Crea sito

I MOTIVI DEL NO AL DDL CIRINNA’

(di Gianluca Martone) Dopo l’importantissimo successo del Family Day dello scorso 20 giugno, organizzato dal Comitato “Difendiamo i nostri figli”, che ha visto la partecipazione di un milione di persone a Piazza San Giovanni come non avveniva dal 2007, è necessario analizzare in modo accurato i motivi che ci inducono a pronunciare un perentorio NO al ddl Cirinnà, bloccato in Commissione al Senato, in virtù dei 2000 emendamenti presentati soprattutto dal senatore Carlo Giovanardi di Area Popolare. Si tratta in verità di una sostanziale estensione del regime del matrimonio all’unione tra due persone dello stesso sesso. Infatti, ai sensi dell’art. 3 del ddl, si applicano all’unione civile tutti i “diritti e i doveri” che discendono dal matrimonio ai sensi del codice civile, così come i diritti successori (art. 4), ecc.L’elenco dei diritti già riconosciuti dal nostro ordinamento compare in un dossier di una trentina di pagine compilato dal magistrato Alfredo Mantovano del Comitato ‘Sì alla famiglia’,presentato alla Commissione Giustizia del Senato. Questa ricchezza legislativa dimostra un’attenzione non casuale per i conviventi. Ma si è scelto di non vedere. Occorre allora ricordare questi importanti diritti.ANAGRAFE

Il regolamento anagrafico (30 maggio 1989), spiega in modo inoppugnabile che «l’anagrafe è costituita da schede individuali, di famiglia e di convivenza». Non l’hanno mai letta i sindaci che in questi anni si sono affannati ad annunciare inutili ‘registri delle unioni civili’?
ASSISTENZA SANITARIA La legge n.91 del 1 aprile 1999 prescrive che i medici devono fornire «informazioni sulle opportunità terapeutiche… al coniuge non separato o al convivente more uxorio».
PERMESSO RETRIBUITO La legge n.8 del 2000 ‘Disposizioni per il sostegno della maternità e paternità’, riconosce il permesso retribuito di tre giorni all’anno al lavoratore e alla lavoratrice, anche in caso di documentata grave infermità del convivente.
CONSULTORI FAMILIARI La legge 405 del 1975 garantisce assistenza psicologica e sociale per i problemi della coppia e della famiglia anche ai componenti di una convivenza.
ASSISTENZA AI DETENUTI Le norme sull’ordinamento penitenziario (legge 354 del 1975), prevedono possibilità di colloqui, corrispondenza telefonica al «convivente detenuto», alle stesse condizioni stabilite per il coniuge.
FIGLI Nessuna differenza sul piano legislativo tra genitori regolarmente sposati e conviventi. Addirittura la legge 6 del 2004, nell’elencare chi dev’essere preferito come amministratore di sostegno di una persona priva di autonomia, inserisce «la persona stabilmente convivente», subito dopo il coniuge e prima del padre, della madre, dei figli, dei fratelli. Difficile davvero affermare che i conviventi sono marginalizzati dal nostro ordinamento civile
LOCAZIONI La Consulta, con la sentenza 404 del 1988, ha riconosciuto al convivente more uxorio il diritto di succedere nel contratto di locazione in caso di morte del partner, anche quando sono presenti eredi legittimi. E anche questa è un punto fermo, totalmente a favore delle convivenze.
VITTIME DI MAFIA O TERRORISMO Il diritto di chiedere le provvidenze che lo Stato accorda alle vittime di mafia o di terrorismo è stato esteso, dalle legge 302 del 1990, anche ai conviventi: «L’elargizione di cui al comma 1è disposta altresì a soggetti non parenti né affini, né legati da rapporti di coniugio… e ai conviventi more uxorio».
VITTIME DI ESTORSIONI E USURA Oltre al coniuge, ai genitori, ai fratelli e alle sorelle, anche i conviventi figurano nell’elenco previsto dalla legge 44 del 1999 per le «vittime di richieste estorsive o di usura».
LE ALTRE TUTELE Nel lunghissimo elenco dei diritti già riconosciuti figurano poi ampie garanzie per quanto riguarda, l’assegnazione degli alloggi popolari, l’impresa familiare, il risarcimento del danno patrimoniale, la protezione dei collaboratori e dei testimoni di giustizia. E tanto altro ancora.
COSA RIMANE FUORI? Di fatto sono soltanto due i ‘divieti’ per i conviventi. La reversibilità della pensione e la possibilità di adottare. Insostenibile sul piano economico la prima. Sul piano etico ed educativo la seconda. Ma, guarda caso, sono proprio questi gli obiettivi più ambiti da chi vorrebbe mettere sullo stesso piano matrimonio e unioni gay.Oltre a questo aspetto rilevante, si riscontrano anche altri elementi di dubbia costituzionalità all’interno del disegno di legge. Ad esempio, L’art. 1 del ddl dispone che “l’unione civile si costituisce mediante dichiarazione di fronte all’ufficiale di stato civile che deve poi iscrivere l’unione in apposito registro”. Questo presuppone in capo agli ufficiali di stato civile il dovere di riconoscere e registrare quelle unioni gay. Ciò non è per nulla scontato. Alcuni potrebbero opporsi a questo riconoscimento per ragioni di coscienza. Si potrebbe quindi creare una frizione tra il riconoscimento pubblico dell’unione e la libertà di coscienza di un altro cittadino, o anche la libertà religiosa o di espressione. L’approvazione del ddl quindi implica una limitazione del diritto alla libertà di espressione e di religione di alcuni cittadini (almeno quelli che svolgono il ruolo di ufficiale di stato civile: i sindaci, i loro delegati, gli impiegati di ruolo, ecc.).
I problemi che derivano da questo fatto non sono fantagiuridici ma pura realtà: è noto quanta resistenza ci fu da parte di molti sindaci dopo l’approvazione del “marriage pour tous” in Francia, e i provvedimenti severi presi dal Governo contro i dissidenti. Ancora si è riscontrata la resistenza del Texas alla decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti di estendere a tutti gli stati il matrimonio gay. Il problema è emerso quando il ministro della Giustizia del Texas ha dichiarato che i funzionari comunali non potranno essere obbligati a trascrivere le nozze gay: “Gli addetti (alle nozze) delle contee e i loro impiegati conservano le loro libertà religiose e quindi possono rifiutarsi per motivi religiosi di concedere una licenza di matrimonio a persone dello stesso sesso”. Il ministro si è mostrato consapevole della possibilità che i funzionari vengano denunciati, ma ha promesso in ogni caso sostegno legale.
Inoltre, occorre affermare che la legge ha una rilevante forza pedagogica. Ciò che essa promuove tende a essere percepito come buono e giusto dalla collettività, ciò che proibisce come dannoso e cattivo. Allo stesso modo la definizione degli istituti a livello legale influenza la mentalità e il costume, creando indirettamente tutta una serie di incentivi o di freni verso certi comportamenti.Con l’approvazione di uno pseudo- matrimonio gay lo Stato sta dando un messaggio ben preciso: “riconosco un’unione e la promuovo pubblicamente, non perché ritengo importante la generazione e la crescita dei bambini, ma perché ritengo importante tutelare un sentimento (‘l’amore’)”.L’effetto “pedagogico” sarebbe devastante. Ne deriverebbe una inversione ideologica: il benessere emotivo e sentimentale degli adulti dovrebbe prevalere sull’esistenza e il benessere dei bambini. Pertanto, anche i principi ispiratori della futura azione politica rischierebbero di cambiare a danno della famiglia naturale e della società tutta.Infatti, se lo Stato stesso smette di credere che il riconoscimento del matrimonio implica un legame stretto con la famiglia e i bambini, le politiche future che avranno ad oggetto il matrimonio non saranno principalmente dirette ad agevolare la nascita e la crescita dei bambini (e in particolare le famiglie numerose come vorrebbe l’art. 31 della Costituzione), ma a realizzare interessi personali e sentimentali degli adulti (la logica del divorzio breve è la stessa). Questo risultato sarebbe catastrofico per una nazione che soffre già in modo terribile di una crisi demografica senza precedenti. Il tasso di fertilità medio della donna italiana si aggira sul 1,3, cioè molto al di sotto della soglia di sostituzione generazionale (2,1) e uno dei più bassi al mondo. Ciò vuol dire, tra le molte cose: invecchiamento progressivo della popolazione, insostenibilità economica, in particolare rispetto alla previdenza pubblica, e, in prospettiva, sostanziale estinzione del popolo italiano.
Nel documento della Congregazione della Dottrina della Fede del 31 luglio 2003, firmato dall’allora Cardinale Joseph Ratzinger, cosi è stabilito in merito a questa delicata questione.“ Nei confronti del fenomeno delle unioni omosessuali, di fatto esistenti, le autorità civili assumono diversi atteggiamenti: a volte si limitano alla tolleranza di questo fenomeno; a volte promuovono il riconoscimento legale di tali unioni, con il pretesto di evitare, rispetto ad alcuni diritti, la discriminazione di chi convive con una persona dello stesso sesso; in alcuni casi favoriscono persino l’equivalenza legale delle unioni omosessuali al matrimonio propriamente detto, senza escludere il riconoscimento della capacità giuridica di procedere all’adozione di figli.
Laddove lo Stato assuma una politica di tolleranza di fatto, non implicante l’esistenza di una legge che esplicitamente concede un riconoscimento legale a tali forme di vita, occorre ben discernere i diversi aspetti del problema. La coscienza morale esige di essere, in ogni occasione, testimoni della verità morale integrale, alla quale si oppongono sia l’approvazione delle relazioni omosessuali sia l’ingiusta discriminazione nei confronti delle persone omosessuali. Sono perciò utili interventi discreti e prudenti, il contenuto dei quali potrebbe essere, per esempio, il seguente: smascherare l’uso strumentale o ideologico che si può fare di questa tolleranza; affermare chiaramente il carattere immorale di questo tipo di unione; richiamare lo Stato alla necessità di contenere il fenomeno entro limiti che non mettano in pericolo il tessuto della moralità pubblica e, soprattutto, che non espongano le giovani generazioni ad una concezione erronea della sessualità e del matrimonio, che le priverebbe delle necessarie difese e contribuirebbe, inoltre, al dilagare del fenomeno stesso. A coloro che a partire da questa tolleranza vogliono procedere alla legittimazione di specifici diritti per le persone omosessuali conviventi In presenza del riconoscimento legale delle unioni omosessuali, oppure dell’equiparazione legale delle medesime al matrimonio con accesso ai diritti che sono propri di quest’ultimo, è doveroso opporsi in forma chiara e incisiva. Ci si deve astenere da qualsiasi tipo di cooperazione formale alla promulgazione o all’applicazione di leggi così gravemente ingiuste nonché, per quanto è possibile, dalla cooperazione materiale sul piano applicativo. In questa materia ognuno può rivendicare il diritto all’obiezione di coscienza.”
Di notevole attualità, sono pertanto queste splendide parole pronunciate alcuni anni fa da Papa Giovanni Paolo II.
“Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata. Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un’emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio. Ci alzeremo quando l’istituzione del matrimonio è abbandonata dall’egoismo umano e affermeremo l’indissolubilità del vincolo coniugale. Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato da pressioni sociali ed economiche e affermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell’individuo, ma anche per quello della società”.