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Stop alla scuola regionale veneta e via alla dispendiosa Educazione civica senza storia localistica.

(Giuseppe Pace) Il governo giallo-verde (inedito nella storia italiana, anche perché ha dentro sia la maggioranza che l’opposizione, forse astutamente sottratta ai partiti d’opposizione) mentre stoppa la regionalizzazione della scuola-non capita né voluta soprattutto dai 5S del Mezzogiorno- dà via libera all’Educazione civica. Riecco dunque entrata dalla porta ciò che molti docenti avevano fatta uscire dalla finestra. A fare entrare di diritto l’Educazione civica nelle scuole italiane ci ha pensato poco ed approvato subito il Senato, con 193 “sì” e 38 astensioni (del Pd). Eccoci dunque con la nuova legge che prevede, per l’Educazione civica, 33 ore obbligatorie con obbligatorio voto in pagella. Non pochi docenti pensano che sono troppe le scorciatoie per non fare regolare lezione e, adesso, se ne aggiunge anche un’altra. Nessuno nega che i nostri giovani studenti, a maggioranza, non conoscono bene il parlamento che legifera, il potere esecutivo o governativo e giuridico nonché altre conoscenze elementari di vita civile. Ma se lo studente ha frequentato il tecnico commerciale è quasi uno specialista già di tali conoscenze, un po’ meno se proviene dagli altri tecnici che pure fanno diritto, almeno 2 ore negli ultimi anni di corso. Il problema resta nei licei dove il diritto non è di area curriculare, ma allora che fanno i professori di Storia, Filosofia e Italiano? Si grattano la pancia senza che nessuno li controlli e soprattutto nessun genitore controlla quello che dovrebbe essere una loro prerogativa docente. La scuola elemetare e soprattutto la media di primo grado già dovrebbe fornire le conoscenze che “impone”l’educazione civica ora approvata con spese supplementari nel bilancio corposo dell’istruzione pubblica. L’attuale insegnamento nella scuola passa da oltre 12 iniziative trasversali tra cui la sensibilizzazione della cittadinanza attraverso progetti da attuare anche nelle scuole d’infanzia. L’Educazione civica comprenderebbe diversi e vari argomenti tra cui l’educazione stradale, alla salute, al benessere, al volontariato, alla cittadinanza attiva e al rispetto dell’ambiente. Il presidente dell’Associazione Italiana Familiari e Vittime della Strada Onlus, Alberto Pallotti, ha apprezzato l’esito delle votazioni in sede istituzionale ed ha scritto al leghista Miur, Marco Bussetti. Nella missiva, il veronese si è detto contento “della reintroduzione nelle scuole italiane della materia, alla luce della nuova legge approvata al Senato. Coinvolgere scuole di ogni tipo e grado rappresenta una vera e propria rivoluzione di cui il nostro Paese ha bisogno per combattere in modo concreto la strage stradale. Agire sulle nuove generazioni vuol dire responsabilizzare i futuri utenti della strada. Siamo soddisfatti che il Governo si muova in questo senso, dimostrando quanto tiene a cuore anche la nostra battaglia”. L’AIFVS Onlus ha offerto la sua collaborazione “per dare vita ad iniziative su tutto il territorio nazionale, come già facciamo con le oltre 120 sedi che compongono il nostro tessuto associativo – si legge -. Chiediamo un incontro per discuterne di persona e per la concessione del patrocinio”. Già altre volte ho scritto che oggi mancano esperti, non troppo di parte, che illustrino alla società i problemi connessi alla regionalizzazione differenziata. A parte le proteste, anche vivaci, dei leghisti governatori lombardo-veneti e della ministra leghista e veneta Stefani, l’autonomia scolastica sembra non essere in agenda immediata del Governo e Salvini sa bene come tenere calmi i suoi? Ma si in fondo sia Fontana che Zaia sanno che la Lega cresce anche al Sud a scapito dei Pentastellati e per prendere i loro voti bisogna attuare anche il loro ex programma di Sud assistito e niente autonomia ”dei ricchi” ad iniziare da quella scolastica. Comunque regionalizzare, nel modo accennato poco alla volta ai non addetti ai lavori, la scuola in Veneto, è sbagliato perché non basta il benvoluto aumento di retribuzione di docenti ed Ata, quasi 70mila in Veneto su 600mila studenti, senza intaccare una sostanziale riforma con crescita delle responsabilità e qualità connessa all’aumento dei compensi ai soli docenti capaci. Pare che soltanto ai presidi verrebbe concessa la doppia scelta di restare statale oppure optare di essere regionalizzato. Tra i quasi 5milioni di residenti in Veneto, c’era il primato nazionale, con oltre il 16%, di scuole non statali, che migliorate e finanziate in parte dalla regione, potrebbero dare inizio ad una regionalizzazione non formale, ma sostanziale che porti almeno 50% le scuole libere in competizione con quelle statali, che non devono essere più quasi gratis se di secondo grado. In Veneto bisogna iniziare a soddisfare appieno gli elementari diritti dell’utenza scolastica ed universitaria: scelta della scuola pubblica o libera, del docente della classe, del dirigente di provenienza non necessariamente statale ma dalle professioni culturali libere, ecc. Dunque dallo Stato centralista con autonomia già concessa alle singole unità scolastiche all’autonomia regionale richiesta e sbandierata dal Veneto e Lombardia soprattutto, la scuola è peggiorata? Essa non gode di buona salute e il Sud soffre anche per lo spopolamento dei giovani scolarizzati che emigrano, come rileva l’ultimo rapporto Svimez. Nella scuola non di stato il rapporto docente e dirigente con l’utenza è diverso, meno burocratizzato e più diretto con il discente e genitori. Anche quando si parla di scuola, l’Italia viaggia a due e più velocità. Da una parte ci sono le regioni del Nord e soprattutto del Nord Est, in grado di promuovere negli studenti, in modo più o meno omogeneo, il raggiungimento dei livelli di competenze richiesti dalle Indicazioni nazionali. Dall’altra regioni come la Campania, la Calabria, la Sardegna che invece faticano a mantenere il passo e i voti assegnati, forse con disinvoltura, sono mediamente più alti di quelli meritati in aree a produttività più diffusa anche oltre la scuola come rileva il Rapporto sulle rilevazioni nazionali 2018 presentato dall’istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e formazione. Una mole di dati prodotti nel corso dei mesi passati da più di 1 milione di studenti italiani della seconda e quinta elementare, 570 mila studenti di terza media e circa 550 mila studenti di secondo anno di licei e istituti tecnici e professionali. La novità di quest’anno è rappresentata dalla presenza della prova di inglese, lettura e ascolto, che si basa sul Quadro comune europeo di riferimento per la conoscenza delle lingue. Ed è proprio in questo ambito che si registrano le differenze più marcate tra le diverse aree geografiche. “Per quanto riguarda l’ultimo anno delle elementari – commenta Roberto Ricci, responsabile Area Prove dell’Invalsi – il quadro è abbastanza omogeneo: il 90% circa dei bambini di quinta raggiunge il livello A1 nella lettura, mentre è di poco inferiore la percentuale di quelli che raggiungono il livello previsto nella prova di ascolto”. E’ vero, nell’area che comprende le regioni meridionali e le isole gli studenti che sono al di sotto del livello previsto (pre-A1) sono il 30%, rispetto al 20% delle regioni settentrionali e centrali, ma il gap potrebbe ancora essere colmato,ma non avviene. Anzi, la forbice si amplia negli anni successivi. In terza media, quasi il 70% degli studenti delle regioni del Sud Italia non è in grado di capire all’ascolto un testo inglese (la media nazionale in questa fascia d’età è del 43%), e oltre il 40% non è in grado di interpretare un testo scritto in inglese (la media nazionale è del 25% circa). Intanto, per non consolare ma non sottacere ai meridionali e non la cruda realtà, lo Svimez informa: La ripresa dei flussi migratori, si legge nel Rapporto Svimez, è “la vera emergenza meridionale, che negli ultimi anni si è via via allargata anche al resto del Paese”. Negativa anche la proiezione del Pil per il Sud che nel 2019 andrà in recessione. E l’Italia è l’unico paese Ue, Grecia a parte, a non avere ancora recuperato i livelli pre crisi. Le persone che sono emigrate dal Mezzogiorno sono state oltre 2 milioni nel periodo compreso tra il 2002 e il 2017, di cui 132.187 nel solo 2017. Di queste ultime 66.557 sono giovani (50,4%, di cui il 33,0% laureati, pari a 21.970). Il saldo migratorio interno, al netto dei rientri, è negativo per 852 mila unità. Nel solo 2017 sono andati via 132mila meridionali, con un saldo negativo di circa 70mila unità. La ripresa dei flussi migratori rappresenta la vera emergenza meridionale, che negli ultimi anni si è via via allargata anche al resto del Paese. Sono più i meridionali che emigrano dal Sud per andare a lavorare o a studiare al Centro-Nord e all’estero che gli stranieri immigrati regolari che scelgono di vivere nelle regioni meridionali. In base alle elaborazioni Svimez, infatti, i cittadini stranieri iscritti nel Mezzogiorno provenienti dall’estero sono stati 64.952 nel 2015, 64.091 nel 2016 e 75.305 nel 2017. Invece i cittadini italiani cancellati dal Sud per il Centro-Nord e l’estero sono stati 124.254 nel 2015, 131.430 nel 2016, 132.187 nel 2017. L’autonomia scolastica regionale avrebbe, invece, controllato bene se i docenti, ad esempio, facevano studiare anche meglio la storia locale del Veneto relativa al millennio della Serenissima e per il Sannio (alifano, beneventano, molisano, ecc.) se gli studenti approfondivano il mezzo millennio della civiltà dei Sanniti, Pentri in particolare che costituivano la comunità più numerosa e montanara, che ancora affiora nei diversi modi anche di vedere la res pubblica nel Mezzogiorno.(Prof. Giuseppe Pace (VSeg. Provinciale Partito Pensionati Padova con delega scuola in Veneto)