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Gaeta ultimo baluardo identitario, poi diventammo tutti Briganti e poi Emigranti

(di Fiore Marro) Caserta. Inutile smentire che la questione duosiciliana esplose in tutta la sua asperità subito dopo la presunta “liberazione” delle Due Sicilie, strappata ai Borbone da quel bandito di Garibaldi, che con le false promesse di una repubblica e di dare la terra ai contadini, riuscì a turlupinare i babbei che ebbero la sfortuna di credergli, il farabutto appena finita l’opera di occupazione, dimenticò repubbliche, contadini e fratellanze varie per regalare al Re di Sardegna, il famigerato Re Galantuomo, violentatore di minorenni ( La Bela Rusin aveva 14 anni quando si imbatte in lui) al secolo Vittorio Emanuele II, uno Stato pacifico, colpito al cuore, nell’anima e subito dopo nelle finanze, scagliando nella desolazione più nera, una intera popolazione, e miriadi di generazioni future, anche e soprattutto con mezzi che dire spicci potrebbe risultare come una misericordiosa perifrasi, una violenza inaudita che grida ancora vendetta a distanza di 157 anni . Ci incontriamo a Gaeta anche per ricordare tutto ciò, perché resti alto e mai sbiadito il ricordo di una rapina, di un raggiro, di un sopruso, di una resistenza cancellata dalla storiografia di regime. Gaeta deve essere onorata soprattutto per quella gente che vive in luoghi che gli italioti hanno ribattezzato Mezzogiorno, forse perché fa ricordare un poco a tutti noi, che siamo terra di conquista, posto dove tutti possono sedere e desinare a nostre spese, terra dove il sangue profuso e il sopruso sistematico è stata la bandiera ufficiale degli usurpatori . Prima l’emblematico caso Pontelandolfo, dove Enrico Cialdini e Eleonoro Negri riportano l’ ordine con sistemi da macellaio, con il grido di battaglia “Affricani, Affricani!” , massacrarono donne, prete, bambini e persone anziane, rammentandoci le epopee imprese di un altro eroe farlocco d’oltre oceano, il famoso colonnello Custer, massacratore di indiani inermi, e così come lui questi tristi figuri calati dalle lande padana. Poi a Pietrarsa, una volta confermato manu militare l’occupazione territoriale, si tornò a usare la baionetta contro gli operai dell’opificio, in barba alle decantate fratellanze. Anche in Sicilia, accaddero cose vergognose, e in questo caso, ancora peggio, perché furono tanti i siciliani accorsi in massa tra le fila di Garibaldi che permisero a quest’ ultimo la mirabolante liberazione dell’isola. All’iniziale e sincero entusiasmo per i promessi cambiamenti sociali ed economici subentrò in quei picciotti ben presto delusione e rabbia nel vedere come l’operazione unità nazionale significasse soltanto la brutale piemontesizzazione della Sicilia e di tutto l’ex regno. Analogo amarissimo risveglio fu per la Calabria, le Puglie e Napoli con il suo hinterland. Ovviamente il regno delle due Sicilie soprattutto per i contadini e le classi sociali più disagiate non era il Paradiso in terra, ma almeno non si moriva di fame. Le Due Sicilie , dei Borbone, primeggiava, oltre che nel campo agrario, anche in quello marinaresco, come quello siderurgico, pure nel settore dei prodotti tessili, solo in Calabria si censivano oltre 11.000 telai, lanieri e serici 3.000 occupati in questo settore, senza contare la notevole occupazione di mano d’opera dovuta all’estrazione della liquerizia e del tannino da castagno. Tutto ciò avrebbe dovuto avere nuovi impulsi ed incentivi al momento della cosiddetta liberazione. Ed invece, andò tutto a rotoli. Si avverava così la profezia del giovane re Francesco Il di Borbone, Il quale lasciando Gaeta il 14 febbraio 1861 dopo una disperata resistenza, aveva detto al comandante Vincenzo Criscuolo: “Vicenzì, nun ve lasceranno manco l’ uocchie per chiagnere” (Vincenzino, non vi lasceranno neanche gli occhi per piangere), e si riferiva ai piemontesi liberatori. Dobbiamo tenere alto il ricordo del passato per ridare vigore al presente e speranza alle generazioni future. Ecco perché dobbiamo essere tutti presenti a Gaeta, non per noi, ma per tutto ciò che rappresenta. A Gaeta 16, 17 e 18 febbraio 2018 . Portate le bandiere gigliate. Forza e onore.