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LA CRISI DEL SUD E IL CALO DELLE NASCITE NEL MEZZOGIORNO

(Gianluca Martone) Lo scorso 29 luglio, è stato reso noto l’ultimo rapporto Svimez sulla crisi economica nel Mezzogiorno, con dati allarmanti ed inquietanti, che dovrebbero indurre le istituzioni politiche ad una profonda e radicale disamina di questa situazione drammatica, dalle gravissime conseguenze sociali. Avvenire ha cosi esaminato il rapporto.“Alla fine del prossimo cinquantennio, il Mezzogiorno avrà perso 4,2 milioni di abitanti, oltre un quinto della sua popolazione attuale, rispetto al resto del Paese che ne guadagnerà, invece, 4.6 milioni. Dal 2000 al 2013, il Sud d’Italia è cresciuto del 13%,”la metà della Grecia”, mentre In tredici anni, dal 2000 al 2001 – si legge sempre nel rapporto – l’Italia è stato il Paese che è cresciuto meno di tutti i paesi considerati, +20,6% rispetto al +37,3% dell’area Euro e addirittura meno della Grecia che ha segnato +24% quale effetto della forte crescita negli anni pre crisi. Per quanto riguarda le nascite nel Mezzogiorno, Solo 174mila, minimo storico in 150 anni di unità d’Italia. Lo Svimez definisce questo drammatico calo demografico “uno tsunami dalle conseguenze incredibili”. Sotto il profilo della povertà, invece, una persona su tre è a rischio al Sud, mentre soltanto una ogni dieci è indigente al Nord”, dice lo Svimez. “In Italia, negli ultimi tre anni, dal 2011 al 2014, le famiglie assolutamente povere sono cresciute, a livello nazionale, di 390mila nuclei, con un incremento del 37,8% al Sud e del 34,4% al Centro-Nord. La regione italiana che sta peggio è la Sicilia – dove i davvero poveri sono il 41,8% , seguita dalla Campania (37,7%). Solo una donna ogni cinque porta lo stipendio a casa al sud e particolarmente disoccupate sono le più giovani. Mentre la media italiana parla del 34% delle occupate che hanno meno di 34 anni e quella europea del 51% delle ventottenni, il Sud si ferma al 20,8%.

Secondo i dati Svimez il Mezzogiorno, tra il 2008 ed il 2014, ha registrato una caduta dell’occupazione del 9%, a fronte del -1,4% del Centro-Nord. Delle 811mila persone che, in Italia, hanno perso il posto di lavoro in questo periodo, ben 576mila sono residenti nel Mezzogiorno. Nel Sud, dunque, pur essendo presente appena il 26% degli occupati italiani, si concentra il 70% delle perdite determinate dalla crisi”.
La condizione drammatica del Mezzogiorno è stata messa in evidenza in tutta la sua gravità da Don Maurizio Patricello, il prete napoletano anti-camorra, in un interessante editoriale pubblicato lo scorso 31 luglio su “Avvenire”. “Tutto torna. L’Italia boccheggia per la mancanza di lavoro. Il prezzo più alto lo stanno pagando i giovani. Nel nostro meridione, naturalmente, la crisi è avvertita in un modo ancora più forte e doloroso. Il lavoro non c’è e quel poco che si trova è malpagato, a rischio, a nero. A Frattaminore, nel Napoletano, pochi giorni fa una fabbrica di scarpe è stata messa sotto sequestro perché la maggior parte degli operai lavorava in nero. Una fabbrica fantasma, dunque. Evasione fiscale che fa tanto male alle casse dello Stato, ai lavoratori e ai cittadini. I figli hanno fame. Crescono. Hanno bisogno di andare a scuola, di essere accuditi. Chiunque, in qualunque modo, ha la possibilità di portare qualche soldo a casa si ritiene fortunato. Non va per il sottile. Non reclama i suoi diritti. Sa bene che a tirarla troppo, la corda si spezza. Sa che anche il proprietario non se la passa bene. Sa che se chiude la fabbrica dovrà rinunciare anche quel poco che ha. E allora si accontenta. Qualsiasi cosa gli venga chiesta, accetta. Accetta di fare straordinari senza essere retribuito, di sgaittolare via come un ladro quando arrivano i controlli. ‘Diritto’ è parola bella. Ancora più bella lo diventa quando alla denuncia per i diritti rubati si aggiunge la speranza che poi verranno concessi. Il lavoro non c’è e quel poco che si trova non è legale. Lavoro illegale vuol dire eliminare poi gli scarti industriali in modo clandestino. Lavoro illegale vuol dire mantenere in vita la ‘terra dei fuochi’. Gli scarti accumulati hanno bisogno di essere smaltiti. E allora gli si da fuoco o li si interra senza farsi troppi problemi. La precarietà in cui versano moltissime famiglie campane permette ai disonesti di arricchirsi a dismisura e ai poveri di sprofondare nella miseria nera. Quando si ha fame si pensa a portare il pane a casa anche a costo di ammalarsi. Come dire: al resto penso dopo. In queste condizioni è naturale che chi alza troppo la voce per denunciare tutto questo alle istituzioni e alla società rischia grosso. Lo sappiamo. Fingere di non vedere vuol dire far precipitare la regione ancora di più nella illegalità e permettere ai camorristi e agli intrallazzieri di continuare a fare affari sulla pelle della gente. La Campania è tra le regioni dove i giovani restano ‘depositati’ dopo la scuola e senza lavoro. Che fare? La domanda la rivolgiamo a chi di competenza, sperando di avere finalmente una risposta soddisfacente”.
Lo scorso 25 aprile, Riccardo Padovani, direttore di Svimez per lo sviluppo delle Imprese nel Mezzogiorno, analizzò sulla “Nuova Bussola Quotidiana” la desertificazione industriale nel Sud Italia.
“Svimez ha calcolato che negli anni della crisi (2008-2013), il valore aggiunto del settore manifatturiero in tutto il Centro e al Nord si è ridotto del 16,2 per cento, contro il 27 per cento del Mezzogiorno. La crisi ha morso quindi di più il Sud del paese, e negli ultimi due anni la situazione si è aggravata: nel 2014 si sono persi 43 mila posti di lavoro al Sud, mentre al Centro-Nord sono stati recuperati 150 mila posti di lavoro. L’Unione Europea ha posto come obiettivo che l’industria dovrebbe incidere sul Pil di ogni area del 20 per cento. Ebbene, nel 2007, prima della crisi, in Italia l’industria del Centro Nord incideva sul valore aggiunto dell’area per il 22,8, mentre nel 2013 ha inciso del 20,7 per cento. In Campania, per citare un esempio, l’industria già nel 2007 incideva solo del 12,7 per cento, e nel 2013 ha inciso dell’11,6 per cento. Peggio va in Sicilia (8,2 per cento sul Pil della regione nel 2013) e Calabria (7,2 per cento sul Pil). Starebbe al governo italiano il cercare di influenzare in qualche modo le aziende affinché vadano nel Mezzogiorno. Invece la crisi delle politiche industriali del Sud sorge perché manca in tutt’Italia una strategia di investimenti. E questo proprio mentre altri paesi europei e gli Stati Uniti hanno usato gli anni della crisi per rafforzare le politiche industriali. In Italia nel 2012 – l’ultimo dato disponibile – la quota degli aiuti alle imprese è stata dello 0,18 per cento rispetto al Pil. Nell’Ue a 27 gli aiuti sono stati più del doppio, lo 0,42 per cento rispetto al Pil, e in Germania lo 0,60 per cento. Negli anni 2000 c’è stato da noi un calo vistoso di aiuti alle politiche italiane: nel biennio 2010-2012 l’Italia in media ha diminuito le agevolazioni concesse alle imprese del 60 per cento rispetto al 2001-2003. Questo è accaduto in particolare al Meridione, con una riduzione dell’80 per cento, mentre al Centro Nord dove la diminuizione è stata del 24 per cento. Nel 2001-2003 le agevolazioni concesse alle imprese del Meridione erano di 6,4 miliardi di euro: nel 2010-2012 si è arrivati ad appena 1,2 miliardi di euro. È accaduto perché la politica industriale, nel caso italiano, era ostile ad aiuti di Stato. Ad oggi il Sud riceve investimenti per le opere pubbliche per 2 miliardi all’anno. Il Nord riceve ancora investimenti in opere pubbliche per circa 11 miliardi di euro all’anno. Il divario sta tutto qui. Certo che nel Meridione servono opere pubbliche, come l’alta velocità da Salerno a Reggio Calabria e da Bari a Napoli e le infrastrutture interne alla Sicilia. Un settore su cui si dovrebbe intervenire sarebbe la logistica, quindi in particolare sui porti e sui collegamenti delle aree chiamate “retroporti”: Gioia Tauro, Taranto e Cagliari sono i principali porti su cui bisognerebbe puntare per riprendersi un ruolo strategico nel Mediterraneo, da cui oggi transita il 35 per cento di tutte le merci del mondo. Il Sud avrebbe l’occasione quindi di essere il grande porto d’Europa, invece gli investimenti dell’Ue continuano ad essere concentrati sulla mitteleuropa. Il ministro Delrio, parlando proprio con il presidente di Svimez, ha ammesso che è un tema sensibile. Noi da tempo abbiamo insistito su quest’urgenza. Cito solo un dato: gli investimenti sui retroporti, nella sola città di Napoli, abbiamo calcolato potrebbe portare 15 mila posti di lavoro aggiuntivi all’anno”. Come ha rilevato il prof. Padovani, il settore economico italiano maggiormente in crisi è quello degli investimenti, come ha sottolineato il giornalista Giovanni Neve sul “Giornale”.
“Tra il 2007 e il 2014, al netto dell’inflazione, l’ammontare complessivo degli investimenti nel Belpaese è sceso di ben 109,4 miliardi di euro, pari, in termini percentuali, a una diminuzione di 29,7 punti. Come ha rilevato uno studio della Cgia di Mestre, nessun altro indicatore economico ha registrato una contrazione percentuale così ampia. Siamo così tornati ai livelli di vent’anni fa. I settori che hanno subito i contraccolpi più significativi sono stati quelli relativi ai mezzi di trasporto. Autoveicoli, automezzi aziendali, autobus, treni e aerei hanno subito una flessione del 43,4% con una contrazione di 10,9 miliardi di euro. I fabbricati non residenziali, come i capannoni, gli edifici commerciali e le opere pubbliche, sono calati del 38,6% con un mancato investimento di 39,1 miliardi. Anche le abitazioni non se la passano meglio. Nello specifico, l’edilizia residenziale ha fatto segnare una variazione negativa del 31,6%. Che, in termini economici, significa 31,7 miliardi di euro in meno. Pesanti anche le ricadute subite dal settore informatico, con una riduzione pari a -30,1 per cento (-1,9 miliardi), da quello degli impianti e dei macchinari, che ha registrato una variazione negativa del 29,3 per cento (-25,4 miliardi), e dei software, che presentano una flessione del 10,8 per cento (-2,4 miliardi). “Gli investimenti – sottolinea Paolo Zabeo della Cgia di Mestre – sono una componente rilevante del Pil. Se non miglioriamo la qualità dei prodotti, dei servizi e dei processi produttivi siamo destinati a impoverirci. Senza investimenti questo paese non ha futuro. Ricordo, altresì, che le imprese contribuiscono per oltre il 60 per cento del totale nazionale degli investimenti. Queste ultime, pertanto, – prosegue Zabeo – saranno chiamate a giocare un ruolo determinante”. Le uniche tipologie di investimenti che non hanno risentito della crisi sono state quelle riconducibili alla ricerca e allo sviluppo (+8,1%) e alle telecomunicazioni (+10,6%). Se nel primo caso l’aumento in termini assoluti è stato pari a 1,5 miliardi di euro, nel secondo caso la variazione positiva è stata di 598 milioni di euro. L’amministrazione pubblica è il settore istituzionale che in misura superiore agli altri ha tagliato di più. Sempre nel periodo tra il 2007 e il 2014, la contrazione in termini reali degli investimenti nella pubblica amministrazione è stata del 30,8%. Seguono le famiglie consumatrici (-29,9%), le imprese (29,5%) e le società finanziarie (-23,3%)”.
Questa contingente crisi dell’Italia, in particolare del Mezzogiorno, ha riguardato soprattutto i giovani, con gli allarmanti dati diffusi lo scorso 31 luglio dall’Istat e riportati dal “Mattino”.
“Aumenta il numero di disoccupati in Italia. Dopo il calo nel mese di aprile e la stazionarietà di maggio, a giugno il tasso di disoccupazione cresce di 0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente, arrivando al 12,7%. Lo ha rilevato l’Istat nei dati preliminari. Nei dodici mesi il numero dei senza lavoro è aumentato del 2,7% (+85 mila) e il tasso di disoccupazione di 0,3 punti percentuali. A giugno, rileva ancora l’Istat, si contano 22 mila occupati in meno rispetto a maggio (-0,1%) e 40 mila in meno rispetto allo stesso mese del 2014 (-0,2%). Si tratta del secondo calo congiunturale degli occupati dopo quello di maggio (-0,3%). Ad aprile, invece, c’era stata una crescita dello 0,6%. Gli inattivi sono 131 mila in meno rispetto a giugno 2014 – Per quanto riguarda gli inattivi, a giugno sono 131 mila in meno rispetto allo stesso mese del 2014 (-0,9%) e c’è un leggero calo anche rispetto a maggio (-0,1%). L’Istat ha osservato che l’aumento dei disoccupati negli ultimi 12 mesi (+85mila) è ”associato ad una crescita della partecipazione al mercato del lavoro, testimoniata dalla riduzione del numero di inattivi”. Rispetto ai tre mesi precedenti, nel periodo aprile-giugno 2015 sono in crescita sia il tasso di occupazione (+0,1 punti percentuali) sia il tasso di disoccupazione (+0,1 punti), a fronte di un calo del tasso di inattività (-0,2 punti). Il tasso di disoccupazione giovanile è salito addirittura al 44,2%, è record – Il tasso di disoccupazione giovanile (dei 15-24enni), cioè la quota di giovani disoccupati sul totale di quelli attivi (occupati e disoccupati) è pari a giugno al 44,2%, in aumento di 1,9 punti percentuali rispetto al mese precedente. La disoccupazione giovanile è a giugno la più alta dall’inizio delle serie storiche mensile e trimestrali dell’Istituto dal 1977”. Cosa fare dinanzi a questa situazione molto grave? Interessanti suggerimenti sono giunti dalla giornalista Alessandra Smerilli in un interessante editoriale pubblicato lo scorso 31 luglio su “Avvenire”.
“Non possiamo negare che il Sud soffre di un deficit strutturale e di mancanza di grandi investimenti. L’alta velocità finisce a Salerno, e per andare da Brindisi a Catania in treno si impiegano 24 ore con 7 cambi. Questo deficit va colmato al più presto, e deve rappresentare la priorità nelle agende politiche. Ogni comparazione tra le regioni italiane è fuorviante se non si tengono in considerazione questi fattori infrastrutturali: le corse sono eque quando tutti partono dalla stessa linea.
Ma c’è di più: la via d’uscita dalle “trappole di povertà” la si trova solo partendo da una visione di futuro: qual è il Sud del futuro? La storia ci insegna, e le stesse vicende del Mezzogiorno ce lo hanno dimostrato ampiamente, che una condizione fondamentale per lo sviluppo di un territorio è comprendere quale sia la sua vocazione specifica. Non ci si sviluppa imitando altri, ma cercando di essere se stessi nella forma migliore. E per capire quale sia la propria vocazione, anche economica, c’è bisogno di uno sguardo nuovo, che sappia intravvedere i tratti distintivi, i punti di forza, le risorse di un territorio, il suo genio. Allora, i dati sui problemi del Sud andrebbero incrociati con quelli che mostrano i nuovi germogli, le esperienze di successo, i sentieri che si aprono. Per esempio, i dati sulla green economy, settore ad alta potenzialità per innovazioni, produttività e possibilità di nuovi impieghi, ci dicono che tra le prime 20 Province italiane per investimenti e assunzioni, ce ne sono molte del Meridione. Lo stesso vale per l’industria della cultura e per il turismo.No194_corteo_Milano_Caserta_25-ottobreLe visioni, però, per diventare sviluppo, hanno bisogno di un terreno fatto di fiducia, di stima e di cooperazione. Ogni fiducia generativa di sviluppo è rischiosa, ma senza fiducia si precipita tutti in “trappole di povertà”. Aggiungerei: senza fiducia e senza rischio non c’è sviluppo. E senza sviluppo non c’è lavoro. Oggi al Sud servono starter che possano ricreare luoghi della fiducia, e uno di essi è l’istituzione pubblica, che deve ricredere nel Sud con nuovi investimenti e atti concreti. La riforma del terzo settore potrebbe essere, se valorizzata, un’opportunità per innescare dinamiche nuove di cooperazione e di fiducia. Giorni fa mi trovavo a Bilbao, una città che ha saputo ripensarsi e trasformarsi da città industriale in declino a città d’arte e di cultura, assecondando il proprio genius loci. Davanti a un museo ho letto: «Trasformare il ferro in titanio, con l’alchimia della speranza, della spinta e del lavoro di una comunità che mette mano all’opera per trasformare una città industriale in un punto di riferimento mondiale». Lì l’ambizione ha trasformato la realtà. Impariamo a fare altrettanto. Ne abbiamo la capacità e la possibilità, e proprio al Sud, la patria dell’Economia Civile e di Genovesi, che 250 anni fa scriveva che la fiducia è una corda (fides) che collega, la pre-condizione di ogni sviluppo. Del Sud, dell’Italia, di tutti”.