista, di Donatello. Dopo mezzo millennio di trasformazione urbanistica di Venezia, solo i campanili sono rimasti quasi intatti: scandiscono un tempo che passa ma non scompare. Basterebbe ammirare la notissima “Veduta di Venezia” del 1500 di Jacopo de’ Barbari per comprendere quanto i campanili siano sempre stati parte preponderante del meraviglioso equilibrio urbanistico di Venezia, dove svettano circa un centinaio di campanili. A Venezia gli artisti si sono sbizzarriti a costruire campanili anche con forme diverse dalla classica torre e cella campanaria: taluni infatti sono costituiti solo dalle campane montate sopra il tetto della chiesa (come per la Chiesa dei SS. Giovanni e Paolo). La basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari, comunemente detta solo basilica dei Frari, è una delle chiese di Venezia e ha ricevuto nel 1926 da papa Pio XI il titolo di basilica minore. È situata nell’omonimo Campo dei Frari, nel sestiere di San Polo, ed è dedicata all’Assunzione di Maria. La pianta è a croce latina, e lo stile è gotico veneziano in cotto e pietra d’Istria. Possiede tre navate con archi ogivali che poggiano su 6 colonne per lato tra loro collegate da catene rivestite da casse lignee. Misura 102 metri di lunghezza, 48 metri nel transetto ed è alta 28 metri. Oggi ha 17 altari monumentali e al suo interno sono custodite molte opere d’arte, tra cui due dipinti del Tiziano. Ospita, inoltre, le tombe di numerose personalità legate a Venezia, tra cui Claudio Monteverdi e lo stesso Tiziano. Nel pavimento di tale basilica ho scoperto, sempre in compagnia dei 2 studenti canadesi suddetti, interessanti fossili incastonati nei marmi levigati dai secoli di calpestio dei fedeli. Di fossili analoghi ne ho rinvenuti anche nel pavimento della Basilica di Sant’Antonio di Padova e ne ho già trattato in altro articolo. Di questi fossili “veneziani”, invece, è bene descriverne alcuni aspetti salienti. Dei pochi fossili osservati, di Ammoniti, sono ben evidenti le strutture interne delle conchiglie, con la parte concamerata (fragmocono). Le camere del fragmocono sono in parte riempite di cristalli di calcite, il tutto ben levigato dal calpestio plurisecolare dei pellegrini e turisti attoniti. Le Ammoniti comparvero nel periodo del primo Devoniano (~350 milioni di anni fa) e si estinsero alla fine del Cretaceo, contemporaneamente ai dinosauri (circa 65 milioni di anni fa). Si ritiene osservando l’insieme di rocce del pavimento della Basilica in esame (Calcari stratificati in facies di Rosso Ammonitico dal Giurassico inferiore al Cretacico superiore del Veneto occidentale con il caratteristico aspetto nodulare) che i fossili rinvenuti possano essere databili a circa 90 milioni di anni fa. La più apprezzata tra le pietre veronesi è sicuramente il Rosso Ammonitico. La sua caratteristica, oltre al particolare colore spesso anche molto intenso, sono le conchiglie fossili che vi si trovano. Il nome Ammoniti, deriva dalle raffigurazioni di Giove Ammone, divinità romana, rappresentato con delle corna a spirale. Il Rosso Veronese fu apprezzato e utilizzato fin dall’antichità, modellato in colonne, piastrelle, bassorilievi e sculture per decorare palazzi e chiese. Lo si ritrova sulla facciata del Palazzo Ducale e nella Basilica di San Marco a Venezia e in altre chiese medievali e rinascimentali di tutt’Italia. Lo si continua a utilizzare per la sua eleganza da architetti e designer. Non è difficile riconoscerlo, inconfondibile, in rivestimenti e dettagli di ingressi di hotel, lussuosi centri commerciali e altre opere architettoniche in tutto il mondo. La classificazione delle Ammoniti viene tentata sulla base della morfologia e dell’ornamentazione della conchiglia, e della forma dei setti, in base alla linea di sutura (linea di inserzione dei setti sulla superficie interna della parete conchigliare). A fine 1700, il Naturalista, fissista e dunque non ancora evoluzionista, C. Linneo, con la sua rigorosa nomenclatura binomia (classificò per primo l’uomo come specie biologica Homo sapiens sia pure all’apice di una scala evolutiva) ed estendendo le osservazioni, oltre che alla conchiglia, anche all’animale in essa contenuto, mise sulla buona via sistematica gl’innumerevoli studiosi che lo seguirono. L’importanza della conchiliologia nella sistematica dei Molluschi viventi e scomparsi è enorme. Nel regno dei fossili si può affermare che hanno un considerevole predominio i rappresentanti dei Conchiferi. Più di due terzi infatti dei fossili animali sono rappresentati da conchiglie, cosicché il paleontologo deve essere anche conchiliologo. E se del tipo dei Molluschi si può in gran parte ricostruire la filogenesi, ciò è appunto attraverso la conoscenza delle conchiglie. A differenza dei nautiloidi, che hanno generalmente conchiglie con setti semplici e linee di sutura debolmente ricurve, quelle della conchiglia delle ammoniti sono spesso ripiegate e frastagliate; formano selle (inflessioni rivolte verso la camera di abitazione) e lobi (inflessioni rivolte verso la camera iniziale, o protoconca). L’andamento dei setti è generalmente convesso verso l’apertura della conchiglia (altra differenza nei confronti dei nautiloidi in cui è concavo verso l’apertura) e i colletti settali (svasature della parete dei setti in corrispondenza del foro da cui passa il sifone) sono generalmente rivolti in avanti (ad eccezione di alcuni ammonoidi paleozoici in cui sono rivolti all’indietro). La conchiglia delle Ammoniti, come quella dei nautiloidi, è schematizzabile come un cono (cono primitivo o teorico) avvolto su se stesso. È abbastanza simile anche l’evoluzione dell’avvolgimento, da originarie forme “svolte”, dritte o debolmente ricurve (Bactritida), a forme variamente avvolte, anche se nelle ammoniti l’avvolgimento è prevalentemente planispirale. Si tratta di una spirale di tipo logaritmico, avvolta sul piano di simmetria bilaterale dell’organismo. Le categorie tassonomiche (cinque ordini e i relativi sottordini) non vengono qui elencate per economia di spazio. Gli ammonoidi sono ottimi fossili fossili guida dal Paleozoico superiore e per tutto il Mesozoico. Si ritiene che le due ammoniti rinvenute ai Frari siano di età cretacica superiore, cioè circa 85 milioni di anni fa. Molte specie di ammonoidi si sono evolute ed hanno velocemente compiuto il loro corso, durando da trecentomila anni ad alcuni milioni di anni. A causa della loro rapida evoluzione e dell’ampio areale, le Ammoniti risultano essere un prezioso strumento per i naturalisti nei rilevamenti biostratigrafici per la datazione delle rocce sedimentarie, permettendo di collegare gli strati di roccia ad una precisa età geologica e di tracciare correlazioni tra sedimenti di aree diverse, anche a scala mondiale. A me è successo con i fossili del Matese, della Transilvania e delle Dolomiti nonchè con quelli dei pavimenti delle basiliche di Sant’Antonio di Padova e dei Frari di Venezia. Dal momento che gli organismi Ammoniti sono estinti non abbiamo esemplari fossili con parti molli conservate, la ricostruzione dei loro tessuti viventi è basata su analogie con i Cefalopodi attuali e soprattutto sui nautiloidi. Le Ammoniti avevano sicuramente le caratteristiche distintive di tutti i cefalopodi: un capo differenziato con due occhi, una bocca e le relative strutture nutritive, un cervello sviluppato intorno all’esofago; avevano inoltre una massa viscerale che conteneva l’apparato digerente, l’apparato circolatorio, il sistema endocrino e le gonadi. Il piede ancestrale dei molluschi si trasforma in questo gruppo in parte nei tentacoli (per le Ammoniti in numero sconosciuto e ancora oggetto di dibattito tra i ricercatori) e in parte nell’iponomo, un organo cavo che, contraendosi sotto l’azione di fasce muscolari, permetteva la circolazione dell’acqua nella cavità palleale e nelle branchie, e fungeva inoltre da organo di propulsione a “idrogetto” dell’organismo espellendo violentemente l’acqua. L’apparato nutritivo è ancora poco conosciuto: vi era una radula nel retrobocca, con funzione masticatoria; inoltre era presente un apparato mandibolare probabilmente era in parte simile a quello dei nautiloidi (un “becco” corneo più o meno calcicificato), almeno per quanto riguarda la mascella superiore. La maggior parte delle ammoniti era dotata però anche di strutture peculiari del gruppo, a composizione cornea o calcarea, gli aptici, situati ventralmente alla camera di abitazione, che fungevano probabilmente da supporti per la mandibola inferiore e forse anche da opercoli per chiudere l’imboccatura della camera d’abitazione quando l’animale si ritraeva nella conchiglia. Si trattava certamente di organismi dioici, con dimorfismo sessuale più o meno spinto. Secondo la maggior parte degli studi sull’argomento, considerando l’abbondanza delle popolazioni fossili, la strategia riproduttiva degli ammonoidi era di tipo r, fondata cioè su una prolificità molto alta, con numero assai elevato di uova e individui neanici, simile per alcuni versi a quella degli attuali cefalopodi coleoidi. Similmente a questi ultimi, le ammoniti avrebbero avuto uno stadio giovanile con stile di vita planctonico. Come risulta da dati sia paleontologici che sedimentologici, la maggior parte delle ammoniti viveva in acque marine a salinità normale (30000-50000 ppm), in contesti di piattaforma continentale e di mare epicontinentale, in un intervallo batimetrico stimabile da zero a 200 metri di profondità. I fossili di Ammoniti sono invece rari nei depositi di piattaforma carbonatica e nei sedimenti marini litorali e sono generalmente assenti in facies transizionali, come i delta e le piane di marea, ambienti caratterizzati da ampie e rapide variazioni di salinità. Sicuramente vi erano anche forme pelagiche adattate alle acque superficiali oceaniche. La grande varietà di morfologie comparse nella storia evolutiva di questo gruppo indica adattamenti a stili di vita molto diversi, che sono tuttora oggetto di dibattito tra gli specialisti. Da un punto di vista generale, morfologie appiattite e carenate, con profilo acuto, corrispondevano ad abitudini di vita nectoniche, da nuotatori relativamente veloci, mentre le forme più tondeggianti o globose, come anche le forme con ornamentazione molto sviluppata (meno idrodinamiche), sembrano essere state meno mobili, anche se queste considerazioni non dovrebbero essere eccessivamente generalizzate. Spesso, inoltre, durante l’ontogenesi i caratteri della conchiglia cambiano notevolmente, indicando una variazione di habitat significativa dagli esemplari giovanili agli adulti. Le forme “svolte” o con avvolgimento irregolare, infine, sono considerate dalla maggior parte degli studiosi come sicuramente non nectoniche, per lo meno nell’adulto: il dibattito verte soprattutto sulla loro caratterizzazione bentonica o planctonica. Le Ammoniti sono spesso caratterizzate da evoluzione di forme molto simili che si possono ritrovare in tempi diversi e in gruppi non necessariamente relazionati, e su materiale fossile che non sia molto ben conservato spesso la determinazione della specie e talora anche del genere non è facile. Quindi sovente è l’associazione faunistica nel suo insieme a permettere la determinazione corretta della forma e la stessa assegnazione alla biozona (e di conseguenza la datazione). Inoltre, per molte specie i caratteri tipici si vedono solo nella conchiglia adulta, pertanto sono necessari esemplari adulti e completi di camera di abitazione: per contro, molto spesso il paleontologo e lo stratigrafo hanno a che fare con materiale scarso e mal conservato, come il caso delle Ammoniti nel pavimento della Chiesa dei Frari di Venezia, la cui documentazione fossile è raramente continua per un tempo geologico molto esteso, a causa della variazione laterale e verticale degli ambienti sedimentari: vi sono quindi lacune più o meno estese a scala locale che rendono spesso difficile la ricostruzione di un quadro stratigrafico completo e coerente. Negli ultimi decenni, per ovviare a queste problematiche, da parte dei ricercatori si è cercato sempre più di “calibrare” le zonazioni biostratigrafiche ad ammonoidi con quelle sviluppate per altri taxa, esaminando in parallelo la documentazione fossile relativa a diversi taxa su sezioni geologiche particolarmente complete, e cercando di fissare in maniera il più possibile univoca la posizione relativa degli eventi biostratigrafici (comparse, estinzioni e associazioni faunistiche). Nel caso in esame le rocce del pavimento non sono state ancora ben identificate per provenienza geologica. Comunque ci si limita a parlane in forma generica e di appartenenza al grande philum dei Molluschi. I Molluschi costituiscono il secondo phylum del regno animale per numero di specie dopo gli Artropodi, con più di 100.000 specie note. Sono animali primariamente marini, ma alcune specie hanno colonizzato le acque dolci come, ad esempio, i Bivalvi ed i Gasteropodi, ed alcune specie di questi ultimi si sono riadattati anche all’ambiente terrestre. Sono divisi in 8 classi, adatti a qualsiasi tipo di ambiente. L’etimologia del termine si deve al latino mollis (“molle”), in quanto essi non possiedono endoscheletro, ma un corpo muscoloso ed una particolare struttura rigida di supporto (esoscheletro) detta conchiglia. La conchiliologia è quella parte della zoologia sistematica che studia le conchiglie nella loro forma, nella loro struttura, in quanto servono alla classificazione degli animali che le hanno generate. Le notizie che i Greci e i Latini ci dànno sulle conchiglie, sono riferite più che altro all’utilità ornamentale di quelle. Aristotele soltanto fa un’interessante distinzione delle conchiglie in terrestri e marine, dividendo quest’ultime in univalvi e bivalvi. Filogeneticamente le Ammoniti si sono diramate, agli inizi del Devoniano, dai Bactritidi, Cefalopodi fossili che occupano un posto incerto nella sistematica. Poiché gli organi molli del corpo delle Ammoniti sono sconosciuti, anche la loro posizione sistematica è discussa: alcuni le ritengono Tetrabranchiati come i Nautiloidi, altri Dibranchiati come la Spirula e le Belemniti. Pure controversa è la loro classificazione in vari sottordini e numerossime famiglie. In genere si distinguono otto sottordini sulla base dei cambiamenti subiti dalla linea di sutura, anche se vi sono eccezioni alla regola: Anarcestina (Devoniano), Clymeniina (Devoniano superiore), Goniatitina (Devoniano medio-Permiano), Prolecanitina (Devoniano superiore-Trias), Ceratitina (Permiano medio-Trias), Phylloceratina (Trias-Cretaceo), Lytoceratina (Giura – Cretaceo), Ammonitina (Giura -Cretaceo). I Molluschi Cefalopodi dell’ordine Ammonoidea, si sono estinti repentinamente, insieme ad altri gruppi animali, verso la fine del Mesozoico. La loro importanza in Paleontologia si deve al loro utilizzo come fossili guida: la grande espansione areale e la breve diffusione temporale di alcune specie permettono infatti di stabilire correlazioni biostratigrafiche. I fossili presentano conchiglia calcarea di dimensioni variabili da meno di 1 cm a circa 2 m di diametro, generalmente avvolta a spirale in un piano a simmetria bilaterale, con spire involute o evolute. Il guscio può variare da discoidale a globoso ed è costituito di tre strati sovrapposti (periostraco, ostraco e ipostraco). Esistono anche conchiglie eteromorfe: diritte, con avvolgimenti turricolati, a chiocciola, oppure con aspetto singolare. Il guscio è diviso da setti in diverse camere (o logge), di cui l’ultima era abitata dall’animale, le altre, costituenti il fragmocono, erano riempite almeno in parte, di gas. La camera di abitazione può occupare da mezzo giro di conchiglia (gusci brevidomi), fino a poco più di due giri (gusci longidomi). La parte concamerata inizia dalla protoconca, di forma sferoidale, sulla quale, dietro il primo setto, si affacciava l’apice (caecum) del sifone, un sottile organo membranoso cilindrico, situato nel piano mediano della conchiglia, per lo più in posizione esterna, che attraversava tutte le camere e i setti in corrispondenza di ripiegamenti, i colletti sifonali. L’apertura del guscio o peristoma può essere completamente liscia oppure accompagnata da un rostro ventrale o da apofisi. Le ornamentazioni del guscio hanno molta importanza per lo studio della sistematica e dell’evoluzione delle a. poiché sono sempre visibili nel fossile: sia sulla conchiglia sia, in assenza del guscio, impresse sul modello interno. Nei rappresentanti più antichi, per es. Paleozoici, l’ornamentazione è costituita da semplici strie di accrescimento; assume rilevante importanza nelle ammoniti del Giurassico e del Cretaceo. La linea di sutura o lobale, che si osserva alla superficie del modello interno, al di sotto del guscio, è quello che resta dell’inserzione dei setti del fragmocono sulla parete interna della conchiglia. Questa inserzione avveniva secondo linee curve frastagliate e complesse, con la funzione di irrobustire il sottile guscio. La linea lobale ha subito nel corso dello sviluppo filogenetico una complicazione progressiva passando da forme semplici, simili a quelle dei Nautiloidi, a forme complicatissime. Tale complicazione progressiva si osserva anche durante lo sviluppo dei singoli individui. Essa presenta insenature (lobi) e protuberanze espanse verso la parte anteriore (selle), che possono essere frastagliate. Nei Goniatitina paleozoici, le suture (sutura goniatitica) sono semplici. In certe a. paleozoiche, ma soprattutto in quelle del Trias, i lobi sono dentellati e le selle a contorno integro (sutura ceratitica). Nelle a. del Giura e del Cretaceo (e in talune triassiche), i lobi e le selle hanno frastagliature (sutura ammonitica). I tre tipi hanno una collocazione cronologica ben definita. Nella camera di abitazione si trovano talvolta strutture calcaree ornate, che constano di due parti distinte, isolabili e specularmente identiche (Aptychus) o saldate (Anaptychus). Esse vengono interpretate come opercoli o come parti dell’apparato masticatorio delle ammonite. Il nome Ammoniti deriverebbe dal popolo che abitava a Oriente del corso inferiore del Giordano e della parte settentrionale del Mar Morto, nel tratto compreso circa tra i torrenti Jabbok al N. e Arnon al S. Il nome di questo popolo è nell’ebraico biblico “figli di Ammon” o in forma gentilizia “Ammonita”; il nome personale del suo progenitore è Ben-‛Ammī. Il nome sopravvive in quello di ‛Ammān, l’attuale capitale della Transgiordania. Secondo la Bibbia, infatti, tanto gli Ammoniti quanto i Moabiti, con i quali sono spesso uniti, traevano origine da Lot, ch’era nipote di Abramo capostipite degli Ebrei. Gli Ammoniti erano famigerati per la loro crudeltà (Amos, I, 13); la loro religione, imperniata sul culto del dio Melek (Milkom, Moloch) non era diversa da quella dei Moabiti e di altri popoli di stirpe semitica. Ho detto ai due studenti canadesi, affidatimi dai loro genitori pure in visita in Italia, che Venezia ha oltre 100 chiese e qualcuno ha scritto un libro: “Tante chiese, tanti peccatori”. Comunque il mondo cattolico vanta primati incommensurabili di tesori ecclesiali e le chiese di Venezia sono stracolme di tesori artistici e perchè no anche naturalistici come i fossili in esame. Pure i campanili veneziani sono interessanti, ad iniziare da quello più noto di Piazza San Marco. A dispetto della loro onnipresenza, i campanili veneziani sono considerati monumenti secondari in confronto alle chiese che accompagnano, probabilmente per le poche decorazioni di rilevanza artistica e la difficoltà di restaurarli. Il loro valore rimane, comunque, ancorato alle campane che rappresentano, tutt’ora, una considerevole collezione di bronzi. Da Venezia alcuni soldati di ventura rientrarono ad Agnone (IS) e vi fondarono la nota Fonderia Marinelli che fa campane per il Vaticano. I campanili veneziani sono nati come torri di avvistamento o torri-faro di segnalazione, nei secoli sono diventati tanto importanti da dare il nome a numerose calli veneziane (Calle del Campanile a S. Maria Zobenigo, Calle del Campanile a S. Canciano). Rimangono fortunatamente alcuni primati di eccellenza: il più antico è il campanile di San Marco, dell’888 e nel tempo venne colpito da fulmini, terremoti fino al rovinoso crollo del 1902 che salvò solo la campana maggiore. Durante la Repubblica di Venezia alcuni reati erano puniti con l’esposizione del condannato in una gabbia appesa alla torre. I rintocchi delle campane di S. Maria Gloriosa de Frari indicavano la convocazione del Maggior Consiglio insieme a quelle di S. Marco, S. Francesco della Vigna e S. Geremia. Le Ammoniti fossili dei Frari hanno visto passare generazioni di veneziani, veneti e turisti extraregionali, ne hanno ascoltato le preghiere, le suppliche e le curiosità storico-artistiche fino a quelle dello scrivente, naturalistiche. L’Homo sapiens del nostro tempo osserva con ammirazione, forse affettivamente anche, i suoi parenti lontani del medesimo regno animale, anche se fossili incastonati nelle pietre levigate delle chiese, con la consapevolezza della “responsabilità di specie” e con il “principio di precauzione scientifica”.