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Il Mezzogiorno, con il Molise, continua il voto di scambio mediante il reddito d’inclusione da 20 miliardi?

(Giuseppe Pace). BOJANO. In Molise, “Trentino del Sud Italia” si autogratificano alcuni figli della piccola borghesia parassitaria indigena, il voto di scambio elettorale non è cosa rara, purtroppo. Eppure il Legislatore, della nostra Repubblica, proibisce il voto di scambio e punisce chi lo pratica. Chi cavalca la politica del voto di scambio è qualunque partito che ”regala” soldi pubblici ai residenti in qualsiasi territorio italiano e molisano. Certo il regalo non è per i ricchi, che in Molise non abbondano come nelle regioni settentrionali: là abbondano perché le catene di montaggio hanno prodotto merci e servizi tenendo legati al ritmo lavorativo sia donne che uomini fino a circa 67 anni d’età. Questi lavoratori settentrionali e meridionali immigrati, hanno risparmiato, investito ed oggi, non pochi, superano il reddito per permettersi il ”lusso partitico” del voto di scambio, che fa maturare prebende: renziane, soprattutto. In Molise, mancando le catene di montaggio industriale, tranne qualche eccezione, subito andata in crisi e foraggiata bene con i soliti soldi pubblici (vedi l’ex Sam-Società Agricola Molisana- con sede a Monteverde di Bojano) è più facile collocarsi in buona posizione per “mungere” i soldi pubblici che il Governatore regionale promette anche dal Palazzo Colagrosso di Bojano. Infatti si è tenuto là, sabato pomeriggio scorso, un incontro promosso dal Partito democratico sul reddito di inclusione. Lo strumento di sostegno ai meno abbienti è operativo dal 1° dicembre e potrà essere materialmente percepito dalle famiglie in difficoltà dal prossimo 1° gennaio 2018. «Una risposta concreta agli “ultimi”, che sono in cima alla lista del lavoro del Pd – ha detto in apertura il segretario regionale, aggiungendo come – dopo anni di sacrifici, dovuti alla più grande crisi economica dal dopoguerra e alle dissennate politiche di centrodestra, oggi si riescono finalmente a fornire le prime risposte ai bisogni delle persone in difficoltà. Non parliamo di un semplice sussidio, ma di una misura di contrasto alla povertà che punta a coprire progressivamente tutti coloro che ne hanno bisogno e in modo strutturale. Così si esprimono i vertici meridionali del Pd e continuano elogiando il reddito d’inclusione, nuova panacea dei mali nostrani: ”I dati ci parlano di un 34%, un meridionale su tre, esposto a rischio povertà, contro la media nazionale del 19%, che al Nord scende all’11%. Il Molise, con il suo 23%, nel comparto Mezzogiorno sta meglio degli altri. Ma molto c’é ancora da fare. L’introduzione del Rei porta l’Italia al livello delle altre democrazie d’Europa, ma sappiamo benissimo che le famiglie in condizioni di povertà grave sono molte di più di quelle copribili con l’attuale importo finanziario. E il convegno di oggi serve anche a questo, a dire che il Pd Molise vuole che la misura sia estesa a tutte le persone in condizioni di povertà assoluta. Nel frattempo, sono stati posizionati 1,759 miliardi di euro per il 2018 e 1,845 miliardi nel 2019. Significa fino a 534 euro per 18 mesi alle famiglie con cinque o più componenti, a cui si aggiungerà un percorso di reinserimento lavorativo personalizzato”. Spudoratamente commentano che ”Di questi tempi è raro che vengano introdotti nuovi diritti. Eppure è successo, per una volta possiamo rallegrarci, ma soprattutto andare fieri di un importante risultato sociale ascrivibile prima al governo Renzi, che lo ha voluto con primo avvio con altre modalità, poi a quello guidato da Paolo Gentiloni, che lo ha varato e reso immediatamente disponibile da questo dicembre”. Certo che il populismo dei Dp, ma non solo nel panorama partitico italiano, è esemplare, nonostante Renzi lo citi per altri il fenomeno deleterio socialmente. Ma si sa che il “rottamatore per antonomasia” era pronto anche a rottamare soprattutto i suoi avversari interni, che adesso crescono giorno per giorno, ultimo è P. Grasso e già vedono oltre il 10% dei consensi alle prossime elezioni politiche. Il reddito d’inclusione è una delle principali eredità del governo Renzi, immaginata dal suo cerchio magico al potere, compreso la Boschi, figlia dell’indagato banchiere, e portata in fondo da Paolo Gentiloni. Dal primo dicembre, sarà possibile fare domanda per il Rei, meglio noto come «Reddito di inclusione», un beneficio che in prima battuta riguarderà le famiglie con minori, disabili, donne in gravidanza a quattro mesi dal parto e gli over 55 disoccupati. La misura riguarderà per ora 500mila famiglie per un totale di 1,8 milioni di persone e avrà un tetto di 485 euro al mese – 5.800 l’anno – nel caso di famiglie in difficoltà con almeno cinque componenti. Il Reddito di inclusione non ha nulla a che vedere con il reddito di cittadinanza che il Movimento Cinque Stelle vorrebbe concedere ad una platea molto più grande. La proposta di dettaglio depositata in Parlamento arriverebbe a concedere fino a 780 euro a persona. Se però i componenti della famiglia sono sette, il massimo erogabile in un anno è di 37.440 euro. Se si moltiplica questa somma per il numero di famiglie povere si possono apprezzare le conseguenze sui conti pubblici: secondo alcune stime l’operazione costerebbe circa 20 miliardi di euro l’anno, un po’ meno dell’intera manovra lorda per il 2018. Il Rei oggi vale 1,7 miliardi di euro, destinati a crescere ad almeno due miliardi negli anni a venire. Per poter accedere al Reddito di inclusione è necessario avere determinati requisiti e aderire a un progetto di inclusione lavorativa. La misura viene riconosciuta a nuclei con un Isee non superiore a seimila euro e un valore patrimoniale (diverso però dall’abitazione) non superiore ai 20 mila euro. È inoltre necessario risiedere in via continuativa in Italia da almeno due anni, e possono richiederlo cittadini europei o extra Ue con permesso di lungo soggiorno. Le domande potranno essere presentate da inizio dicembre ai Comuni, che invieranno le informazioni all’Inps entro 15 giorni. Una volta controllati i requisiti, l’istituto di previdenza potrà o meno riconoscere il diritto al reddito. Al settentrione molti non sono nati ricchi ed hanno praticato le virtù con il motto: “non c’è povertà senza difetti”, motto diffuso anche nella nostra cultura meridionale, sia antica che moderna. La scelta di aver presentato il nuovo strumento di “voto di scambio elettorale” a Bojano, uno dei tanti luoghi in difficoltà economiche e sociali regionali, non è casuale. «Ringrazio di cuore il circolo del Pd di Bojano che ha sollecitato questo incontro, attivo e forte sui temi più cari al centrosinistra: lavoro, ambiente, povertà e su quelli specifici della città di Bojano, quali le Infrastrutture per il territorio». I saluti iniziali sono stati portati dal segretario del circolo e dal vicesindaco di Bojano. Presenti anche molti degli amministratori della città, insieme ai sindaci di Frosolone, Macchiagodena, Mirabello e a molti amministratori dell’area, cooperative, assistenti sociali, associazioni attive nel sociale. Le cooperative poi sono un altro asso della manica del gioco del Pd, ad esse lo Stato riserva trattamenti di favore facendogli pagare meno tasse! La relazione sullo stato del ‘sociale’ in Molise è stata illustrata dal vicepresidente della giunta regionale, che ha presentato i dati di una regione ancora in difficoltà, ma che ce la fa a risalire la china, senza più abbandonare nessuno (come senza abbandonare nessuno? E gli altri che restano fuori perché li considerati ricchi vi voteranno?). I mass media molisani scrivono che è stata ”Preziosa la partecipazione della referente informatico del progetto Rei della Direzione centrale organizzazione e sistemi informativi Inps, sia per illustrare il funzionamento del Reddito di Inclusione, sia per rispondere alle domande delle tantissime persone presenti a Palazzo Colagrosso. Lo hanno infine ribadito il presidente della Regione e il responsabile del Dipartimento Welfare del Pd, il Rei è davvero uno strumento universale di lotta alla povertà. Welfare e lavoro per poter davvero combattere l’indigenza e restituire speranza e futuro alle persone più deboli e sfortunate, ridistribuendo con equità reddito e benessere. «Sono questi i risultati che il Partito democratico presenta ai cittadini. Non le fantomatiche promesse di improbabili redditi di cittadinanza o impossibili pensioni che vivono solo nella scorrettezza politica delle destre o dei populisti – ha concluso il segretario -. E il Pd resta l’unico partito, in Italia come in Molise, al lavoro sul programma elettorale, forte di risultati concreti, di promesse mantenute, di una linea di condotta fondata sulla serietà di governo e non soltanto sulla denigrazione degli avversari. E si continua ad infangare con la subdola lotta a chi la pensa diversamente e si plaude alla “serietà” del Governo. Renzi plaude al suo 41% di Si referendario, ma il Molise gli votò contro come gran parte dell’Italia, Trentino A.A. escluso. Renzi adesso si preoccupa se a comandare sia Grasso o Dalema nell’altro Pd. Alle prossime politiche il suo presunto 41% si dimezzerà, soprattutto al Nord. Molti vedono che questo Governo sta impoverendo ulteriormente l’Italia con le prebende di denaro pubblico, che distribuisce fuori dei contratti nazionali di categoria e a pioggia, sempre con il brigantesco modo: prendere ai ricchi per dare ai poveri! Il Pd molisano continua sulla sua strada demagogica, che una volta era della Democrazia Cristiana: “strada dell’incontro, dell’ascolto, dell’informazione”. Ma leggiamone il linguaggio aggiornato con il verbo quasi marxista da rivoluzione di non d’ottobre, ma di dicembre 2017:”Tra le persone, con umiltà, ma anche con l’orgoglio di poter presentare i primi importanti risultati per l’Italia e per il Molise. Legge sul terzo settore, dopo di noi, fondo disabilità, fondo per il sociale, caregiver familiare e, in questa legge di stabilità, anche di nuovo le risorse per l’accompagnamento dei disabili. Tutte cose che, come il Sia, ci fanno andare fieri di essere di sinistra concretamente e non per proclami». Cosa fanno i molisani di centrodestra? Preparano le loro armi segrete più impopolari in una regione con poche aziende a cui promettere la riduzione delle tasse, come fa il noto Cavaliere, oppure si preparano a votare il Di Maio di turno, che ha molta esperienza di studio e di lavoro, come, giustamente gli ribadisce pubblicamente S. Berlusconi. Povero Sud nostrano! ne ha ancora di strada da fare, ma in periodo di vacche magre continuare a regalare i soldi pubblici potrebbe costare caro in termini di disaffezione verso i partiti e con una percentuale di assenteisti delle urne sempre più alta. L’Italia non è messa bene al Nord come al Sud, ma è diversa la risposta immunitaria di un organismo ancora sano e di uno malato di assistenzialismo, di nepotismo e di demagogia, morbi che stanno alla base della tecnologia del consenso elettorale meridionale, molisano in primis?