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Caserta. Bertinotti e Nogaro sulla società senza padri: «Ribelliamoci alla disperazione»

CAPODRISE (Caserta). Un lungo abbraccio. Si è concluso così l’inedito confronto tra Fausto Bertinotti e Raffaele Nogaro, giovedì pomeriggio, al Palazzo delle Arti di Capodrise. All’ex presidente della Camera e al vescovo emerito di Caserta il Palazzo aveva chiesto di tessere una riflessione, laica e religiosa, sociale e politica, sulla figura del padre e, in generale, sul senso dei legami nella contemporaneità. E l’uno e l’altro, maschere distanti (la tonaca e bandiera rossa), si sono ritrovati a percorrere un tratto di strada insieme, di fronte a una sala strapiena. Su un punto sono apparsi subito d’accordo: l’assenza del padre. Se per Nogaro questo è l’era della post-umanità, in cui l’uomo è servo delle macchine, Bertinotti ha rilanciato, lamentando come i «padri dello spazio pubblico» si siano dissolti, condannando il popolo alla solitudine e alla perdita di ogni dimensione collettiva. È il tempo, ha incalzato Bertinotti, del «tradimento dei chierici», dell’abdicazione della chiesa dal suo ruolo di collante e dalla riduzione della politica a grigia gestione dell’esistente, «come fanno gli amministratori di condominio». Stimolati dalle domande di Michelangelo Giovinale, direttore della rassegna “In cerca del padre”, e dello storico dell’arte Paolo Mazzarella, intervenuti dopo il sindaco Angelo Crescente, i due, intrecciando inediti e personalissimi ricordi familiari alla speculazione teologica e politica, hanno dichiarato che, nonostante tutto, non c’è spazio per la disperazione. Per padre Nogaro si deve riscoprire il forte messaggio di Cristo, «grazie al quale Dio è diventato padre». Niente a che vedere con Yahweh, il Dio delle scritture e della tradizione ebraica, potente e non misericordioso; e niente a che vedere neanche con gli esempi che ci offre l’Antico Testamento, come nel caso di Abramo (che anzi Nogaro definisce «traditore della paternità») o quello spesso esposto dalla Chiesa-istituzione. Cristo ci offre il Dio padre di tutti gli esseri umani, contro cui scagliarsi in un momento di sconforto («Elì Elì lemà sabactàn»), ma a cui ricorrere sempre. «Non è il padre dei credenti, non è l’essere perfettissimo del catechismo». Nella prima parte, Bertonotti aveva parlato della parabola del figliol prodigo: «Mi ha colpito non solo l’accoglienza che il padre offre al figlio che ritorna, ma l’antefatto: la prova d’amore che gli ha dato lasciandolo andar via, una scelta di libertà che vale mille esempi». Su questo fa perno la distanza con Pasolini, il cui «Padre nostro» (in coda al secondo episodio dell”‘Affabulazione”) era servito da esca per il faccia a faccia. «La disperazione in Pasolini ha un carattere di assorbenza e di immanenza che chi, come me, crede in un futuro possibile e migliore, non può accettare». Per il regista del «Vangelo secondo Matteo», infatti, la speranza era sinonimo di consolazione, di illusione caduca. «Per noi il sole dell’avvenire – ha aggiunto Bertinotti – era ed è un sogno, di quelli, però, che quando sono condivisi cambiano la storia». Come le fede. «Paolo di Tarso diceva di sé “sono uomo in questo mondo non di questo mondo”, e questo valeva pure per noi, uomini nella società capitalista, ma non della società capitalista». Il prete e il comunista hanno concordato persino sulla via di uscita: «Da solo l’uomo non si salva. Insieme bisognerà cercare il padre trascendente e insieme bisognerà lavorare per un nuovo, terreno inizio». L’incontro è stato moderato dalla giornalista Annamaria La Penna. Tante, al punto da doverle limitare, le domande del pubblico.