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La Romania tra tradizione pasquale con uova rosse e innovazioni.

Giuseppe Pace (Esperto di Ecologia Umana Internazionale ed ex prof. in Romania). Siamo ancora in lima culturale di Pasqua trascorsa in Italia e prossima in Romania. Riscrivere di tradizioni pasquali non appare fuori tempo. Scrivere poi di un ambiente ancora, in gran parte misterioso, mi gratifica non poco. L’ambiente romeno è poco noto in Italia ed altrove. Se i francesi sono i nostri cugini tristi, i romeni sono quasi i nostri gemelli non mono, ma biovulari. Parlano quasi come noi ad iniziare dal lasciami in pace ”lasă-mă în pace”, un caffè “o cafea”, sembra napoletano! A Deva di fronte al Municipio c’è una statua dedicata all’imperatore Traiano con una frase significante di Samuil Micu ”Acesta a fost saditorul si parintile romanilor”, che riconosce la paternità romana dei romeni di oggi e rende omaggio a Traiano- imperatore romano dal 98 al 117 d. C.- anche se alcuni indigeni, che animano una rivista epica sui Daci non sono concordi. Prima della statua simbolica dedicata a Traiano, a Deva ci fu quella dell’indigeno, Petru Groza, primo ministro della Romania del 1945 e prima ancora si ipotizzo la statua da dedicare ad Avram Iancu, già onnipresente nella vicina città di Hunedoara. Il mio ex collega di scuola, Vlaic Sorin, stimava A. Iancu, ma riconosceva l’azione generatrice di uno Stato lungimirante quale fu Roma imperiale che espanse l’impero al massimo con l’annessione della Dacia di re Decebalo e l’artistica Colonna Traiana, che considera i Daci quasi alleati. A Deva (città colta e con una classe media più lungimirante culturalmente della vicina città di Hunedoara, ricca di cultura operaia e metalmeccanica, e di Petrosani, città ricca di cultura di minatori) molte sono le statue pubbliche da quella epica di Decebalo in piazza centrale a Eminescu nel parco Cetate, dagli eroi popolari (Closca, Crisan e Horea) davanti al bel palazzo museale di Gabriel o Gabor Bethlen, Principe di Transilvania dal 1613 al 1629), Magna Curia, agli eroi anonimi della rivoluzione anticomunista del 1989 posti davanti la Prefettura con la bella fontana abbellita da piccole opere d’arte dedicate agli anfibi, da Nadia Comaneci ad altri 11 atleti e 4 allenatori, statue poste vicino alla cabinovia che conduce sul panoramico castello medievale del 1250. Interessanti sono i musei a Deva ad iniziare da quello più moderno della Civiltà Dacica e Romana a quello di Storia Naturale là vicino. A Deva non poche sono le scuole e le biblioteche pubbliche tra le quali primeggia quella Judetiana o regionale dedicata a Ovid Densusian, che cura anche una colta rivista, “Vox Libri”, che ha dato spazio anche ad un mio articolo sulla vita nell’universo quando insegnavo a Deva, nonché ad un mio saggio online edito da leolibri.it “Sguardo su Deva e sulla regione Hunedoara”. In esso dedicai ampio spazio alla religiosità dei circa 450 mila hunedoareni residenti, con risalto speciale, al monastero francescano a nord di Brad nonché alla quasi abbandonata sinagoga ebraica in città capoluogo regionale, Deva. Particolarmente interessante appare la locale pratica religiosa più ricca di segni della liturgia ortodossa cominciare dalle decorazioni in chiesa delle volte, delle icone, ecc.. Mi diceva l’ex collega al Colegiul Tehnic “Transilvania” di Deva, Gabriel Nitu Bogdan (nativo di Bucarest, ammogliatosi a Deva e attuale prete ortodosso), che in Romania la dottrina sociale della chiesa è stata diversamente applicata rispetto all’Italia. Ho ammirato due anni fa la sua cappella affrescata con già l’effige del Vescovo locale. L’ex collega mi faceva notare che da noi, in Italia, vi sono più attività sociali nei patronati cattolici, fedeli alla Dottrina Sociale della Chiesa, e dunque più volontariato diffuso rispetto a quello romeno. Come ho già evidenziato la Pasqua ortodossa romena è più pregnata e pregnante di senso religioso che da noi. Della Pasquetta o il Lunedì di Pasqua, si svolge un’antica tradizione, soprattutto in Transilvania, al nord, chiamata udatul (l’annaffiare). Nei villaggi le ragazze e le donne vengono “annaffiate” con acqua di sorgente. Nelle città invece, dove le sorgenti scarseggiano, si utilizza del profumo, augurio di bellezza, freschezza e salute. Che tutte le “donne siano tutto l’anno come la primavera”! Dalle prime ore del pomeriggio, le città si riempiono di gruppi di uomini e ragazzi, che suonano alla porta della donne, muniti di bottigliette di profumo, pronunciando frasi del tipo: “Ho sentito che qui c’è un fiore, sono venuto ad annaffiarlo“, e le ragazze vengono così profumate. Scrive un’articolista romena, che vive in Italia, ”Da quando vivo in Italia ho dovuto adattare a modo mio il famoso detto “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”. In realtà, passo il Natale con i miei, italiani, e Pasqua con i miei, rumeni. Perciò mi sento come due metà che formano un intero, mai perfetto. Ella non rimpiange la Romania, ma ne mette a fuoco virtù tradizionali non rigettate. In Italia sono oltre 1 milione i romeni immigrati da due generazioni e le nostre scuole ammirano bravi ragazzi e ragazze volenterosi di migliorare. Forse questi studenti danno più prove positive di quelli coccolati rimasti in patria. Ma torniamo alle tradizioni pasquali romene. La Domenica delle Palme ortodossa, chiamata anche Duminica Floriilor, la Domenica dei Fiori, non ricorda solo il trionfale ingresso di Gesù a Gerusalemme e i suoi giorni di Passione, ma anche la fioritura e il risveglio della natura. Il suo simbolo sono i rami di salice e coincide con l’onomastico di tutti quelli che in Romania hanno nomi di fiori. E’ una festa molto sentita, vissuta con intensità e sacrificio, che prevede una lunga e difficile quaresima (che dura 7 settimane), nella quale molti fedeli decidono di non mangiare carne, uova, latticini e bere alcol, per tutti i 48 giorni, intesi come purificazione assoluta del corpo e dello spirito. Alcuni scelgono anche di seguire quella che viene chiamata quaresima nera, che prevede un digiuno assoluto, senza cibo ne acqua, da giovedì santo fino a sabato notte, dopo la messa di resurrezione. L’ultima settimana, Săptămâna mare, la Grande settimana, è anche di lutto, di meditazione e di sofferenza. Le messe che si svolgono questi giorni sono particolari: il Giovedì Santo vengono letti i 12 vangeli, uno per ogni ora del giorno, mentre il Venerdì Santo, o Venerdì nero, come lo chiamano i credenti, si celebra la messa di requiem, Prohodul, una messa funebre che include un momento particolarmente emozionante, in cui i fedeli circondano la chiesa, con le candele accese, ripercorrendo simbolicamente la Via Crucis, con le sue 14 stazioni. Al nuovo ingresso nella chiesa, i credenti passano sotto l’epitaffio, un pezzo di stoffa, mantenuto da quattro uomini, che porta ricamato o dipinto la sepoltura di Cristo. La messa della risurrezione inizia sabato a mezzanotte, quando nelle chiese si spengono le luci e il prete esce dall’altare portando la candela accesa e invita tre volte i fedeli ad attingere la luce con le loro candele: “Venite a prendere la luce! (Veniţi de luaţi lumină!). Questo invito ha un valore simbolico sia per la funzione liturgica, che prosegue poi anche fuori la chiesa, sia per i fedeli che si passano l’un l’altro la fiammella, un gesto che crea un avvicinamento spirituale tra le persone. Dopo il rituale iniziale il sacerdote si rivolge ai fedeli dicendo “Cristo è risorto!” (Hristos a Ȋnviat!), e loro rispondono “E’ veramente risorto!” (Adevărat a Ȋnviat!). La tradizione vuole che, ritornate dalla messa, le famiglie si siedano intorno al tavolo bandito e, prima di iniziare lo “strano” pranzo pasquale nel cuore della notte, mangiano il pane benedetto imbevuto nel vino, come simbolo del corpo e del sangue di Cristo. In mezzo al tavolo c’è il simbolo pasquale per eccellenza: le uova rosse. Colorare le uova di rosso è un rituale che simboleggia il sacrificio, il sangue di Cristo. Una leggenda racconta che, dopo la crocifissione di Gesù, i rabbini e i farisei abbiano organizzato un pranzo festivo e uno di loro abbia detto: “Quando questo gallo che mangiamo ritornerà in vita e queste uova diventeranno rosse, solo allora Gesù risorgerà“. L’uovo, già di per sé simbolo di vita e di fertilità, è sempre stato visto come segno di resurrezione. La tradizione contadina dice che le uova di Pasqua hanno il potere speciale di proteggere gli animali della fattoria e la famiglia che vi abita. Infatti, è vietato buttare via il guscio, che invece viene seppellito alla radice degli alberi, per dare fertilità alla terra. Nei villaggi, la mattina di Pasqua la gente si lava il viso in un catino d’acqua con un uovo rosso e una monetina dentro, per essere sani e ricchi tutto l’anno. Inizialmente, le uova venivano colorate solo di rosso,  coi pigmenti delle foglie di cipolla, ma oggi sono dipinte in colori vari e si ritrovano su tutti i tavoli per essere donate, nel giorno di Pasqua. La tradizione delle uova dipinte, così antica, è stata portata al rango di arte da molti artigiani rumeni, che dipingono le uova in maniera fantasiosa, con simboli tradizionali o moderni. In Romania ci sono vari centri artigianali che conservano questo mestiere ancora vivo, e sono stati addirittura aperti vari musei delle uova dipinte, încondeiate. Spesso sono delle vere e proprie opere d’arte. Le uova colorate sono anche i protagonisti di una tradizione popolare caratteristica, molto amata dai bambini: la battaglia delle uova. Il pranzo pasquale inizia proprio con questa strana gara delle uova: ognuno impugna in mano il proprio uovo sodo, lasciando la parte appuntita dell’uovo verso l’alto, scoperta. A questo punto si colpisce l’uovo dell’avversario e viceversa. Il grido di “battaglia” è: “Il Cristo è risorto!” e “Davvero è risorto!”. Dal primo uovo che si rompe devono mangiare tutti i membri della famiglia, perché si dice che in questo modo rimarranno sempre insieme. Dopo innumerevoli sfide con i commensali, vince l’uovo più resistente, ovvero colui che a fine del giro avrà l’uovo meno danneggiato. Gli anziani credono che il proprietario di questo uovo sia il più forte ed è quello che resisterà maggiormente alle malattie. Una variante di questa tradizione prevede che il perdente, ovvero quello con l’uovo maggiormente danneggiato, debba poi mangiare tutte le uova in gara. Nonostante si tratti di una gara piuttosto impegnativa per il fegato, sono ancora in molti a rispettarne le regole! A dispetto del motto italiano, la Pasqua romena si passa per tradizione in famiglia. Uova sode a parte, il menù prevede una zuppa chiamata ciorba, insalata, sottaceti, agnello al forno o arrosto e un particolare polpettone chiamato drob, una specie di coratella d’agnello, fatta con le frattaglie, pane umido, molto prezzemolo, aglio e cipolla verde. I dolci tipici sono la pasca, una torta a base di pasta frolla, uvetta sultanina e ricotta, che viene preparata solo una volta all’anno, per la Pasqua appunto. Ha una forma circolare, per simboleggiare la culla di Gesù e sopra viene fatto il segno della croce. Un altro dolce casalingo che si ritrova sulla tavola di Pasqua è il cozonac, una sorta di panettone fatto in casa, riempito con semi di papavero o noci. In cucina, nella settimana santa, si radunano le donne della famiglia che di generazione in generazione imparano le ricette tradizionali, con un sentimento di profonda sacralità oltre e calore domestico. I romeni mangiano non proprio quello che mangiamo noi poiché là, abbondano le ciorbe invernali, minestre caldissime a base di verza con burta o trippa, vacuta o vacca, pui o pollo, ecc. Consigliatomi da un prof. universitario il cacio caval panè o caciocavallo impanato. La zuica o alcol di prugne è presente nella cultura popolare anche se al bar non viene servita. La zuica in Romania non si rifiuta, è segno di malaugurio. Molte sono le varietà di birre locali: “steiar” (quercia) più alcolica, dell’”ursus” di Cluj Napoca, la “timosoarena” di Timisoara, l’”hatecana” di Hatec, ecc.. Le canzoni italiane sono ben conosciute, ma quelle cantate molto sono di Nino d’Angelo, spesso in sottofondo musicale di bar, pizzerie e trattorie oltre che di barbieri romeni, quasi tutti donne. A Deva vi è una centrale Casa di Cultura dedicata al cultore indigeno di tradizioni locali, Dragan Muntean, dove posa il mio collega, Gabriel, in fotografia con suoi amici e colleghi. La Romania ha non poche tradizioni, che il comunismo di Ceausescu non ha ridotto come, invece, pare voglia fare una sorta di capitalismo “selvaggio”, dove il consumismo sta per prendere il sopravvento dell’avere sull’essere. Se in Italia la dipendenza dallo smartphone è alta in Romania pare lo sia maggiormente. Nelle scuole era ed è ancora prevalente un dominio delle discipline non umanistiche poiché il comunismo aveva sacralizzato la scienza: un libro nella biblioteca della scuola dove insegnavo titolava ”Scienza, amica mia”. La dipendenza da alcol dei maschi non è bassa, ne la disoccupazione maschile, quella femminile lo è meno per la determinazione femminile in tutte le professioni ad iniziare dai notai, avvocati, medici, ingegneri e, ultimamente, in molte aziende manifatturiere italiane nonché di calzature e mobilifici, spesso de localizzati dall’imprenditoria italiana. Le innovazioni possibili romene sono da ricercare in una cultura diffusa di disponibilità alla modernizzazione delle aziende, delle professioni liberali, un po’ meno nel sistema scolastico ed universitario, con prevalente presenza delle pastoie burocratiche formali e statali, senza possibilità dei privati di gestire con migliore qualità la formazione culturale spendile. In Romania c’è meno provincialismo che in Italia, Francia, Spagna e Germania perché Ceausescu obbligo tutti a frequentare scuole ed università. Difficilissimo è trovare anziani analfabeti in Romania. L’esterofilia è alta e spesso manca una matrice di territorialità diffusa che bilanci lo sradicamento della globalizzazione. Da circa 22 milioni di romeni negli ultimissimi decenni si è passati a 19 soltanto per l’alto tasso migratorio connesso ad un’ancora alta corruzione nella Pubblica Amministrazione ed in questo somigliano ancora di più dei francesi agli italiani, dove la Corte dei Conti registra ben 60 miliardi annui di corruzione al di là del colore politico al Governo.