Crea sito

I DANNI DEL DIVORZIO

(di Gianluca Martone) In questi ultimi 47 anni, si possono riscontrare in tutta la loro drammaticità i nefasti danni della legge sul divorzio, che ha distrutto l’intero tessuto sociale e cristiano. In principio c’era il mito del divorzio come una liberazione per genitori e figli. Dopo milioni di separazioni si è scoperto che per i genitori il trauma del fallimento della loro vita matrimoniale è una cicatrice indelebile e per i figli è fonte di infiniti disturbi e gravi ripercussioni sociali (povertà, basso livello di istruzione ecc.). I risultati sono però stati accolti spiegando che sarebbe meno peggio per i bambini che i loro infelici genitori si separino, piuttosto che sforzarsi di vivere assieme continuando a litigare. Ma numerosi ricercatori, come B.D. Whitehead della Rutgers University e altri, hanno dimostrato che per i bambini il divorzio e la permanenza in una “nuova famiglia” è in realtà molto peggio del vivere in una casa infelice: in molti di questi matrimoni, infatti, segnati da insoddisfazione coniugale, straniamento emotivo ed incomprensione reciproca, i due adulti sacrificano alcuni dei loro interessi al fine di preservare la stabilità della casa e la cura necessaria per la loro prole e si rileva un effettivo sforzo di migliorare il loro matrimonio per il bene dei figli, riuscendoci in molti casi e ritrovando l’armonia e il sentimento di amore verso il coniuge. L’amore per i figli spinge i genitori a cambiare anche i pregiudizi dell’uno verso l’altro. Oggi invece si è arrivati a parlare di divorzio breve, cioè di accelerare i tempi nel veder fallito il proprio principale progetto di vita comune. Due giorni fa il ddl è arrivato in Senato ma il fronte del “no” è ampio, favorevoli solo M5S e Sel mentre il PD ha venti senatori contrari, coordinati dal vicepresidente Stefano Lepri. I sostenitori parlano anche in questo caso si tratterebbe di conquista storica. La Chiesa non la pensa così (e nonostante questo è la prima ad aiutare i genitori divorziati a ricostruire la loro vita), è infatti intervenuta tramite il segretario della Cei mons. Nunzio Galantino dopo l’approvazione da parte della Camera del divorzio breve: «non darà nessun contributo. Non credo si possa parlare di conquista, tanto meno definirla storica. Una accelerazione per quel che riguarda il divorzio non fa che consentire una deriva culturale. Togliere spazio alla riflessione non risolverà. Il matrimonio e la famiglia restano il fondamento della nostra società. La fretta non porterà da nessuna parte». Parole chiare, nette, eppure c’è chi è convinto che la chiesa di Francesco abbia rinunciato ad intervenire nel dibattito politico sui temi eticamente sensibili. Come sempre la realtà da ragione alla visione della Chiesa: uno studio inglese ha infatti rilevato che il 54% dei divorziati vive con grossi rimpianti la rottura, una volta che si sono calmate le acqua, sperimentando ripensamenti sul fatto di aver preso la decisione giusta. Molti si sono accorti di amare ancora il loro ex-partner, il 42% di questi ha provato a ricostruire il rapporto e il 21% è riuscito a tornare assieme alla persona con cui aveva divorziato. Uno su cinque ha avuto rimpianti fin da subito, il 19% invece entro una settimana. Altri hanno ammesso di voler ricominciare soltanto dopo l’ufficialità del divorzio, soprattutto mentre gli avvocati dividevano i beni, simbolo concreto di una vita trascorsa l’uno a fianco dell’altra. Indietro comunque non si può purtroppo tornare, il divorzio ha indebolito indelebilmente la famiglia, il matrimonio e i rapporti tra le persone trasformandoli in situazioni temporanee: “finché dura”. Il divorzio breve peggiora ancora di più le cose, negando perfino un periodo di attesa tra la decisione di divorziare e l’effettiva separazione che, invece, lascia ai coniugi il tempo di riflettere maggiormente sulla decisione. Oggi sappiamo che se seguiranno la loro arrabbiatura, metà delle volte si pentiranno e vorranno tornare indietro. Ma sarà troppo tardi.

Sulla Nuova Bussola Quotidiana, alcune settimane fa il collega Marco Guerra ha analizzato in modo preciso e attento gli effetti drammatici del divorzio soprattutto sui figli:” “La separazione con bambini è un problema di salute pubblica”, su questo tema venerdì scorso si sono confrontati a Roma, presso l’auditorium del Ministero della Salute, giuristi, esponenti della comunità medico-scientifica, psicologi, mediatori familiari e responsabili di strutture che operano nel sociale. L’iniziativa, la prima in Italia di questo genere, prende spunto dall’articolo ‘New approaches to divorce with children: A problem of public health’ curato dal pediatra Vittorio Carlo Vezzetti e pubblicato lo scorso novembre dalla prestigiosa rivista internazionale Health Psychology Open. Il testo rappresenta la più vasta metanalisi sulle conseguenze sanitarie delle separazioni nelle coppie con figli, soprattutto rispetto a quei casi in cui avviene la perdita di una delle due figure genitoriali o vi è una situazione di conflitto protratto. In questi mesi, l’articolo di Vezzetti ha fatto molto discutere poiché, mettendo a fuoco i danni organici subiti da bambini e adolescenti a seguito della perdita separativa, ha di conseguenza implicitamente additato i nuovi stili di vita delle società occidentali che inneggiano ad una libertà individuale scevra di ogni responsabilità relazionale nonché i costumi giurisprudenziali che prediligono un approccio monogenitoriale. Dalla ricerca di Vezzetti emerge quindi una verità scomoda, ovvero che i bambini soffrono terribilmente se vengono separati dalla madre o dal padre. Preso atto di questo dato incontestabile e alla luce dei 10 milioni di bambini che in Europa sono condannati a vivere senza uno dei due genitori (circa un milione e mezzo in Italia), molti ora concordano nell’affermare che la separazione che coinvolge dei minori è un fattore di grande rischio per la salute pubblica. Fatto sta che il convegno è stato ospitato nei locali della sede centrale del Ministero della Salute e ha ricevuto anche un messaggio di saluto del ministro, Beatrice Lorenzin, secondo la quale “l’argomento, purtroppo, riveste grande attualità e merita attenzione non solo dal punto di vista giuridico, ma anche per le innegabili implicazioni sulla salute e sul benessere dei soggetti coinvolti”. Tra i relatori dell’evento lo stesso pediatra Vittorio Carlo Vezzetti; l’avvocato familiarista patrocinante in Cassazione, Simone Pillon; Giorgio Vaccaro, avvocato e mediatore familiare; Ugo Sabatello, Neuropsichiatra infantile, ricercatore confermato presso Sapienza Università di Roma; Giovanni Camerini, Neuropsichiatra infantile e psichiatra, docente di psicologia giuridica presso le Università di Padova; Marco Pingitore, Psicologo psicoterapeuta, Presidente Società Italiana Scienze Forensi e Giovanni Lopez, Psicologo psicoterapeuta, responsabile dell’Area di psicologia clinica e giuridica de La Casa di Nilla. Vasta la platea di operatori in diversi settori convolti nella cura e nella custodia dei minori. Tutti gli esperti intervenuti si sono soffermati sul diritto imprescindibile del bambino a trascorrere tempi adeguati con la mamma e con il papà. Per questo motivo l’avv. Pillon, membro fra l’altro del comitato promotore del Family day, ha sottolineato la necessità di aiutare i genitori a restare uniti e a crescere i loro figli insieme, anziché condurre subito la coppia verso la separazione all’insorgenza delle prime incomprensioni. “Di fronte alle crisi delle coppie – ha spiegato Pillon – il primo obiettivo della società deve essere quello di trovare soluzioni per salvaguardare il superiore interesse del minore”. Pillon ha quindi indicato alcune strade da percorrere. Il tentativo di riconciliazione può essere affrontato in delle strutture apposite come la ‘Casa della tenerezza’ a Perugia, che propone un percorso di riconciliazione superato da circa il 60% delle coppie che finora vi si sono rivolte. Ma quando questo è proprio impossibile non resta che supportare in ogni modo l’affidamento materialmente condiviso con tempi equipollenti.

Nei Paesi in cui è stata attuata la politica dei tempi equipollenti, infatti, il conflitto si è drasticamente ridotto e la probabilità per un minore di perdere un genitore è crollata. Visto la mancanza di strumenti normativi adeguati, Pillon ha suggerito di promuovere presso tutti i 136 tribunali italiani un protocollo d’intesa sulla scorta di quello già concordato con il tribunale di Perugia, che fissa tempi equipollenti di frequentazione dei figli minorenni. A ricordarci quanto sia importate questo aspetto è stata di nuovo la Corte di Strasburgo che ad inizio maggio ha condannato l’Italia per l’ennesimo caso in cui il nostro Paese non è riuscito a garantire la relazione figlio minorenne-genitore escluso dall’altro genitore. La sentenza (Improta c. Italia, 4 maggio 2017) giunge a meno di due mesi di distanza dalle altre due in ambito di relazioni familiari. Ad oggi, come ha ricordato il pediatra Vezzetti al convegno, la separazione dei genitori è infatti il primo fattore dei perdita genitoriale per i bambini occidentali. Ad alcuni anni dalla separazione il 30% dei bambini italiani perde il contatto con una delle due figure mentre, grazie a politiche di affido materialmente condiviso, in Danimarca si è scesi al 12% e in Svezia al 13. Nei decenni passati la parental loss era dovuta alle guerre o agli incidenti. Gli studi sui grandi numeri condotti da Vezzetti dicono “che le conseguenze sulla salute sono potenzialmente gravi che possono arrivare sotto forme insospettabili dopo decenni”. Partendo dai modelli animali e poi passando in rassegna gli studi sui bambini che hanno subito questo topo di evento avverso, l’opera di Vezzetti ha dimostrato la base biologica del problema e le conseguenze indiscutibili sul benessere e la salute dei minori. Il trauma della separazione e in particolare la perdita di una delle due figure genitoriali porta a gravi alterazioni del sistema nervoso, ormonali e persino cellulari con un indebolimento ed invecchiamento precoce dei cromosomi. Si riscontrano poi danni legati all’alterata produzione delle citochine, che sono dei mediatori endogeni correlati con un vasto spettro di malattie. Sono stati inoltre documentati effetti sulla crescita e la statura, sull’insorgenza del morbo di Alzheimer, mieloma, artrite reumatoide e altre gravissime malattie. A tutto questo si aggiungono gli effetti già noti sulla salute psichica del bambino costretto a crescere senza un genitore: aumento dell’incidenza delle depressioni e insorgenza sindromi di iperattività e deficit di attenzione. Nel caso in cui la separazione avviene entro i nove anni questi effetti hanno il massimo dell’incidenza, l’impatto si attenua se l’evento traumatico avviene nell’adolescenza. Vezzetti arriva quindi a desumere dalla letteratura scientifica internazionale che è peggio perdere un genitore per divorzio che per morte, perché nel primo caso il figlio prendendo coscienza della situazione nutrirà rabbia contro il genitore che ha determinato la perdita dell’altra figura genitoriale. Anche Vezzetti concorda quindi nell’affermare che l’unico modello che attenua questi effetti e il rischio di perdita genitoriale è l’affido materialmente condiviso. Solo con esso si riscontra una netta diminuzione del grado di conflittualità. Come dicevamo all’inizio, l’aspetto più significativo di questa ricerca è che il tema separazione, a causa della sua frequenza e gravità, è da trattarsi prevalentemente come un problema di salute pubblica. E ora che anche la scienza afferma che i bambini che crescono privati dell’apporto paterno o materno rischiano seri problemi di salute, è necessario che le istituzioni smettano di trattare questo fenomeno sociale come una questione meramente giuridica. Il problema è anzitutto culturale e antropologico e chiede uno sforzo politico per rimettere al centro il benessere della coppia e il supremo interesse del bambino”.
Questo aspetto drammatico è stato precedentemente sottolineato circa un anno fa sempre sulla Nuova Bussola Quotidiana dalla giornalista Francesca Pannuti, con un interessante articolo:” Il 16 giugno scorso Papa Francesco ai partecipanti al Convegno ecclesiale della diocesi di Roma, tenuto a San Giovanni in Laterano sul tema: “La letizia dell’amore: il cammino delle famiglie a Roma alla luce dell’Esortazione Apostolica Amoris laetitia di Papa Francesco” ha detto che quanto trattato nel Sinodo “esigeva (ed esige) …non un rispetto diplomatico o politicamente corretto ma un rispetto carico di preoccupazioni e domande oneste che miravano alla cura delle vite che siamo chiamati a pascere”.Tra queste, occupano un posto di rilievo le apprensioni riguardo ai danni provocati dal divorzio sui figli. I figli dei divorziati vivono in genere una situazione di disagio? La Nuova BQ lo ha chiesto alla professoressa Raffaella Iafrate, Ordinario di Psicologia sociale e membro del Comitato direttivo del Centro d’Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, che ha collaborato alla realizzazione del libro L’olio sulle ferite. Una risposta alle piaghe dell’aborto e del divorzio, Ed. Cantagalli, Siena 2009. “Dalla letteratura scientifica e dall’esperienza clinica – spiega – emerge che l’evento separazione, in quanto imprevedibile e traumatico per i figli, poiché stravolgente l’ordine familiare, comporta sempre una quota significativa di sofferenza e una necessità di cambiamento a livello affettivo ed organizzativo, anche quando, nella migliore delle ipotesi, non si rilevano effetti di conclamato disagio o patologia. Per il figlio la rottura di tale unione, che si pone all’origine della sua vita, evoca l’angoscia della possibilità stessa di sopravvivenza e assume il significato di una rottura di un’unità originaria di cui è il segno”. Iafrate prosegue dicendo che “dalle ricerche si evince inoltre con sempre maggior chiarezza come sia necessario non limitarsi ad osservare gli “effetti” della separazione in termini di “comportamenti” o di “indicatori di adattamento sociale” del figlio, ma come occorra spostare l’attenzione ai suoi sentimenti e alle sue emozioni e percezioni, che più sembrano risentire dell’aspetto traumatico dell’evento. Più spesso si tratta di un disagio fortemente interiorizzato, espresso, di solito, attraverso segnali più sottili, quali ansia, bassa autostima e tendenza alla depressione, che va codificato e fatto emergere perché possa essere “trattato””.
Quali possono essere gli effetti “a lungo termine” che la separazione può esercitare sui figli? La letteratura degli ultimi anni è concorde nel rilevare come molti problemi che sembrano contenuti o del tutto assenti in età prescolare e scolare possono letteralmente “esplodere” in adolescenza o in età giovane-adulta, quando cioè i figli si trovano spesso come “bloccati” sia sul piano affettivo, sia professionale. In che modo? In particolare, per i figli giovani adulti, rilevante sembrerebbe essere la percezione del sentimento di ingiustizia, quella cioè, di non avere dai genitori il sostegno a cui sentono che avrebbero diritto e di essere spesso costretti all’inversione dei ruoli che viene vissuta come pesante da gestire. Le evidenze empiriche più ricorrenti mostrerebbero soprattutto una minor capacità da parte dei figli di separati, rispetto ai coetanei di famiglie “intatte”, ad impegnarsi in relazioni affettive durature ed una maggior tendenza a sperimentare precocemente rapporti affettivi e sessuali occasionali, come pure maggiori difficoltà dal punto di vista della progettualità professionale e del raggiungimento di uno status economico stabile. L’esperienza della separazione coniugale dei genitori sembra dunque lasciare nei figli da un lato il timore di ripetere il loro “fallimento”. D’altra parte, emerge il loro bisogno di riscattare l’immagine di unità familiare perduta, investendo dunque precocemente e massicciamente, anche in modo idealizzato, in un proprio futuro familiare”.Da quanto avete appurato col lavoro della Sua équipe in Cattolica, per la valutazione dell’“idoneità” di un genitore o di entrambi i genitori sono sufficienti criteri socio-economici? L’idoneità di un genitore non è ovviamente riducibile a criteri socio-economici, ma nemmeno a sue caratteristiche di personalità. Oggi, grazie ad una visione familiare del problema introdotta già a partire dagli anni ’80 dalle ricerche di Cigoli, Scabini e collaboratori si è giunti progressivamente a ritenere fondamentale (salvo casi estremi) garantire l’accesso del figlio anche al genitore non convivente, secondo il criterio della “continuità” entro una logica generazionale riferita cioè non solo ai genitori ma anche alle stirpi materna e paterna. “Creare uno spazio per l’assente” e garantire l’accesso all’altro genitore, può significare allora aprire una porta sul dolore o sul conflitto, ma anche consentire al figlio di appropriarsi realisticamente della propria storia. Per i figli è a rischio la concezione stessa di persona come potenzialmente generativa di legami benefici e duraturi. Quali conseguenze può provocare la privazione della continuità del legame genitoriale? La negazione di questo diritto è uno dei più grandi gesti di ingiustizia che un genitore solo possa compiere contro il proprio figlio. Un possibile drammatico esito di un non rispetto di tale compito genitoriale è rappresentato dalla Sindrome di Alienazione Parentale che si incontra nei bambini che, entro una separazione altamente conflittuale, rifiutano perentoriamente i rapporti con uno dei due genitori. Tale disturbo, sul quale abbiamo posto l’attenzione in alcune nostre recenti ricerche, è infatti frutto di un’operazione di sistematica squalifica e denigrazione da parte di un genitore – generalmente l’affidatario – nei confronti dell’altro genitore. L’altro genitore viene quindi sminuito, come “svuotato” del suo ruolo genitoriale, irriso e “buttato fuori” dalla relazione con il figlio: viene escluso dalla relazione educativa. “Molti psicologi, educatori e assistenti all’infanzia hanno il brutto vizio di proporsi ai loro assistiti come un sostituto del genitore, … aumentando in questo modo la distanza tra genitore e figlio” si legge nella prefazione del libro Nidi violati, ([email protected], ed. Il Torchio). Come valuta il contributo della società in relazione alla famiglia? Penso che sia fondamentale che il mondo sociale offra alle famiglie percorsi di accompagnamento verso la realizzazione dei sui compiti: promuovendo esperienze di gruppi di genitori separati, o Percorsi di Enrichment Familiare, che facciano leva sulle risorse ancor più che sui bisogni di queste persone e consentano di uscire dall’isolamento nelle quali sono spesso relegate. O anche incoraggiando il ricorso alla Mediazione Familiare che consente alla coppia genitoriale di prendere accordi per la riorganizzazione delle relazioni familiari e favorendo la realizzazione di Gruppi di Parola per i figli di genitori separati. I figli devono sentirsi ascoltati e poter cercare strategie per migliorare il dialogo con gli adulti”.
Sempre sulla Nuova Bussola Quotidiana, nello scorso mese di gennaio la giornalista Benedetta Frigerio esamino’ il dramma degli adolescenti per il divorzio dei genitori:” Era da cinque anni che suo padre e sua madre erano separati e che lei, 14enne catanese, viveva il peso di questa rottura. Certamente i fattori erano molteplici (sensibilità, contesto storico, libertà…) ma fatto sta che la settimana scorsa, di ritorno nella casa materna, dopo aver passato il fine settimana in quella del padre si è impiccata, lasciando un biglietto ai genitori in cui li salutava e spiegava il suo gesto. Si sapeva che da quando papà e mamma si erano divisi la ragazzina non era più la stessa. Era buona sì, come se quel dolore la rendesse di più simpatetica a quello degli altri uomini, ma con un peso sulle spalle troppo grande: “Una ragazza solare ben voluta da tutti, ma aveva sempre un velo di tristezza negli occhi, forse la separazione dei genitori l’aveva segnata profondamente”, ha commentato la sua professoressa di italiano. Il caso non è isolato e ricorda quello di un bambino che nel 2012 a soli 10 anni si suicidò impiccandosi con una sciarpa perché, a detta dei nonni, “non aveva mai veramente accettato la separazione dei genitori. Ha sofferto molto e non ha mai superato il dolore. Era l’unica ombra nel cuore di Filippo”. Ombra, tristezza, riflessi nello sguardo, come se il pensiero del male fosse sempre in qualche modo lì fisso e distraente nella loro mente, portando probabilmente questi bambini a non essere mai completamente presenti e quindi capaci di affermare la realtà che gli si svelava davanti. Come un arto sempre ferito a cui è impossibile non pensare in continuazione. Chi non l’ha vissuto forse non può comprenderlo, ma “quando la coppia scoppia, il figlio prova un dolore dilaniante, è come se venisse spaccato in due”, ha spiegato la dottoressa Margherita Spagnuolo Lobb, direttore della scuola di psicoterapia di Gestalt Hcc Italy, commentando il suicidio della 14enne siciliana. I due casi estremi, ma che raccontano la disperazione di una generazione, che magari non arriva alla morte fisica ma al rifiuto della vita in altre forme nichiliste dilaganti (anoressie, droga, violenza, apatia, compulsioni varie), rende evidente che la ferita psicologica dei divorzi e delle separazioni è mortale per tutta la società. Perché ogni uomo dovrebbe poter crescere con la certezza, più o meno inconscia, di essere nato e di vivere come conseguenza di un atto d’amore che nulla potrà rompere, quello fra suo padre e sua madre, due figure che per lui sono inseparabili. La negazione di questa promessa insita nella nascita e di questa identità, il concepirsi frutto di un bene eterno, coincide dunque con la fine dell’esistenza. E’ come se il figlio si sentisse ucciso, non sapendo più chi è, né da dove viene. Si spezza, come dice Lobb, qualcosa in lui che lo getta nello smarrimento, nella paura e nella sfiducia verso ogni cosa. Perché se il luogo in cui si trova la sicurezza per crescere e avventurarsi nella vita svanisce, in cosa credere? Su che terreno solido poggiare i piedi per affrontare il quotidiano con fiducia? “Mia madre e mio padre si sono separati due volte, prima fra loro e poi dai loro “compagni”. Io mi posso fidare solo di me stesso. Non credo più in nulla, anche perché se resto deluso ancora che faccio?”, è l’inferno descritto da un ragazzino di 16 anni di una scuola professionale. Ed è un’altra morte di chi decide di negare ogni possibilità di bene piuttosto che rischiare di patire di nuovo uno strazio indicibile. Lo strazio della negazione della carità gratuita per cui veniamo al mondo, l’unico motivo per cui ogni uomo vive, lavora e persino pecca, nella speranza di ritrovarla. Quando questa speranza viene totalmente soffocata, dunque, accade quello che un’altra ragazza, trovata anni fa morta nei bagni di una stazione di Roma, scrisse prima di uccidersi: “Riconosco che mi avete voluto bene, ma non siete stati capaci di farmi del bene. Mi avete dato tutto, anche il superfluo, ma non mi avete dato l’indispensabile: non mi avete indicato un ideale per il quale valesse la pena di vivere! Per questo ho deciso di togliermi la vita! Perdonatemi, ma non ho altra scelta”.Episodi che la stampa tende a censurare, anche se la ragazzina (come anche noi) non giudicava definitivamente i genitori, bensì un semplice dato di fatto. Perché tutto può essere scusato e redento, ma le conseguenze del male si pagano ed è meglio conoscerle in anticipo, insieme ai rimedi possibili. La tragedia della mancanza di un senso amoroso per cui vale la pena il sacrificio di esserci e di affrontare l’esistenza è infatti tale che solo l’incontro con l’amore con la A maiuscola può permettere di tornare a sperare. Quell’Amore appunto che ha “usato”, per dirla con Testori ne “Il senso della nascita” (“in questo momento Dio è lì per continuare la sua creazione”), l’unione procreativa dei genitori. Quell’unico Amore che può trasformare la morte in una nuova vita. Questa volta immortale. Nell’ultimo libro di Alessandro D’Avenia “L’arte di essere fragili” compare la lettera di un ragazzino, figlio di due coniugi separati che hanno ovviato alla loro assenza riempiendolo di beni materiali, il quale per farsi notare aveva combinato di tutto. Leggendo i libri dell’autore però si era come accesa una luce in lui, per cui ringraziava D’Avenia così: “Sono orfano sebbene fisicamente esistano i miei genitori! L’unica cosa che ho imparato è che uno sguardo, un abbraccio sono in grado di annientare tutti gli oggetti che ci sono al mondo e sarà la prima cosa che insegnerò ai miei figli! Grazie ancora!”. Proprio come spiegò durante un’intervista a Tempi sui “figli del divorzio” la nota psicologa della famiglia Vittoria Sanese: “Se ci sarà qualcuno che gli farà compagnia dando senso e dignità alla loro esistenza e dolore, offrendo amore costante, allora la ferita sarà trasfigurata. E il bambino potrà capire che esiste un amore che resiste. E che c’è un senso buono del suo esserci. Serve quindi la fede in un’altra paternità”. Che è anche “un adulto che sappia trasfigurare la realtà in positivo, da cui, per chi crede, passa l’amore fedele di Dio”. Pur attraverso una ferita che può trovare vero sollievo in terra solo con la fedeltà al vincolo di Dio del coniuge tradito e redenzione nella riunione dei genitori. Ma che si rimarginerà davvero solo in Cielo”.
Bellissimo il testo della «Preghiera dell’amore fedele», trovata da un lettore in una chiesa della diocesi di Varasdino, in Croazia, e che ci ha gentilmente inviato e tradotto.
Dio Onnipotente, a Te devo tutto. Mi hai creato dal nulla e mi hai dato una vita che non avrà mai fine. Mi hai dato la fede e mi hai chiamato a far parte del tuo popolo santo. Hai tenuto il tuo sguardo su di me e mi hai accompagnato lungo il cammino, anche quando mi sembrava di essere solo. E proprio perché non hai voluto che io fossi solo su questa terra mi hai fatto incontrare la mia/il mio sposa/o. Aiutami Signore a non dimenticare la grandezza di questo dono e a glorificarti ogni giorno amando e onorando mia moglie/mio marito, secondo le promesse che ho recitato il giorno del mio matrimonio, al tuo cospetto. Tu, che hai reso questa unione sacra e indissolubile, dammi la forza di viverla cristianamente, nella fedeltà e nella carità, e la gioia di vederla crescere e fruttificare. Custodisci la mia famiglia. E se sulla via incontrerò delle tentazioni, e se nella mia miseria e nel mio peccato correrò il rischio di violare l’alleanza che tu hai sigillato, di tradire il sommo bene che mi hai affidato, prima che ciò accada ti chiedo con tutto il cuore di chiamarmi a Te. Perché nella morte ti possa abbracciare per sempre, Padre buono e misericordioso, e non abbia a rovinare con il mio egoismo l’opera del tuo amore. Amen