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Chi vuole ancora l’art. n. 33, c. 3 “senza oneri per lo Stato”, e senza studiare anche l’ambiente locale?

Giuseppe Pace (ex prof. in Italia e all’estero). PADOVA. Quante volte ho assistito ed intervenuto, nei miei 4 decenni di docente e di sindacalista, a dibattiti pubblici per rispettare o per tentare di aggirare il paletto costituzionale espresso nell’art. 33 che dà il permesso ai privati di aprire scuole pubbliche, ma senza oneri per lo Stato. I più sofisticati strattagemmi venivano applicati dai sostenitori delle scuole libere o non statali per aggirare l’ostacolo dell’art. 33 della italiana Carta Costituzionale. In Veneto, territorio politico della ex D.C. dorotea, e, attualmente, di centro-destra a prevalenza leghista, alle scuole non statali è stata riservata minore opposizione che non in regioni rosse vicine. Gli stessi assegni di studio per gli studenti delle scuole libere hanno asticelle regionali e comunali più elevate per il reddito minimo. Nel Veneto dunque si applicava meglio l’art. 1 del 1948 di Parigi della Dichiarazione Universale- dunque Internazionale e non provinciale italiana-dei Diritti dell’Uomo “Ogni individuo ha diritto all’istruzione. L’istruzione deve essere gratuita almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali. L’istruzione elementare deve essere obbligatoria. L’istruzione tecnica e professionale deve essere messa alla portata di tutti e l’istruzione superiore deve essere egualmente accessibile a tutti sulla base del merito”. In essa non si parla di poveri, dunque non ha importanza il reddito che in Italia è stato ritenuto essenziale. In Italia sono troppi- la Sinistra e i Cattolici- a preoccuparsi dei ”poveri” sia veri che falsi (questi ultimi sono, purtroppo, la maggioranza che con il reddito di cittadinanza grillino è aumenterà). Anche l’altro documento di riferimento di Roma del 1950 “Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo” parla forte e chiaro nell’” Articolo 2 Protocollo 1:”Il diritto all’istruzione non può essere rifiutato a nessuno. Lo Stato, nell’esercizio delle funzioni che assume nel campo dell’educazione e dell’insegnamento, deve rispettare il diritto dei genitori di provvedere a tale educazione e a tale insegnamento secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche. La Dichiarazione Universale e la Convenzione Europea sono esemplari e invocate dai cittadini o dalle loro organizzazioni per proporre ed eventualmente esigere adempimenti tipo quelli chiesti dalle scuole libere o non statali. Purtroppo in Italia, soprattutto nell’Ambiente culturale scolastico, vi è un diffuso e dominante statalismo, dal quale non si risparmiano neanche parte delle scuole non statali. Sinistra e Destra si equivalgono nel difendere sempre e comunque lo Stato anche quando non funziona bene, e, secondo alcuni malissimo, come nell’attuale scuola pubblica. Il Centro, spesso cattolico e vecchio stampo, vuole solo il privato a gestire la scuola senza prefigurare una sana competizione pubblico-privato pure nel campo scolastico ed universitario. Non sanno, alcuni cattolici, che quella loro è una monarchia assoluta, che se non bilanciata, da chi cattolico non è al 100%, fa tornare di secoli indietro il tessuto sociale, quando nobili e clero governavano e schiavizzavano i servi della gleba cioè la maggioranza. Dopo la rivoluzione francese, figlia di quella industriale, le cose cambiarono e dal popolo emersero ceti liberali non più controllabili con il bastone e la carota, di tanto in tanto. Attualmente pare che nelle scuole libere i costi superano i ricavi (cioè le rette, che sono mantenute basse per sopravvivere) e riguarda in prevalenza le scuole cattoliche dell’infanzia, gestite e portate avanti da suore, sempre meno donne si fanno suore come i preti- alcune delle quali rinunciano alla retribuzione e prestano attività di volontariato. Queste scuole rappresentano circa i 2/3 delle paritarie cattoliche, risultano complementari alle statali (o comunali) che sono insufficienti e non possono soddisfare tutte le richieste. L’iscrizione a queste scuole non avviene solo per scelta, ma soprattutto per necessità. I numeri nel 2017. Le paritarie per l’infanzia sono 6.101 e risultano pari al 73,3% delle 8.322 scuole paritarie cattoliche; gli alunni sono 368.356, costituiscono il 60,2% dei 611.628 iscritti alle paritarie cattoliche. Mentre gli iscritti alle statali per l’infanzia, nel 2018, sono 919.091. In Romania la scuola di base e media superiore è ancora più statale di quella italiana, viceversa le università statali e private si quasi equivalgono di numero, ma con il vizietto che le università private assumono anziani professori universitari-di università statali- in pensione, dunque con mentalità statalista e burocratizzata, tranne, sempre più rare, eccezioni. Viceversa negli USA la scuola libera e statale era ed è in competizione come anche le università. Ricordiamo che l’Ocse ed altri organismi internazionali assegnano alle Università degli USA i primi posti insieme a Canadà e Gran Bretagna, dove il potere dei comitati dei genitori è notevole per assumere dirigenti e docenti a tempo limitato al contratto di lavoro. In Francia metà delle scuole sono statali e metà libere. In Germania (come approfondito nel mio recente libro “La Germania tra Cultura e Natura”, leolibri.it), c’è qualche somiglianza marcata con l’Italia, quasi tutto il sistema scolastico è statale e statalista, ma con ampia autonomia regionale, cosa ancora impensabile da noi ad eccezione della Regione Veneto che, con il Governatore leghista, L. Zaia, chiede e richiede con forza maggiore autonomia regionale a Roma anche sulla scuola anche se stravede per la storia veneziana della Serenissima Repubblica di San Marco. Personalmente, come ex prof. di scuola statale, non sono mai stato contrario alla scuola libera né favorevole ad oltranza e senza riserva di quella privata o libera. Per me la scuola deve essere scuola attiva e dalla parte della crescita culturale e formativa dell’utenza, indipendentemente dall’organizzazione e gestione statalista o liberista. A scuola l’insegnate deve lasciare il segno positivo non insignificante o negativo. Anche quando ho esercitato il ruolo di Commissario d’esame o di Presidente d’esame finale di scuola media superiore ho sempre cercato di spogliarmi di visioni di parte per poter vedere ed ascoltare l’esaminando per quello che sapeva, non per altro. Ma non tutti i miei colleghi erano spogli di pregiudizi, soprattutto contro le scuole private, parificate e legalmente riconosciute. Come scrive qualcuno la scuola in Italia è afflitta da “promuovite” e “progettite”. La prima malattia, negli ultimi tempi, è diventata irreversibile, perché si promuove sempre di più e le percentuali sfiorano quasi il 100%. Da una parte vi sono i docenti, i quali per non avere rogne dai dirigenti scolastici e scocciature dai genitori si mostrano di manica molto larga verso la promozione e dall’altra vi sono proprio i presidi che “obbligano” i docenti a cercare tutte le soluzioni possibili e immaginabili per far sì che l’alunno anche con il raggiungimento di una banalissima e insignificante competenza dal punto di vista didattico, venga annesso alla classe successiva. Tutto questo perché il dirigente scolastico è dovuto a rendicontare al MIUR i risultati che sono stati raggiunti nella scuola che dirige, altrimenti Viale Trastevere taglia i fondi. Insomma la scuola è entrata in un circolo vizioso da cui difficilmente si potrà uscire”. Il 24 marzo c. a., è stata presentata dai deputi della Lega, non più solo Nord: Comaroli, Molteni, Fedriga, Grimoldi, Bianchi, Andrea Crippa, Maturi, Molinari la proposta di legge costituzionale n. 354 volta alla modifica dell’art. 33, c. 3 della Costituzione mediante la soppressione delle parole «, senza oneri per lo Stato». La Lega, si sa che da tempo, si batte per i costi standard nella sanità e adesso anche per la scuola. Anni fa, in effetti, dati alla mano si registrava che lo stesso strumento sanitario acquistato al Sud costava spesso più del triplo del Nord, vuol dire che le tangenti erano oltre tre volte maggiori di quelle praticate al Nord: la cronaca ci ha informati di valvole cardiache, sale operatorie e soprattutto ristrutturazioni ospedaliere con corrotti e corruttori. Nel Veneto le corruzioni erano minori nel settore sanitario, ma non in quello infrastrutturale come il Mose. E nella scuola? Sicuramente non è diffuso, come nel centro sud il sistema della raccomandazione degli ”asini”, più spesso figli di una burocrazia parassitaria e corruttrice, i figli del popolo non hanno padri e madri con il potere di corrompere sia al sud come al nord e nel Veneto laborioso che dà molte più tasse a Roma dei ritorni in servizi, spesso di scarsa qualità, scuole comprese? Perché no?. Leggo spesso dai lettori che scrivono alla Tecnica della Scuola aspetti del poco multiforme sistema scolastico italiano, con prevalenza di voci stataliste forse anche dei conduttori del media, che leggevo spesso nei primi anni d’insegnamento perché lo trovavo più utile e puntuale di altri media per le Circolari e gli allegati scolastici. Leggiamone un intervento: ”Il convegno “Educare per il domani” – Todi del 15 e 16 settembre scorso, promosso da “Articolo 26” – è servito come (possibile, auspicata) ripartenza per la “madre di tutte le battaglie”, che è l’iniziativa politico-mediatica finalizzata a promuovere prima e conseguire poi la c.d. parità completa, cioè il finanziamento totale delle scuole private paritarie cattoliche da parte dello Stato Italiano, aggirando il “senza oneri per lo Stato” dell’art. 33, c. 3, Cost. Todi, piccolo comune in provincia di Perugia, risulta periferico e mal collegato, anche se è una delle sei località che rivendicano di essere il centro geografico d’Italia. Ciò ha determinato la riuscita modesta (quasi flop) del convegno, come sembra di leggere fra le righe della nota emessa – lunedì,  17.9.2018 – dal “Popolo della Famiglia”. L’immagine mediatica del Convegno è stata recuperata successivamente – giovedì, 20.9.2018, su AgenSIR – da un articolo di un don “Una scuola per tutti: il costo standard di sostenibilità” esplicita il vero scopo del Convegno. Ne parleremo più avanti collegandolo all’intervista esclusiva dello stesso Zucchelli alla allora ministra Valeria Fedeli, in data 7.10.2017, presso l’Istituto Marcelline di via Quadronno a Milano”. Ancora di più si evince il timore quando si pretendono per più punti di Pil da dare al sistema scuola, che non credo sia l’unica soluzione, anzi potrebbe far aumentare il mostro burocratico, culturale e di moda statalista.”Per l’istruzione l’Italia spende troppo poco rispetto alle medie dei paesi UE: solo il 4% del Pil, corrispondente a 65,1 mld di euro, mentre la media UE è pari al 4,9% del Pil, e occorrerebbero + 15 mld per allinearsi. I problemi maggiori della statale sono forse quelli organizzativi e burocratici: vedere il caos ricorrente a ogni inizio di a.s., i concorsi che non si fanno o durano troppo, le reggenze dei presidi, e poi i problemi e le questioni didattiche e disciplinari, e ancora gli edifici scolastici non a norma, i crolli di controsoffitti e di finestre ….Al riguardo, non sono da prendere sul serio le dichiarazioni di Bussetti nell’intervista alla Nuova Sardegna (22.9.2018) riprese anche nella sua pagina Facebook: “La salute della nostra scuola è buona. Ma dobbiamo puntare a renderla ottima. Intervenendo sui punti di debolezza del sistema e potenziando quelli di forza”(sic!)”. Certo che oggi le scuole libere hanno più accentuati di ieri i problemi dei costi di gestione se non possono aumentare le rette ai genitori dei loro utenti per non collassare del tutto per le poche iscrizioni. La soluzione però non è foraggiarle per fare in modo che imitino le già foraggiate scuole pubbliche, ma dare anche ai privati i ”rischi educativi” connessi al sistema scolastico di ogni luogo e tempo. L’Italia non ha un buon sistema scolastico pubblico e privato o libero perché troppa è la burocrazia, la finzione e l’apparato culturale impiegatizio. Difetta l’apparato culturale dell’entusiasmo nell’insegnare e dei controllori liberi e quotati culturalmente non certo come vengono scelti nei concorsi ministeriali, dove se qualcuno ha pubblicato spaventa il sistema di controllo del controllore. Nella graduatoria Ocse l’Italia non è affatto ai primi posti né lo sono le sue migliori università (Milano, Pisa, Padova, Roma).La Chiesa intanto come si orienta per il ”nuovo” sistema scolastico libero? Vediamone qualche dettaglio:“Il costo standard sembrava prossimo alla realizzazione. Tanto che perfino i vertici della Cei si erano esposti ed impegnati in prima persona. Dapprima mons. Nunzio Galantino, Segr. Gen. Cei, incontrava la ministra Fedeli, ricevendone attenzione e considerazione in occasione della presentazione del 19° Rapporto sulla Scuola Cattolica elaborato dal CSSC e titolato ”Il Valore della parità”. Il 26 novembre 2017, in occasione del Festival della Dottrina Sociale della Chiesa al Cattolica Center di Verona, la ministra Fedeli incontrava il Presidente della Cei, card. Gualtiero Bassetti, e annunciava “la costituzione del gruppo di lavoro che dovrà definire il costo standard, perché dopo 17 anni (dalla Legge n. 62/2000) è venuto il momento di iniziare a fare sul serio sul pluralismo formativo”. Il varo del costo standard sembrava questione di settimane, al più di un paio di mesi, invece la costituzione del gruppo di lavoro appare ora per quello che è in realtà: un espediente dilatorio adottato in extremis dal Miur per sfuggire (con abilità ed eleganza?) alle insistenze pressanti delle scuole paritarie e dei vescovi. Quella che il gruppo di pressione pro-paritarie aveva battezzato come “la madre di tutte le battaglie” vede una tregua imposta e riprenderà forse fra sei mesi con altri protagonisti al governo e al Miur.”Questo stralcio è tratto da “Scuole paritarie. Il costo standard sembrava cosa fatta invece“, 27.2.2018. Quest’altro articolo (“Una scuola per tutti: il costo standard di sostenibilità”, AgenSIR, 20.9.2018) dovrebbe forse servire a riannodare il filo dell’azione mediatica e di marketing per la conquista del costo standard. Gli argomenti a sostegno sono pari pari gli stessi usati più volte dalle scuole paritarie. Gli stessi prospettati nell’intervista a Fedeli e da questa tutti dribblati o respinti agevolmente e senza equivoci. “L’adozione del costo standard di sostenibilità per allievo farebbe subito risparmiare allo Stato più di un milione di Euro”. Forse Zucchelli, che non indica la fonte della cifra, è incorso in una svista grossolana. All’inizio, nel 2014, il risparmio prospettato era pari a “17 miliardi di euro (diciassette)”, poi via via ridottisi a 2 o 3 sempre miliardi, perché ora un solo milione?! Poi c’è la decorrenza immediata del risparmio che viene realisticamente dubitata da Luigi Corbella “nel passaggio secco dal sistema di finanziamento attuale ad un modello, per esempio a voucher, basato sul costo standard, il costo complessivo a carico della fiscalità in prima battuta aumenterebbe” (v. “Scuola pubblica e privata, la teoria del costo standard”, 21.4.2018) . Perciò bisogna verificare e rifare i conti. Riguardo alla preoccupazione che “il povero non può scegliere la buona scuola pubblica, statale o paritaria, per il proprio figlio”, due osservazioni. La prima è che pur nella ipotesi più ottimistica, il costo standard lascerebbe sempre a carico delle famiglie una quota della retta di frequenza (in Francia, 700 euro nel 2016). La seconda osservazione è che alcune paritarie propongono attività extra, ovviamente a pagamento, la famiglia povera non potrebbe affrontare spese e il “figlio del povero” resterebbe emarginato. In altre parole, il costo standard emarginerebbe ancora di più il povero-povero. Siamo alle solite di certa cultura di Sinistra: parlare in nome e per conto di altri soprattutto se “povero”, senza preoccuparsi che molti fanno finta di essere poveri (eludendo magistralmente con ottimi consiglieri le dovute tasse) per sfruttare il gratis della scuola e del sistema sanitario pubblico. Il povero, visto che è aiutato da borse di studio, mense e sussidi vari potrebbe scegliere anche di frequentare la scuola non statale che lo rende debole poi nella sfida internazionale della competizione per lavorare a livelli elevati qualitativi. Basta con il finto perbenismo del brigante cortese”prendere al ricco per dare al povero”! Oggi siamo quasi tutti poveri in Italia con la crisi grave in atto, purtroppo. In Romania durante l’epoca dittatoriale di N. Ceausescu pare che si imponesse dall’alto il voto 10/10 agli studenti e soprattutto in matematica per dimostrare al mondo la genialità romena. Da noi il 10 diffuso è giunto nell’ultimo decennio, prima era rarissimo come anche il 9, mentre qualche 8 era già presente nel sistema di valutazione. Attualmente, invece, scrivono su Tecnica della Scuola, “Alle promozioni facili fanno da contrappeso un’altra malattia molto grave della scuola italiana ed è la “progettite”, questa mania schizofrenica di fare tanti e solo progetti di tutte le specie, di tutte le misure per accontentare le diverse consorterie, rese ancora più velenose dal famigerato bonus premiale che ha creato un verso e proprio sconquasso nella scuola e alimentato dissapori, discordie e lotte intestine. C’è da dire che la “progettite” può essere tenuto a freno soltanto se si prenderà effettivamente coscienza che essa ha annullato la didattica nelle classi. Occorre, quindi, trovare un farmaco per curare queste due gravissime patologie della scuola del nostro tempo, prima che il fenomeno diventi più letale. Se lo vogliamo siamo ancora in tempo: domani sarà troppo tardi”. Certamente bisogna ovviare a tale andazzo, ma non se restiamo nel sistema elefantiaco della scuola pubblica tutta statale, incapace di migliorarsi perché nessuno controlla il controllore, non sempre capace e onesto, se non si dà tale ”potere” all’utenza e ai genitori dei discenti minorenni. Che fare? Si, ha ragione la Lega, che ha il coraggio di portare in Parlamento il problema, nessuno fino ad ora aveva avuto tale coraggio civile. Poi, in un secondo momento, si troverà una soluzione mediata di far concorrere sistema scolastico pubblico o statale con quello libero o privato, ma senza associare più il merito alla povertà presunta! Anche i Docenti dovranno essere messi in gradi di poter scegliere se andare ad insegnare nell’una o nell’altra scuola. Mi spiace leggere i media- al 99%- in difesa solo della scuola pubblica sempre ed in ogni caso. C’è, purtroppo, ancora troppa difesa della scuola statale, senza valutare i mali sopraggiunti nella scuola degli ultimi decenni, che, a me pare, si incancreniscono sempre più. Ma almeno i media scolastici dovrebbero dare più spazio a chi non è allineato e coperto dalla moda culturale dominante ed inconcludente per tentare nuove terapie del tessuto scolastico quasi canceroso da tempo. L’Ocse ci dice spesso che non siamo tra i primi a scuola e nelle università. Cosa e chi si aspetta ancora? Per quanto riguarda i concorsi pubblici nel mondo della Scuola l’attuale Ministro dell’Istruzione Marco Bussetti nei giorni scorsi aveva annunciato la prossima indizione di bandi di Concorso aperti ai soli laureati. Da questo punto di vista i 24 Crediti Formativi Universitari o 3 anni di supplenza dal 2016 che costituivano titolo indispensabile per poter accedere alle precedenti procedure concorsuali dovrebbero essere trasformati in un titolo aggiuntivo. Come pure dovrebbero essere profondamente rivisti o del tutto eliminati i “percorsi FIT” giudicati eccessivi dall’attuale ministro dell’Istruzione. Cerchiamoli, invece, i Docenti e Dirigenti scolastici come una sorta di “medici” capaci di intervenire con nuove cure efficaci a debellare il diffuso “cancer” scolastico e scelti ”liberamente” dall’utenza. Mentre in Veneto il Governatura esulta per aver obbligatoriamente imposto a 100 Docenti di aggiornarsi per insegnare a scuola la storia della Serenissima dal VIII sec alla caduta del 1797 (senza sapere che se i presidi controllassero il programma preventivato e svolto dei Docenti già si sarebbe potuto fare senza scomodare Roma e la politica per accrescere il consenso leghista), nel Sud nessuno controlla se nei programmi scolastici ci sia anche una percentuale di studio localistico di storia, geografia, ecc., come già le norme illuminate ed illuminanti la cultura locale e generale prevedono da non poco tempo.