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L’ABORTO E LE SUE TRAGICHE CONSEGUENZE

(Gianluca Martone) Nell’analizzare l’abominio dell’aborto, bisogna soffermarsi sulle sue tragiche conseguenze, in particolare sulla donna che sceglie questa strada suicida e criminosa, divenendo non soltanto assassina di suo figlio/a, ma anche di se stessa. Di recente, è stata pubblicata su un sito cattolico una commovente lettera di una ragazza che ha abortito e che pubblico integralmente, per far comprendere l’orrore di questa scelta:” La lettera di Alice (nome di fantasia) ci svela il vero volto dell’aborto. “Nessuno mi aveva detto quello che sarebbe successo dopo. È come un graffio nell’anima. Può guarire un graffio nell’anima?”. “Quel figlio che non vuoi è già con noi, lui vive in te, gioca in te, si muove in te, respira in te e non sa che tu vuoi buttarlo via”. Con queste toccanti parole inizia una delle più belle canzoni di Nek, un vero e proprio inno alla vita. Ascoltarla è sempre un’emozione, riporta alla mente la gioia dell’attesa, una gioia a volte non compresa e che spesso può spingere anche all’aborto. Ma cosa succede dopo? “Indietro non si torna” scrive una mia ex alunna per evidenziare la grande sofferenza e il vuoto che questo gesto lascia nel cuore della madre. “Ciao prof, ho praticato un aborto volontario e da allora non vivo più pensando al mio bimbo. L’ho rifiutato per motivi che oggi credo siano banali ma che allora, ambiziosa com’ero, ritenevo di vitale importanza. La mia carriera scolastica, gli ottimi voti al liceo poi l’università dove avevo superato il test di medicina. Tanti sogni che stavo finalmente realizzando e che mi facevano sentire una vincente. Il mio fidanzato di allora mi disse che bisognava sistemare la cosa… e, come Pilato, se ne lavò le mani. Mi ritrovai sola con le mie paure e lo feci. Ma nessuno mi aveva detto quello che sarebbe successo dopo. Mi sono sottoposta agli esami, alle analisi e alle visite da sola. Ho affrontato l’umiliazione e le domande morbose e invadenti senza nessuno al mio fianco e senza che mai si posasse su di me uno sguardo amico. Sono passati alcuni anni, ma ancora mi brucia il fatto che nessuno quel giorno mi abbia detto cosa avrei provato dopo averlo fatto. È come un graffio nell’anima. Può guarire un graffio nell’anima? Scrivo questa lettera per testimoniare il dramma del post-aborto. Per urlare a tutto il mondo che quel graffio non guarisce. Dicono che sia una libera scelta, un segno di civiltà, ma ora il mio bimbo non c’è più… e indietro non si torna. Nessuno spiega veramente come stanno le cose a una donna che ha scelto di non far nascere il suo bambino. Questo è il dramma. Quando è successo a me, nessuno mi ha davvero parlato per capire, per aiutarmi, per farmi cambiare idea. Nessuno mi ha detto che avrei vissuto nel rimorso. Nessuno mi ha mostrato un’alternativa, invece di farmi sentire un’appestata, per di più senza scampo”.

Cara Alice, viviamo in una società che ci presenta troppo spesso solo facciate di comodo. L’aborto è un diritto riconosciuto, ma la tua testimonianza invece ci mostra il vero volto di questo gesto: un graffio nell’anima. Siamo tutti colpevoli del tuo dolore. Siamo tutti colpevoli della morte del tuo bambino e di tutti quelli che ogni giorno soffocano nel silenzio dell’indifferenza generale e statale. La tua lettera è un invito alla riflessione per la società civile a partire da noi insegnanti e dalle volte in cui, potendo annunciare la bellezza della vita senza ma e senza se, abbiamo preferito tacere per assecondare il finto buonsenso perbenista del costume sociale. La tua lettera non può e non deve restare un grido inascoltato. Queste parole di sofferenza e di dolore devono volare di cuore in cuore per accendere una luce nel buio della altre giovani madri che pensano di fare la tua stessa scelta. La tua prof”.

Un interessante articolo di Francesco Agnoli mostra in modo evidente questo orrore:” L’aborto, oltre a causare la morte di un innocente, ha dannose conseguenza anche per la madre; e questo, sia a livello fisico, sia a livello psicologico. Eppure in pochi lo dicono, con un’omertà che non giova a nessuno. Quando uno ha già qualche anno è preso talvolta dai ricordi. Il volto di un amico non più frequentato, un gioco, un passatempo, un’avventura dolorosa o felice, risalgono dal pozzo della memoria sino alla superficie, con un gusto agrodolce: ciò che è stato non è più, eppure è ancora nostro. Ciò che è stato non possiamo più riprenderlo, purtroppo, e ci sfugge via. Però non è finito per sempre, in verità, perché ha contribuito a renderci ciò che siamo. Ogni esperienza vissuta si imprime più o meno fortemente in noi, nel nostro animo e nel nostro corpo. Siamo così, un sinolo di materia e forma, di anima e di corpo, come diceva Aristotele. I materialisti non possono capirlo, perché vedono solo materia che si muove. Gli spiritualisti neppure, perché non capiscono cosa c’entri quel corpo, che pure, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, ostinatamente c’è, nonostante il loro desiderio di trascenderlo, di essere puro spirito, di “liberarsi”. Tutta la nostra storia è qualcosa di spirituale e di fisico, una fusione armoniosa e inestricabile. Il nostro affetto, che sentiamo nel cuore, che non tocchiamo, che ci sembra a tratti infinitamente grande, verso la persona amata, si traduce in un abbraccio, in una fatica, in un servizio, insomma in qualcosa di concreto. Il nostro odio diventa parole, sentimenti, gesti, digrignare di denti. Così, quando abbiamo una relazione con una persona dell’altro sesso, una relazione affettiva naturale, questa diviene col tempo anche unione carnale, fisica, perché la nostra unità lo esige. Esige che amiamo con tutto noi stessi. Ma se abbiamo amato così, non possiamo poi tirarci indietro pensando che sia senza conseguenze: non possiamo divorziare, senza strappare il nostro passato e quindi anche il nostro presente, e il nostro futuro, senza che tutto ciò che ci portiamo addosso urli a noi stessi, di esistere, di essere stato, di essere in qualche modo ancora. Ma soprattutto, visto che è questo di cui si parla in questi tempi, nessuna madre e nessun padre possono pensare, dopo aver concepito un bambino, di potersene disfare impunemente, con un gesto, fisico, una IVG, come si suole dire con terminologia beffarda. Ciò che è stato concepito, c’è, esiste, e vive nel cuore e nella carne del padre, anche se lo rigetta, perché in lui vive il gesto che ha determinato il concepimento, e la consapevolezza latente del suo significato. Esiste, soprattutto, il concepito, nella psiche, nella carne della madre. Il bambino non è parte della madre, come dicono gli abortisti, cioè proprietà di lei, come una casa o una macchina, come qualcosa che si possiede, ma che è altro da noi, fuori di noi. Quel bambino è parte della mamma esattamente quanto la mamma è parte di quel bimbo. Parte, sempre, in senso carnale, perché il bimbo è formato dall’ovulo della madre, nutrito in simbiosi dalla madre e ospitato dal suo grembo; “parte” anche spirituale, il concepito, perché in un certo senso “tutto ciò che è spirituale è anche carnale” e “tutto ciò che è carnale è anche spirituale”. Mi sorprende che quando si affronta il problema aborto, questa verità così concreta non sia quasi mai sottolineata.

Quando il feto viene ucciso, intendo, anche una parte della madre viene uccisa: una “parte” fisica e una “parte” spirituale; anche una parte del padre muore, per sempre. Anche una parte del loro amore, se ne va, tanto è vero che vi sono coppie, come raccontano medici che hanno seguito questi casi, che si separano in seguito ad un aborto; altre che resistono, ma senza più amarsi come prima, tenute insieme magari dal rimorso di quello che hanno fatto e dal ricordo di chi ora potrebbe essere con loro. L’atto chirurgico, è vero, stacca e uccide qualcosa che sembra a sé stante, che appare, superficialmente, una vita autonoma, seppure ospitata: in verità quella vita era sì individuale, unica, ma era anche l’incontro biologico e spirituale delle vite dei suoi genitori; era anche parte del sangue, del corpo, dello spirito, dei pensieri, dei sogni, della madre (e del padre). Trovo conferma di queste mie riflessioni, studiando un po’ la letteratura medica sul post-aborto, ad esempio nei bellissimi saggi dei dottori Rigetti, Casadei e Maggino, compresi nel libro “Quello che resta” (editrice Vita Nuova), sapiente mescolanza di saggi scientifici e di testimonianze di donne. In questo testo si spiega chiaramente che «il lutto dell’aborto è plurimo, perché le perdite da affrontare sono molteplici e strettamente concatenate le une con le altre… una donna che interrompe la gravidanza soffre sia per la perdita del bambino che per la perdita di una parte della propria immagine come persona (nei diversi ruoli di figlia, donna, compagna, cittadina, appartenente ad una comunità religiosa ecc.)». Secondo il DSM III dell’American Psychiatric Association, infatti, l’aborto è considerato un evento traumatico in quanto «produce un marcato stress, tale da creare disturbi alla vita psichica; sopprime gli elementi di identificazione (della donna) col bambino; nega la gravidanza ma anche quella parte del sé che si era identificata col bambino». Le conseguenze dell’aborto, guarda caso, sono di tipo fisico e spirituale: «Disturbi emozionali, della comunicazione, dell’alimentazione, del pensiero, della sfera sessuale, del sonno, della relazione affettiva…». Assai sintomatica di quanto si è detto finora, mi sembra proprio l’esistenza dei disturbi affettivi e sessuali, che si giustifica appunto come reazione ad un’esperienza sessuale, affettiva, di cui non è rimasto nulla, o meglio di cui permangono sensi di colpa, rabbia, paura, ripensamenti… Le occasioni del manifestarsi della sindrome post-abortiva sono anch’essi assai eloquenti: compaiono di solito in occasione di una nuova gravidanza, di un aborto spontaneo, di perdite affettive, di sterilità secondaria… Ecco perché un’esperienza d’amore che si conclude con un aborto, non rimane limitata a quel rapporto, a quella storia, ma si trascina e ripercuote anche su un’altra esperienza affettiva, proprio perché la donna, la persona, è una, sempre quella, pur nella molteplicità delle esperienze. Per questo l’aborto si può configurare, almeno in parte, anche come un suicidio, o, come scrivono alcuni psicologi, un “lutto complicato” in cui si «rende necessaria l’elaborazione sia della perdita dell’oggetto (il bambino), sia della perdita simultanea e concreta di una parte del Sé», sia aggiungerei, di un perdita almeno parziale del rapporto col coniuge. Ha scritto la dottoressa Lerda, su una rivista fortemente a sostegno della 194 come Contraccezione, sessualità e salute riproduttiva: «Sia che la donna cerchi di cancellarne il ricordo, sia che continui a sentirne il peso, si tratta comunque di un lutto che si porterà dietro tutta la vita. È una scelta che influenzerà anche il rapporto con il partner e con gli eventuali partner successivi, una scelta che peserà nuovamente in caso di altre gravidanze”.

Il voler pervicacemente negare l’esistenza della sindrome post aborto è probabilmente la più grande colpa del femminismo e dell’abortismo nei confronti delle donne e del diritto alla salute delle donne. Da sempre, anche medici abortisti ne hanno riconosciuto la notevole incidenza e la pericolosità: la depressione che la caratterizza è tale che può portare al suicidio: la cosa è risaputa da tempo. Visto che da poco è stato pubblicato lo studio danese che rileva come anche gli ormoni contenuti negli anticoncezionali moltiplicano il rischio che le donne sviluppino istinti suicidari, sarà il caso anche di ricordare che l’aborto moltiplica per sei il rischio che le donne commettano suicidio (donne che statisticamente sarebbero meno inclini a togliersi la vita rispetto agli uomini). L’ultimo dei diversi studi che rileva questi dati è stato pubblicato a cura della Society for the Protection of Unborn Children (SPUC) e può essere scaricato qui. La ricerca è stata realizzata dal dottor Gregory Pike, fondatore del Centro per la bioetica e la cultura di Adelaide. Dai dati elaborati risulta che le donne che hanno abortito hanno più probabilità di morire (per qualsiasi causa) di quelle che hanno partorito; le donne che hanno abortito si suicidano 6 volte di più di quelle che hanno partorito; i tassi di mortalità delle donne che hanno abortito sono superiori a quelli delle donne che hanno partorito per 10 anni. Le donne che hanno abortito denunciano un dolore significativo e perdurante anche tre anni dopo l’aborto; e infine, dopo l’aborto si registra un aumento del 30% del rischio di depressione, un aumento del 25% del rischio di ansia e attacchi di panico, un aumento del 30% di altri disturbi mentali. Depressione, ansia e disturbo da stress post-traumatico sono anche associati alle successive gravidanze di donne che hanno avuto un aborto. I “ben pensanti” negano tutto questo, negano i danni fisici oltre che mentali che discendono dall’aborto volontario e intanto, l’industria dell’aborto fa lauti guadagni (con i denari dei contribuenti) sulla pelle delle donne.

Una testimonianza molto significativa delle tragiche conseguenze dell’aborto è stata pubblicata alcune settimane fa da Pro Vita:” «Sono entrata in quella clinica per aborti come una persona e ne sono uscita fuori in modo diverso»: unarticolodiClinicQuotesci descrive l’esperienza traumatica delpost-abortoattraverso le stesseparole di una donnache l’ha provata sulla sua pelle. Si era rivolta ad una clinica per abortire, per “liberarsi” di un bambinoche, in quel momento della sua vita, sarebbe stato certamente di troppo, le avrebbe causato problemi, avrebbe sconvolto i suoi piani… e ce l’aveva fatta. Abortito il bambino, sentiva già di aver conquistato quella libertà che tanto desiderava. Restava una sola, piccola certezza da raggiungere: quella che niente fosse andato storto e di non aver subitoconseguenze indesiderate nel fisico. Così, la donna si recò subito dal medico per una visita di controllo e ottenne da lui il responso sperato:era sanae, quindi, finalmente libera. Poteva prendere in mano la sua vita e farne ciò che voleva, realizzando tutti i suoi progetti. Aveva in programma di gestire con calma i preparativi del suo matrimonio e, quindi, sposare il suo fidanzato, ma non era più la stessa, dopo l’aborto, e,nell’arco disoli13 mesi,il matrimonio finì. Ebbero inizio, poi, anche deiproblemi al lavoro, tanto che dovette abbandonare la sua carriera. Qualcosa stava andando storto e l’aveva ormai condotta a familiarizzare troppo con l’alcole conpensieri di suicidio. Odiava se stessa e le persone intorno a lei. Nonostante tutto, riuscì a risposarsi edebbe un figlio. Lo fece nascere, questa volta, ma non riusciva ad essere contenta. Lo amava, ma aveva il terrore di essere sua madre.Temeva che lo avrebbe danneggiato, fatto a pezzi, come il primo figlio. Iniziarono le allucinazioni, disturbi nel sonno e nell’alimentazione, sentiva piangere bambini in continuazione e sognava file di bambini grigi incatenati.Anche le seconde nozze finirono. La donna aveva da tempo attuato un processo mentale di negazione, tale da rimuovere in lei l’idea che tutto ciò fosse dovuto all’aborto, ma questa convinzione iniziò a sgretolarsi. Andò, dunque, a sentire una conferenza dellaSociety for the Protection of Unborn Children(Società per la protezione dei bambini non nati) edascoltò le parole della fondatrice diAmerican Victims of Abortion. «Sta parlando della mia vita», esclamò. Entrò, così, nelBritish Victims of Abortion, un gruppo che aiuta le donne a superare il trauma dell’aborto. Il processo di negazione finì e potè guarire. Non era più sola e poteva finalmentedare un nome a quel mostro che la tormentava:aborto. Vittima dell’abortonon è solo il bambinoche muore,maanche la donna. Per questo,ProVita Onlus invitaciascunoafirmare la petizioneaffinchè ogni donna sia informata sulle conseguenze fisiche e psichiche dell’aborto volontarioe nessuna più ne resti ingannata”.