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La Romania si ribella, non vuole leggi che favoriscano la corruzione

(Giuseppe PACE). Conosco le ragioni della grande protesta romena attuale verso il governo che è tiepido, a dir poco, nel combattere la corruzione. Ricordo, quando insegnavo in Romania, che già il Presidente della Repubblica presidenziale romena del 2007, Traian Basescu, fece della lotta alla corruzione un suo cavallo di battaglia politica e vinse le elezioni e le rivinse anche quando l’opposizione tentò di isolarlo. Basescu fu eletto per due mandati, dal 20 dicembre 2004 al 21 dicembre 2014. A seguito delle elezioni presidenziali del 2014, gli successe il liberale Klaus Iohannis. In questi giorni oltre 250 mila persone protestano per le strade centrali di Bucarest e altre città romene. Chi protesta non vuole la corruzione che il Governo sembra combattere poco e male. Addirittura intende depenalizzare reati gravi che favorirebbero ulteriormente l’ancora diffusa corruzione pubblica. Poco sembra essere cambiato nonostante l’ingresso nell’Unione europea della Romania dal primo gennaio 2007. Malgrado gli sforzi dell’attuale presidente di centrodestra, Klaus Iohannis, di origine tedesca ed ex Sindaco di Sibiu o Hermannstadt, che però non sta, viceversa, usando grande determinazione nelle riforme come nella lotta politica di crescita del suo consenso. Anche i Italia alcune norme sembrano favorire gli imbroglioni come la depenalizzazione degli assegni bancari e postali scoperti. Non dimentichiamo che l’Italia ha 60 miliardi annui di corruzione nella Pubblica Amministrazione, ne consegue che non abbiamo credito nel fare la morale agli altri, né alla Romania, che ci somiglia non poco per cause storiche, poco note ai più in Italia, non in Romania dove la scuola è stata resa obbligatoria, di fatto, soprattutto durante la dittatura di N. Ceausescu che durò dal 1965 al 1989. In base ai dati trasmessi dall’ultimo rapporto di Eurostat, il 28,5% della popolazione romena (circa 6 milioni di abitanti), si trova oggi in uno stato di povertà materiale e vive con la mancanza di risorse essenziali alla sopravvivenza. Secondo le stime della Fondazione Parada di Bucarest, soltanto nella capitale circa 5mila adulti e 2mila minori o bambini, sopravvivono per le strade della città in una situazione allarmante e di estremo degrado. Anche l’Italia non scherza con le ingiustizie sociali e con una povertà in rapida crescita oltre alla distruzione sistematica della sua classe media. Invece in Romania dal 2007 ad oggi gli stipendi dei docenti sono triplicati, mentre in Italia sono rimasti fermi. Da noi le rivolte contro i governi sono attenuate molto dai Sindacati filogovernativi e i Partiti ancora riescono a mantenere la coesione sociale, ma fino a quando se la ipertassazione e la non crescita dello sviluppo continuano? La recente protesta svoltasi a Bucarest contro l’approvazione della legge salva-corrotti è sfociata in violenti scontri tra polizia e manifestanti. Le forze dell’ordine hanno risposto con idranti e cariche al lancio di cassonetti da parte di alcuni partecipanti al corteo. Alcune centinaia di migliaia di persone hanno nuovamente manifestato a Bucarest e in altre città della Romania per chiedere le dimissioni del governo e il ritiro del controverso decreto d’urgenza sulla depenalizzazione dell’abuso d’ufficio e di altri reati di corruzione. Nella sola capitale Bucarest a scendere in piazza per il terzo giorno consecutivo sono stati in 80 mila, secondo stime della polizia. A migliaia hanno manifestato contro il governo di Sorin Grindeanu anche a Cluj, Timisoara, Brasov, Sibiu e altre città. In tutti i casi i raduni sono stati pacifici e non si sono registrati incidenti. Gli organizzatori hanno fatto sapere che la protesta popolare andrà avanti a oltranza fino a quando il governo non ritirerà il decreto che, insieme a un progetto di amnistia, viene interpretato come un tentativo di vanificare la lotta alla corruzione dilagante nel paese e un regalo ai tanti politici e funzionari sotto inchiesta per reati di corruzione. Il premier Grindeanu ha confermato la posizione del governo affermando che il provvedimento non sarà ritirato. Il presidente Klaus Iohannis – che è schierato dalla parte dei manifestanti – ha annunciato dal canto suo che chiederà alla Corte costituzionale di dichiarare illegittimo il decreto governativo. Secondo l’ultimo rapporto Eurostat, il 28,5 % della popolazione romena vive in uno stato di povertà materiale e manca delle risorse essenziali. Cinquemila adulti e 2mila minori sono completamente abbandonati, campano di stenti. Viaggio tra i dannati di un Paese con un Pil del 4 per cento e una disoccupazione al 6,8. In Italia siamo al 12% di disoccupazione e al 41% e oltre di disoccupazione giovanile, alcune centinaia di migliaia di giovani laureati emigrano, non verso la Romania comunque! Il problema non è tanto la coalizione tendente a destra o a sinistra quando la crescita del senso civico del cittadino romeno, che è troppo sfiduciato e non bene informato sul potere d’acquisto proprio e degli altri Paesi europei compreso l’Italia. In Romania un appartamento in locazione costa mediamente un terzo di quanto costa in Italia, il pane costa un quinto, e così altri generi alimentari, mentre i trasporti, il giornali, i libri costano un sesto di quelli italiani, ecc.. Se fossero informati bene i romeni farebbero meno la fila per emigrare in massa: oltre un milione è in Italia, ma la Germania ne sta ricevendo tanti attualmente. Il miraggio tedesco è maggiore del nostro. Fino a circa dieci anni fa, Bucarest era definita da molti economisti come “La Tigre dei Balcani” in ragione del suo alto tasso di crescita e del suo elevato appeal nei confronti degli investitori esteri. Tuttavia, nel periodo 2009-2012, il rallentamento dovuto alla crisi economica internazionale è stato evidente e le conseguenze visibili. Il governo per rilanciare i consumi ha deciso per un taglio deciso dell’IVA, differenziato in base alle categorie merceologiche: Food dal 24% al 9% (eccezion fatta per quasi tutte le bevande alcoliche e tabacco), in vigore dal 1°giugno; Birra al 9%, in vigore dal 10 giugno; Tasso IVA generale, dal 24% al 20% per il 2016 e al 19% per il 2017; Acqua in bottiglia dal 20% al 9%, dal 2016. Stando ai dati più recenti sulla Romania, dell’Economist Intelligence Unit – e soprattutto nel prossimo quinquennio (2016-2020), capace di offrire prospettive di miglioramento in termini di business environment e crescita economica ragguardevoli, con un incremento medio del PIL annuo intorno al 3,5%. Le potenzialità del Paese per le imprese italiane, così come la forte partnership che ci lega all’antica terra dei Dacia, sconfitti da Traiano con 14 legioni nel 106. d. C.. Oggi il Paese sembra aver ritrovato una relativa stabilità politica dopo la drammatica notte del 31 ottobre 2015, quando il caos causato dall’incendio in una discoteca di Bucarest dal pesantissimo bilancio (27 morti e 180 feriti), divenne immediatamente il simbolo della diffusa mancanza di rispetto delle regole nel Paese, scatenando la rivolta popolare che ha poi costretto nel giro di 2-3 settimane – l’allora primo ministro socialdemocratico Victor Ponta – a rassegnare le dimissioni. Oggi la Romania è guidata da un esecutivo tecnocratico (quasi alla stregua del nostro Governo Tecnico di M. Monti, che fece cassa impietosa anche sui pensionati) capeggiato dall’ex commissario europeo Dacian Ciolos che accompagnerà il Paese fino alle prossime elezioni politiche programmate nel prossimo mese di dicembre e che dovrebbero vedere il trionfo di una coalizione di centro-destra secondo i sondaggi. Fino a circa dieci anni fa, Bucarest era definita da molti economisti come “La Tigre dei Balcani” in ragione del suo alto tasso di crescita e del suo elevato appeal nei confronti degli investitori esteri. Tuttavia, nel periodo 2009-2012, il rallentamento dovuto alla crisi economica internazionale è stato evidente e le conseguenze visibili. Il grande potenziale di sviluppo del Paese, che può contare su risorse naturali in abbondanza, una popolazione fortemente predisposta al consumo e una forza lavoro istruita ed a basso costo, aprono scenari interessanti, sia per chi vuole esportare e sia per chi vuole investire in uno dei principali mercati dell’Europa dell’Est. L’obiettivo del governo è quello di migliorare la già apprezzabile 37° posizione occupata dalla Romania nel ranking “Doing Business” della Banca Mondiale, ed è in questo contesto che rientrano misure quali il taglio delle tasse sui dividendi aziendali dal 16% al 5% ed il taglio dei contributi sociali per i lavoratori dal 20,8% al 15,8%. La strategia e l’obiettivo delle istituzioni romene è quella di accrescere l’appeal del Paese nei confronti degli investitori stranieri e a questo scopo appare utile ricordare anche la presenza di una flat tax al 24%, proprio perché, l’andamento dell’economia del Paese, è strettamente connesso all’afflusso di IDE e agli scenari che si prospetteranno sui mercati internazionali. Esistono tuttavia anche elementi di debolezza come la corruzione, il triste record del più basso tasso di assorbimento dei fondi nell’UE, l’elevata esposizione del settore privato al rischio di cambio, l’inefficienza del settore dell’istruzione liceale, del settore giudiziario anche se alcuni imprenditori italiani vedono questo settore meno lento di quello italiano. Le relazioni bilaterali e i rapporti commerciali Italia-Romania appaiono molto stretti, con un interscambio complessivo superiore ai 10 miliardi di euro e con l’export italiano (superiore ai 6 miliardi annui) che ben esaudisce la forte richiesta di Bucarest, specialmente per quel che riguarda macchinari, apparecchiature e prodotti tessili. Il grado di apertura del mercato romeno è una caratteristica che ha fatto, soprattutto nel recente passato, gola a molte imprese italiane che in termini numerici (35.000 circa) sono le società estere più presenti in Romania da ormai oltre dieci anni e tra i settori sui quali puntare vanno segnalati energia, agroindustria, metalmeccanico e farmaceutico, che negli anni a venire offriranno ottime opportunità di crescita e di investimento. Il comparto che ha esibito maggiore dinamicità negli ultimi anni è invece senza dubbio quello manifatturiero, con risultati particolarmente rilevanti nei comparti dell’automotive, della lavorazione dei metalli, della produzione di motori elettrici e turbine e degli impianti petroliferi ed energetici. Da questo punto di vista, negli anni i capitali provenienti dal tessuto imprenditoriale italiano, hanno dato una grossa mano all’avvio del processo di sviluppo e di espansione dell’economia romena, dapprima attraverso l’azione di alcune PMI che hanno approcciato il mercato già all’inizio degli anni ’90, e successivamente come accaduto negli ultimi 10-15 anni, anche attraverso il concreto interesse di gruppi industriali di peso. Alcuni, non pochi di tali imprenditori non sono stati esemplari, ma hanno gareggiato con i locali nell’imbrogliare e nel navigare bene nel sistema delle corruttele. Si prevede, anche se non tutti lo prevedono, un incremento significativo delle esportazioni “Made in Italy” in direzione Bucarest, fino ad arrivare a circa 7,5 miliardi di euro nel 2018, così da confermarsi il secondo mercato di riferimento dell’import romeno dopo la Germania (circa il 20%), con una quota che va oltre il 10% del totale delle importazioni del Paese. A Deva, dove insegnavo, venne una delegazione della media e piccola industria di Novara a dire che bisognava insegnare alle imprese analoghe romene a produrre beni per il mercato interno. Erano imprenditori illuminati comunque, ma non tutti lo sono, tanti approfittano solo dei più bassi salari e tassazione. La Romania ha un terzo del territorio pianeggiante, molti minerali, compreso l’oro dei monti Apuseni e il rame un po’ dappertutto, ha petrolio, metano e soprattutto molto carbone. Eppure i servizi sociali non sono ancora di qualità europea per l’eccessiva invadenza statale che condiziona l’economia e la società, bloccandola troppo come una sorta di persona ingessata ad entrambe le gambe. Tempo è che la classe media romena dia più spazio ad un economia libera e a servizi più in mano ai privati ad iniziare dagli ospedali poco efficienti e di qualità nonchè dalla scuola (statale e statalista onnipresente in Romania con eccesso di burocrazia, che spesso mortifica le menti migliori dei discenti e dei docenti), fatta eccezione per non poche università, che però spesso “ospitano” burocrati di stato tra i suoi professori, senza dare sufficiente spazio all’inventiva romena più libera. Ma questo vale anche per l’Italia: l’OCSE la classifica in fondo ad una lista mondiale che classifica i sistemi dell’istruzione.