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A LETINO LA BANDA DEL MATESE TRA ANARCHIA E STORIA

(Giuseppe Pace). Leggendo, e a mio giudizio, la Storia vera da quella mistificata, mi è d’obbligo intervenire sulla mistificazione della Storia di Letino, in particolare. Ciò scaturisce anche dal fatto che lo studio della storia comparata mi ha sempre appassionato e pure dal particolare significativo che l’unico saggio esistente, per ora, che tratta di Letino è il mio: ”Letino tra mito, storia e ricordi”, Energie Culturali Contemporanee Editrice, 2009. Alla presentazione del saggio il 14 agosto 2009, già ebbi qualche segnale di avversità dell’intellighenzia locale filoanarchica, poche persone che parlano in nome del popolo letinese. Adesso leggo su non pochi media campani ed oltre che la Storia di Letino pare abbia il fondamento anarchico e insurrezionalista. Poiché non condivido la mistificazione storica intervengo in questo ed in altri media. La Storia dei Comuni, soprattutto se di antichissima origine, è sempre ricca di aspetti sociali. Forse è povera della Grande Storia che si svolgeva lontano, ma ciò è comune a molte altre piccole comunità rurali, soprattutto se isolate. A Letino ad esempio non è possibile sondare bene la Storia dei secoli precedenti il 1900 poiché l’incuria di molti per ignoranza grassa e la violenza di alcuni, causata dall’odio di classe, hanno distrutto i documenti pubblici del passato. Il patavino Tito Livio, ha potuto scrivere i suoi tanti libri su Roma antica perché riusciva a consultare i documenti pubblici, viceversa la sua opera storica non sarebbe stata possibile. Anch’io nello scrivere di Letino, dove nacqui nel 1948 e vi vissi fino a 15 anni, ho dovuto immaginare il mito per poter accennare anche ad un pò di storia vera, ma non ho omaggiato ”adeguatamente” gli Anarchici alla Cafiero-Malatesta e ancora, oggi, subisco la reazione dei seguaci viventi a Letino e a quelli viventi intorno al Matese sia beneventano che alifano, quasi tutti prof. di lettere o impiegati bancari soprattutto. Ma le idee vanno difese se sono idee, viceversa no e io le mie le difendo anche contraddicendo i filo anarchici-insurrezionalisti o della Sinistra di moda, attuali. Ma è bene, per il giovane lettore che si sta facendo ora l’idea in merito al titolo o epigrafe, accennare al clima culturale connesso al Brigantaggio postunitario del Matese. Molti li chiamarono briganti e tanti li chiamarono partigiani. Ancora oggi la scelta di come appellare i protagonisti del fenomeno del brigantaggio postunitario nel nostrano Mezzogiorno non è facile. I figli del popolo, imborghesiti da certa cultura del Sessantotto (che parlava in nome del popolo, ma spesso era espressione di ceti abbienti borghesi) idoladrizza gli eroi del brigantaggio ed alcuni li santifica, come gli Anarchici a Letino, per gli onori della Storia. Ma quale storia? Quella di Sinistra estrema ovviamente i cui confini con l’anarchia e l’insurrezionalismo sono labili. Ma allora la verità dov’è? Quale Storia bisogna insegnare non solo a Letino? Non è difficile se si riesce a separare la cronaca dalla storia e tentare di essere onesti culturalmente. A Letino avvenne un fatto di cronaca di una particolare vicenda tutta legata ad una cultura estranea localmente. La vicenda era stata quella del brigantaggio postunitario che vide tutto il Matese, montuoso, teatro di scorribande, spesso guidate da ex sottufficiali dell’esercito borbonico. Scritti in merito al brigantaggio matesino abbondano e quasi tutti sono con il punto di vista partigiano, che ha le basi nel meridionalismo piagnone legato al ribellismo sempre e comunque. Esiste però un’altra corrente di pensiero detta Merdionalismo non piagnone o del rimboccarsi le maniche che vede anche il Brigantaggio con altra luce storica. Quello del moto anarchico-insurrezionalista, avvenuto sul Matese nel 1877, invece, vede non poca parte dell’intellighenzia marxista matesina (soprattutto professori di discipline umanistiche, in primis filosofi di parte, ma anche impiegati usciti dal liceo classico, magari con il prof. marxista di moda) schierati a fare la Storia locale addirittura universale. Tale schiera di idealisti, che parla in nome del popolo, pur essendone non più parte, ignora la Storia dell’evoluzione sociale della fine del 1800 con le encicliche papali e le leggi monarchiche che contemperano la crescente ascesa del potere del voto d’opinione delle città operaie rispetto alla tradizione ancora imperante in campagna, nel Mezzogiorno e sul Matese. Ma veniamo alla cronaca matesina. Ai primi di aprile del 1877, sul Matese, tra le province di Benevento e Caserta, un nutrito gruppo di Internazionalisti guidato da Carlo Cafiero ed E. Malatesta (ma anche da Pietro Cesare Ceccarelli e Napoleone Papini) pregni di una cultura che propagandava la rivoluzione dell’utopia in nome della Rivoluzione Sociale, dichiararono decaduto il Re e l’autorità governativa nei due isolati paesetti di Letino e di Gallo, nell’alta valle del piccolo fiume Lete il primo e del Sava il secondo, ai confini tra Molise e Campania. Sembra che l’azione rivoluzionaria fosse stata pianificata l’anno precedente, durante il III Congresso dell’Internazionale Socialista. La decisione pare fosse stata presa sulla ideologia dell’anarchico Bakunin e in apparente contrarietà alle idee comuniste di C. Marx. Gli Anarchici-Insurrezionalisti avevano scelto il tradizionale e più povero Mezzogiorno d’Italia, popolato da contadini (Lenin diceva che per fare la rivoluzione comunista non bisognava affidarsi e fidarsi dei contadini perché tradizionalisti e dunque monarchici di fatto), come luogo di una nuova azione rivoluzionaria propagandistica. Programmarono, da Napoli e in comode pantofole, di iniziare la loro rivoluzione anarchica dal piccolo paese di San Lupo (BN). Si stabilì dapprima la data del 5 maggio, che fu poi anticipata di circa un mese. Raccolti, senza grandi difficoltà che avrebbero avuto se fossero stati figli del popolo, le armi, i fondi e il materiale necessario alla spedizione. A marzo 1877, Errico Malatesta, tramite il Sindaco di San Lupo, aveva affittato un’abitazione con il pretesto di doverci trasferire la moglie di un signore inglese, residente a Napoli, malata grave, alla quale i medici avevano prescritto aria di montagna. La mattina del 3 aprile 1877, per un’ultima ricognizione, C. Cafiero, fingendo di essere inglese, accompagnato da una ragazza e da E. Malatesta, suo “segretario-interprete”, arrivava a San Lupo, visitava la “Taverna Jacobelli”, che gli parve adatta alla scopo e, dopo una passeggiata a cavallo nei boschi circostanti, la sera rientrava a Napoli. Nei giorni seguenti, altri Internazionalisti, giungevano a San Lupo. La Questura di Napoli, perfettamente a conoscenza dei fatti grazie all’opera delatrice di un signore locale che una ventina di Internazionalisti avevano precedentemente contattato e sul quale facevano affidamento in quanto residente e conoscitore dei luoghi, informava il Prefetto di Benevento affinché la mattina del 5 aprile procedesse all’irruzione nella Taverna Jacobelli e all’arresto dei congiurati. Non ritenendo opportuno il momento, convinto, non a torto, che altri Internazionalisti stessero per raggiungere San Lupo, il Prefetto non intervenne ma dispose, tramite i carabinieri, un servizio di vigilanza armata intorno la taverna. La sera del 5 aprile la situazione precipitò. I carabinieri di guardia, vedendo dei segnali luminosi partire dalla taverna, provarono ad avvicinarsi ma subito si imbatterono in due gruppi di Internazionalisti accovacciati fuori dalla taverna. Ne scaturì un conflitto a fuoco nel quale due dei quattro carabinieri presenti furono feriti; uno morirà successivamente per le ferite riportate. Convinti di essere stati scoperti, temendo l’arrivo di altre forze dell’ordine più consistenti, gli Internazionalisti, lasciando buona parte di quanto necessario alla spedizione nella taverna, immediatamente presero la via dei monti. Non conoscendo bene i luoghi, facendo affidamento su guide improvvisate, i rivoltosi vagarono un paio di giorni per le montagne. Infine scelsero il piccolo paese di Letino come nuova sede dell’azione rivoluzionaria. Domenica 8 aprile 1877, la banda entrò nell’isolato tra i monti comune di Letino (che allora aveva quasi 1300 residenti con oltre il 90% di analfabeti). Spiegata al vento la bandiera rossa e nera, la ventina di Anarchici-Insurrezionalisti si diressero verso la piazza principale del paesetto dov’era una taverna dalla quale espropriarono il vino rilasciando all’oste impaurito una fittizia ricevuta d’esproprio. Sembra proprio di assistere all’esproprio proletario che ha caratterizzato alcune città italiane negli anni Settanta del secolo scorso. Dal balcone del vicino Municipio di Letino gettarono via e incendiarono le carte dell’archivio dello stato civile e del catasto e dichiararono decaduto il re Vittorio Emanuele II distruggendone il ritratto. Proclamarono la Rivoluzione Sociale, si fecero consegnare i fucili della disciolta guardia nazionale e li distribuirono al popolo. Al Segretario comunale che, onestamente asserviva il suo compito e voleva tenere le utili carte a posto, fu rilasciata la seguente dichiarazione a firma di Malatesta, Cafiero e Ceccarelli: “Noi qui sottoscritti dichiariamo aver occupato il Municipio di Letino armata mano in nome della rivoluzione sociale, oggi 8 aprile 1877”. Dopo un breve discorso di Malatesta, seguito da un intervento del Parroco locale (favorevole agli insorti forse per tutelare il popolo da quegli scalmanati armati), la Banda, distrutti anche i contatori del mulino, si diresse al vicino paesetto di Gallo dove si ripeterono le medesime scene (Gallo Matese è sempre stato più abitato di Letino, tranne attualmente). Nei giorni successivi gli insorti provarono ad entrare in altri comuni della zona ma li trovarono già presidiati dalle forze dell’ordine. Il Governo, informato dal Prefetto di Caserta, aveva intanto già allertato ben dodicimila uomini. La sera dell’11 aprile, dopo aver sperimentato di sconfinare in Molise, affaticati da una lunga marcia, i 26 rivoluzionari furono arrestati, senza opporre alcuna resistenza, in una masseria di Letino, circa 2,5 km ad est. Risparmiati dalla fucilazione, grazie all’intervento di Silvia Pisacane, la figlia dell’eroe della spedizione di Sapri, che convinse il ministro degli interni Nicotera a farli giudicare da un tribunale ordinario, gli Internazionalisti furono rinchiusi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere in attesa di giudizio. Durante la detenzione C. Cafiero, pubblicherà il primo libro del Capitale di Marx ricevendo dal medesimo autore i complimenti. Ecco dunque la loro religione: il marxismo, che però gli anarchici adattano a modo loro”! Ma veniamo alla cronaca storica per dire che dopo un primo rinvio a giudizio, agli inizi del 1878, in seguito all’amnistia emanata dal nuovo re Umberto I, i reati politici contestati agli insorti furono cancellati e gli imputati rinviati a giudizio solo per il ferimento e la morte del carabiniere. L’accusa, quindi, fu modificata da reato politico a reato comune e gli insorti furono rinviati a giudizio davanti alla Corte d’Assise di Benevento con l’accusa di aver agito per“libidine di sangue”. Il processo, celebrato nel mese di agosto 1878 e molto seguito dalla stampa dell’epoca, rappresentò per gli imputati un’ottima opportunità per pubblicizzare l’ideologia anarchica. Alla fine gli imputati furono dichiarati non colpevoli e immediatamente messi in libertà. Fra una folla festante, accompagnati da circa duemila persone, gli Internazionalisti della Banda del Matese, dopo 16 mesi di carcerazione preventiva, finalmente liberi, in corteo, lasciarono prima l’aula del tribunale e poi il carcere per recarsi a festeggiare in un’osteria di Benevento. Questa volta non bevvero gratis come a Letino, ma si pagarono il conto, sempre con i soldi dei genitori e parenti poiché, coma altri, provenivano da un ceto borghese che parlava del popolo, ma questa la storia si ripete. Importante è non seminare odio di classe che ne genera altro.