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La tradizione nella viticoltura

(Francesca Accetta) La Sicilia, nell’ottica dell’agricoltura, è la regione che ha più sintonia con la terra per quanto riguarda l’aspetto biologico e l’impatto ambientale, infatti la viticoltura biologica siciliana ricopre il 38% del fabbisogno nazionale. I terreni in cui è predominante la coltivazione della vite si trovano sulle pendici dell’Etna e tra i vini locali, maggiormente rinomati, menzioniamo il Carricante, a bacca bianca e il Nerello Mascalese, a bacca rossa. Nel siracusano, è fervida la produzione del Nero d’Avola, il vino più diffuso nell’Isola, mentre nel Trapanese, si produce un vino gustoso ed aromatico, il Marsala.
La qualità del vino siciliano potrebbe rappresentare una incisiva potenzialità per incrementare il turismo, potremmo dire che ogni etichetta è tesoro. Da una testimonianza diretta, di un nonno quasi centenario, la lavorazione del vino, prevedeva la vendemmia agli inizi di Settembre, si raccoglieva l’uva, in dialetto “racina”, e si riponeva nelle ceste, in dialetto “cuffinelli”, l’uva veniva caricata sugli asini e trasportata al palmento, si riversava nel “racinaio” e si frantumava con i piedi. A tal fine venivano utilizzate scarpe in legno o in gomma.

Durante questa operazione, il mosto colava nella tinozza, e le bucce venivano riposte sulla rimanenza, per estrarre completamente i succhi concentrati. Il mosto e la buccia si mescolavano e rimanevano in ebollizione per l’intera giornata. All’indomani, si svuotava il tino, si riempivano le botti col mosto e si attendeva un mese affinché il mosto diventasse vino. Questa tecnica è stata adoperata in Sicilia fino agli anni Settanta anche se tutt’ora viene utilizzata in località circoscritte, come Randazzo, Maletto, Passo Pisciaro, in cui non vi sono grandi aziende.
Nella lavorazione attuale, l’uva si porta al palmento, dove avviene la pigiatura, attraverso appositi macchinari, si raccolgono le vinacce e si pressano per estrarre la parte migliore, in modo tale che il mosto assuma “un carattere più forte”, il mosto dovrà riposare per un mese, dalla prima c.d. spillatura, cioè l’assaggio del vino, e non andranno aggiunte né sostanze chimiche come il lievito e i solfati, ovvero sostanze naturali come lo zucchero. Proponiamo l’organizzazione di visite e percorsi guidati affinché si possa mettere in pratica la tradizione e l’attualità, in particolare visite organizzate dalle scuole, che consentano agli studenti di vivere sul campo l’esperienza scolastica.