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IL TALMUD TRA PEDOFILIA, NECROFILIA, INCESTO, POLIGAMIA

(Gianluca MARTONE) In un articolo pubblicato precedentemente nella sezione dedicata alla pornografia, Lasha Darkmoon dimostra come l’industria pornografica americana sia stata fondata e sia tutt’ora mandata avanti quasi esclusivamente da israeliti. Molti giornalisti o scrittori si sono chiesti la ragione di tale collegamento. Questo articolo, estratto da un’opera principalmente dedicata allo studio del Talmud, mostra come il libro sacro del giudaismo post-biblico contenga insegnamenti totalmente immorali, contrari alla legge di Mosé e che oggi ritroviamo in abbondanza e messi in bella mostra proprio nel mondo dell’industria dell’intrattenimento per adulti.
San Paolo, che era stato a sua volta un fariseo, nei suoi discorsi-arringa contro i dottori della legge, annoia spesso i cristiani che non capiscono ciò di cui sta parlando. Ma se si ha familiarità con il Talmud si può apprezzare la sua diatriba contro l’«impurità» di coloro che «hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna», e «mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti», fino a quando «Dio li ha abbandonati a passioni infami» (Rm 1, 22; 25; 28). Di certi insegnamenti talmudici «sacri» dei «Saggi», conservati fin dal 500 d. C. e insegnati ampiamente oggi più che mai nelle scuole talmudiche degli Stati Uniti, forse niente illustra meglio le «follie» di certe «menti reprobe» circa l’insegnamento presente nel trattato talmudico Yebamoth 2, secondo cui la presenza di saliva sulla parte superiore del baldacchino del letto proverebbe che una moglie si è resa colpevole di adulterio (sdraiandosi a faccia in su avrebbe sputato sul letto, sputando direttamente a più di un metro o due di altezza! Il Talmud afferma: «Quando un venditore ambulante lascia una casa e la donna all’interno si cinge le “sinnar” (mutande di tela; N.d.R.) […], se la saliva si trova sulla parte superiore del letto a baldacchino, il rabbino dice che la donna se ne deva andare» 3. Il trattato talmudico Yebamoth. Il trattato talmudico Yebamoth riguarda anche il dovere di sposare la vedova di un fratello che è senza figli. Due volumi di cianfrusaglie e di oscenità sono all’origine del titolo stesso, Yebamoth(«matrimonio di levirato»). Un altro esempio di «mente reproba» è l’insegnamento riguardante il caso di un uomo che cade da un tetto 4, e «la sua caduta ha provocato una penetrazione accidentale. Quando era in uno stato di erezione, il levir è caduto da un tetto su sua cognata che si trovava al di sotto».

In questo caso, il grande «santo» talmudista Rashi ben Eliezer viene citato come un autorità. Spiega la Universal Jewish Encyclopedia (1943): «Il suo commento del Talmud è un autentico capolavoro, un’opera notevole e gigantesca». Rashi nacque a Troyes, in Francia, nel 1040, e vi morì nel 1105. È possibile che questo passo del Talmud non sia stato riprodotto in tutte le edizioni. Esso è presente nello Yebamoth 53b-54 bis (pag. 356 delle Edizioni Soncino), e prosegue parlando della responsabilità di un levir o cognato, «quando, ad esempio, la sua intenzione era di avere un rapporto sessuale con la moglie e con la cognata; egli ne ha approfittato ed è andato a vivere con lei» 5.Il rabbino Rashi ben Eliezer. Questo passo è semplicemente una scusa per concedere alla «mente perversa» di trastullarsi in pensieri impuri. (Rm 1,28) C’è forse da meravigliarsi che Cristo abbia paragonato i farisei a «sepolcri che non si vedono» (Lc 11, 44) e a «sepolcri imbiancati» (Mt 23, 27)? Anche se Mosè aveva ordinato che se una donna avesse avuto un rapporto sessuale con un animale, entrambi dovevano essere uccisi (Lv 20, 16), e che un sacerdote non doveva sposare una prostituta perché era una donna disonorata (Lv 21, 7), il Talmud insegna che «il rapporto innaturale non impedisce ad una donna di sposare un Sommo Sacerdote», altrimenti «non troverete nessuna donna con tutti i requisiti» 6. Proseguono le sentenze dei «Saggi»: «Una donna che ha avuto rapporti sessuali con una bestia è idonea a sposare un sacerdote, anche un Sommo Sacerdote». Anche se egli è stato espressamente avvertito in anticipo e l’atto è avvenuto in presenza di due testimoni, la donna è idonea al matrimonio. Se essa avesse avuto rapporti sessuali con un cane, mentre spazzava il pavimento, essa è altresì pura e idonea. Poiché «il risultato di tale rapporto può essere considerato come un semplice ferita, e il parere che riguarda un imene accidentalmente leso, neppure a causa di tale rapporto, non è ritenuto un’inabilità» 7.
Questa sola considerazione fornisce un’idea precisa della deformazione sistematica della Sacra Scrittura da parte dei farisei e la veridicità delle denunce di Cristo circa la loro inosservanza dei Comandamenti di Dio, resi così nulli dalla tradizione rabbinica (Mt 15, 6).
Secondo il Talmud, i bambini possono sempre essere utilizzati come soggetti per la sodomia da parte di uomini adulti 8. Il sotterfugio farisaico è che fino a quando un bambino o una bambina non hanno raggiunto la maturità e non sono in grado di avere un rapporto sessuale, non vengono classificati come persone, e quindi le leggi bibliche contro la sodomia (la pederastia) non hanno alcun valore.
In tutto il Talmud, «nove anni e un giorno» è ritenuta l’età fittizia della maturità maschile. Ne consegue che, prima dei «nove anni e un giorno», la «prima fase del rapporto» di un ragazzo con la propria madre, o con qualsiasi donna adulta, è ritenuto talmudicamente innocuo. Rabbi Shammai (50 a.C.-30 d.C.), per apparire più «rigoroso», abbassa in alcuni casi l’età ad otto anni 9.
Una lunga arringa riguardante l’importo del kethubah (risarcimento se è divorziata) che una donna riceve se la sua verginità è stata lesa da un ragazzo, riempie il trattato talmudico Kethuboth 10. E qui, la ripugnante madre può essere riconosciuta «pura» a seconda dell’età del bambino. Tale uso degradante dei bambini era tipico del paganesimo in tutto il mondo antico.
«Quando un uomo adulto ha un rapporto sessuale con una bambina non è accaduto nulla di grave, perché quando la bambina ha meno di tre anni è come se si mettesse il dito nell’occhio a qualcuno: le lacrime scendono dagli occhi più e più volte. Allo stesso modo, la verginità torna alla bambina al di sotto dei tre anni» 11. «I bambini nudi sono un fattore principale di piacere da secoli, sia per i genitori che per gli spettatori. Quindi, etichettare la pedofilia come qualcosa di criminale è ridicolo». – Allen Ginsberg (1926-1997), ebreo ateo, portavoce della beatgeneration, attivista gay e sostenitore della legalizzazione della pedofilia (NAMBLA). (Estratto da un’intervista del 1997 pubblicata sulla rivista The Harvard Gay & Lesbian Review). Questa è il criterio della dottrina di tutto il Talmud inerente le bambine. La sodomia e i rapporti con i bambini sono la prerogativa dell’uomo adulto talmudico, in contrasto con i bellissimi insegnamenti di Cristo in materia di fanciulli. Quello che segue è un tipico esempio riguardante l’età fittizia in cui si raggiungerebbe la maturità sessuale delle bambine, una fase fissata dai «Saggi» farisei: «Una fanciulla di tre anni e un giorno di età può essere presa in matrimonio tramite coito» 12. Una bimba di tre anni può essere oggetto di punizioni sadiche da parte di uomini che hanno rapporti sessuali con lei quando è «niddah» («mestruata»), un’impossibilità fisica, naturalmente 13. All’età di tre anni, una bambina viene sempre considerata come «colei che è idonea per la convivenza. Colei che ha raggiunto l’età di tre anni e un giorno» 14. Ma nel caso di una bambina che non sia ebrea di nascita, o una cosiddetta «proselita» (convertita), essa può essere presa «in sposa» in tal modo da un rabbino anziano: «Ad una proselita che sia di età inferiore ai tre anni e un giorno è permesso di sposare un levita», sebbene «quella che è idonea per la convivenza», si dice nella stessa pagina, è «colei che ha raggiunto l’età di tre anni e un giorno» 15. Questo passo estratto del trattato talmudico Yebamoth prosegue con la sentenza nel caso di un bambina al di sotto dei tre anni sposata con un rabbino anziano e dichiarata idonea a continuare ad essere sua moglie 16. La bambina è una «proselita», naturalmente, e quindi l’età non ha importanza. Ma «sotto gli undici anni e un giorno» una bambina «può condurre il suo rapporto coniugale nel modo consueto» 17. L’adulterio è consentito con la moglie di un minorenne e con la moglie di un non-ebreo 18. La pretesa secondo cui un minorenne non sarebbe ancora un «uomo», mentre un non-ebreo si troverebbe in uno status non-umano, fa sì che talmudicalmente la legge biblica non venga applicata. Così, ancora una volta i farisei rendono vani i Comandamenti di Dio, come ha sottolineato lo stesso Cristo (Mt 15, 6; Mc 7, 13). Mosè ha ordinato ai leviti: «Non prenderanno in moglie una prostituta o già disonorata; né una donna ripudiata dal marito, perché sono santi per il loro Dio» (Lv 21, 7). Le leggi contro l’incesto sono davvero veementi: «Non recherai oltraggio a tuo padre avendo rapporti con tua madre: è tua madre; non scoprirai la sua nudità» (Lv 18, 7). Ma nel Talmud i «saggi» farisei «rovesciano» queste ingiunzioni bibliche: «Se una donna si comporta indecentemente con il suo giovane figlio, minorenne, e lui comincia a convivere (ad avere rapporti sessuali con lei), Beth Sammai dice che in tal modo essa diventa, per via della sua condotta, non idonea a divenire la moglie di un sacerdote». In una nota si spiega che essa non può sposare un levita, se questo fatto lo rendesse disonorevole, e nel Libro del Levitico (Lv 21, 7) la prescrizione viene citata con precisione. Tuttavia, dal testo talmudico si evince che la controversia riguarda solo l’età del figlio e non la lussuria della madre degenerata: «Tutti concordano sul fatto che la relazione con un ragazzo di età superiore ai nove anni e un giorno è un vera e propria relazione, mentre quella con uno inferiore agli otto anni non lo è» 19. In questo trattato talmudico la stupidità regna sovrana, e si comprende il motivo per cui Nostro Signore ha definito i farisei «ciechi»: «Se Beth Sammai così insegna, dobbiamo basare la nostra decisione sulle generazioni precedenti» 20, «ma Hillel sostiene che non possiamo farlo». La supposizione che i ragazzi possano diventare genitori all’età di otto anni è la sciocca scusa inventata dalla scuola di Shammai per sostenere che il ragazzo dev’essere sotto gli otto anni per lasciare la madre pura. Lungo tutto il Talmud, lo standard è che un bambino diventa una persona «sessualmente matura» a nove anni e un giorno, il che è un’altra asinaggine. L’intero argomento filtra il «moscerino» e ingoia il «cammello» dell’incesto tra madre e figlio (Mt 23, 24). La Bibbia ci dice che con la distruzione di Sodoma, tutti i suoi abitanti perirono, ad eccezione di Lot e delle sue due figlie che si rifugiarono in una
caverna. Disse la maggiore delle due: «”Vieni, facciamo bere del vino a nostro padre e poi corichiamoci con lui, così faremo sussistere una discendenza da nostro padre”. Quella notte fecero bere del vino al loro padre e la maggiore andò a coricarsi con il padre; ma egli non se ne accorse, né quando essa si coricò, né quando essa si alzò. All’indomani la maggiore disse alla più piccola: “Ecco, ieri io mi sono coricata con nostro padre: facciamogli bere del vino anche questa notte e va tu a coricarti con lui; così faremo sussistere una discendenza da nostro padre”. Anche quella notte fecero bere del vino al loro padre e la più piccola andò a coricarsi con lui; ma egli non se ne accorse, né quando essa si coricò, né quando essa si alzò. Così le due figlie di Lot concepirono dal loro padre» (Gn 19, 31-36). Le abominevoli tribù dei moabiti e degli ammoniti sono stati il prodotto di questi due figli, in un primo momento risparmiati, poi distrutti dal quarto re di Giuda, Giosafat (2 Cr 20). Ma i «Saggi» talmudici hanno una visione tutt’altro che critica di questo incesto:
«Un persona dovrebbe essere più sollecita possibile nell’osservanza di un precetto. Come ricompensa per aver anticipato la sorella più giovane di una notte, la figlia maggiore di Lot ebbe il privilegio di comparire nell’albero genealogico della famiglia reale d’Israele quattro generazioni prima» 21.
Nel 1954, la stampa ebraica ha riportato i tentativi di sovvertire le leggi dello Stato in modo da legalizzare i matrimoni tra zio e nipote, un fatto comune negli ambienti rabbinici. L’Antico Testamento vieta i matrimoni tra zii e nipoti in quanto incestuosi (Lv 18, 13-14). Sotto la voce «Talmudic Eugenics» («Eugenetiche talmudiche») nell’opera di Salo Wittmayer Baron (1895-1989) intitolata A Social and Religious History of the Jews («Una storia sociale e religiosa degli ebrei») 22, parla dell’incesto in questi termini:
«In Egitto, gli stessi governanti tolemaici, per la maggior parte, sposavano le loro sorelle. In Partia-Persia, i matrimoni tra genitori e figli erano considerati validi, e quelli tra i fratelli e sorelle erano abbastanza consueti. La religione dei parsi […] incoraggiava tali matrimoni come il mezzo più idoneo per preservare la purezza della famiglia 23 […]. Artaserse II aveva sposato le sue due figlie, e […] Mitridate I sposò sua madre. Si dice che Ardea Viraz abbia sposato le sue sette sorelle» 24. Ci viene detto che questo comportamento non era dannoso! «Su un punto particolare, il diritto romano differiva da quello ebraico: il matrimonio tra uno zio e una nipote. Ricordiamo che sia Rabbi Eliezer che Abba sposarono le loro nipoti; lo stesso fece il rabbino Jose il Galileo […]. Rabbi Ishmael fece uno sforzo particolare per annullare il suo voto (di non sposarsi con sua nipote) e per rendere la nipote più attraente migliorando l’aspetto dei sui denti» 25.
In nome di Dio, Mosé comandò che una donna non poteva sposare suo zio, oppure un uomo sua zia (Lv 18, 14). Tuttavia, oggi questa «gente del Libro» tenta di modificare le leggi statali americane che vietano tali matrimoni, e hanno effettivamente avuto successo in alcuni Stati, per il fatto che la loro «religione» richiede tale latitudI poteri creativi erano venerati in tutte le antiche nazioni pagane come i poteri procreativi del maschio e della femmina, con riti sessuali d’accoppiamento. Gli uomini che erano diventati sacerdoti consacrati alla dea Venere, Mylitta (Afrodite), Astarte, o con qualsiasi altro nome, nel corso di in un’orgia selvaggia di frenesia stupefacente si castravano con «spade sacre» e quindi offrivano parte dei loro guadagni da sodomiti al mantenimento del culto pagano e del tempio, e per allenarsi, vendevano o affittavano cani per scopi immorali.
Le ragazze che erano divenute sacerdotesse nei templi pagani si mantenevano così contribuivano anch’esse alla manutenzione del un culto tramite i loro introiti come «prostitute sacre». Ma Mosè ha insegnato che il culto di Dio non doveva reggersi su tali guadagni:
«Non vi sarà alcuna donna dedita alla prostituzione sacra tra le figlie d’Israele, né vi sarà alcun uomo dedito alla prostituzione sacra tra i figli d’Israele. Non porterai nella casa del Signore tuo Dio il dono di una prostituta né il salario di un cane, qualunque voto tu abbia fatto, poiché tutti e due sono abominio per il Signore tuo Dio» (Dt 23, 18-19). Il Talmud, citando questo passo, rende vana la sentenza (deroga) mediante un sofisma: «Non c’è adulterio nel rapporto con un animale, perché è scritto: “Non porterai nella casa del Signore tuo Dio il dono di una prostituta ne il salario di un cane”, ecc…, ed è stato insegnato: “Qualunque voto tu abbia fatto, poiché entrambe sono in abominio al Signore tuo Dio”. Ora, le due pratiche specificate nel testo sono abomini, ma non lo sono quattro». Poi viene concessa l’autorizzazione ad utilizzare quel denaro per il Tempio. «Del denaro dato da un uomo ad una prostituta affinché essa si unisca con il suo cane. Una tale unione non è un adulterio legale. Se un uomo aveva una schiava che era una prostituta e lui l’ha scambiata con un animale, questo denaro può essere offerto al Tempio» 26. Il trattato talmudico Abodah Zarah riprende la questione «dell’ingaggio di una prostituta che viene permesso», e che viene offerto al Tempio a dispetto della legge espressa nel Libro del Deuteronomio (Dt 23, 19). L’uomo è autorizzato a fare questo: «Se lui le ha dato (i soldi) e successivamente ha avuto rapporti con lei, o ha avuto rapporti con lei e solo dopo l’ha pagata, l’ingaggio è permesso. Le due questioni sono considerate come separate e quello che ha ricevuto è legalmente un dono». Questo argomento va avanti nel Talmud per due pagine 27. Non c’è da stupirsi se Cristo ha accusato i farisei di essere tenacemente attaccati alla loro tradizione, annullando in tal modo i Comandamenti di Dio. Una tradizione che ora, in forma scritta, è divenuto il Talmud.
«Nessuno di voi si avvicinerà a qualsiasi persona che sia un parente prossimo a lui, per scoprire la sua nudità: Io sono il Signore» (Lv 18, 6). La Sacra Scrittura usa le stesse parole per denunciare il peccato di una donna sposata che si unisce «carnalmente» con un uomo che non è suo marito. Ma dicono i «Saggi»: «Ciò che è in relazione ad una donna sposata esclude un rapporto sessuale con un membro flaccido dal momento che non c’é emissione di sperma, e quindi la fecondazione è impossibile. Questa è un’interpretazione soddisfacente in conformità con la visione di chi sostiene che se uno convive con parenti vietati dal membro flaccido, egli è esonerato dal divieto». Altre fonti del Talmud vengono citate. «L’esclusione riguarda anche un rapporto sessuale con una donna morta, nonostante essa sia morta da sposata». In tal modo, si viene «scagionati» ed è permesso il rapporto sessuale con parenti morti o con parenti, sposati o celibi, «con un membro flaccido», dato che «l’eventuale fecondazione è impossibile» 28. I rapporti sessuali con i cadaveri erano un’antica pratica pagana. Quanto appena riportato è stato ripreso con qualche variazione dal «principale depositario del diritto penale del Talmud», il trattato Sanhedrin 29. L’atto di sodomia con una persona che soffre di una malattia incurabile, e quindi considerato come già morto, o di un «terefah», è ritenuto essere semplicemente come «uno che abusa di una persona morta, e quindi esente da colpa». La spiegazione, che continua nella pagina successiva (in una nota in calce), è la seguente: «La punizione è generalmente imposta a causa del piacere proibito derivato. Ma non vi è alcuna gratificazione sessuale ad abusare i morti». Adesso si capisce perché Gesù Cristo chiamò i farisei «sepolcri imbiancati pieni di ossa di morti e di ogni putridume» (Mt 23, 27). Eppure, alcuni dei suoi seguaci chiamano queste abominatori di ogni decenza «il popolo eletto di Dio» e la «gente del Libro». Non c’è nulla ora, come nel passato, nella dottrina talmudica che sia contro la poligamia. Essa è praticata dagli ebrei nei Paesi laddove è consentito dalla legge. Nel 1952, il già citato Salo Wittmayer Baron, docente di Storia ebraica, Letteratura e Istituzioni alla Miller Foundation e alla Columbia University, scrisse un libro intitolato A Social and Religious History of the Jews, un’opera pubblicata dalla Jewish Publication Society, l’editrice dell’American Jewish Committee («Comitato ebraico americano»). Il capitolo «Il mondo del Talmud» parla dell’harem di re Salomone (che lo distrusse moralmente), dicendo che il «suo ricordo infiammò l’immaginazione degli ebrei poligami nelle epoche successive». Sebbene ci sia stato detto che non vi era alcuna differenza fondamentale tra ebrei palestinesi ed ebrei babilonesi, il libro afferma che «ci sono indicazioni secondo cui la società ebraica babilonese aveva maggiori caratteristiche poligame rispetto a quella della Palestina». E ancora: «Aneddoti come quelli attuali a proposito di Rab e del rabbino Nachman (che) dopo il loro arrivo in una città straniera mettevano solitamente degli avvisi pubblicitari alla ricerca di donne disponibili al matrimonio durante il loro soggiorno (man havya le-yoma) […]. Anche nella legge, l’enfasi babilonese poggiava sul diritto dell’ebreo di “sposare tante mogli quante ne è in grado di sostenere”». É stato il rabbino francese Gershorn Ben Judah (960-1040) – le cui disposizioni sono state accettate dai giudei europei come definitive per tutti i tempi – a comandare agli ebrei residenti nei Paesi cristiani di evitare di mettersi nei guai con la legge concernente la poligamia. In un primo tempo, Israele aveva proposto permessi straordinari alla molteplicità di mogli. Ma ora, per riguardo ai cristiani, sembra avere posto un certo controllo sulla poligamia. Dopo il periodo dei patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe, e prima di essi, nel caso di Adamo e Noè, la monogamia era di norma. I profeti erano monogami. Mosè, a nome di Dio, comandò: «Non dovrà avere un gran numero di mogli, perché il suo cuore non si smarrisca» (Dt 17, 17). E certamente, la poligamia di Davide e di suo figlio Salomone pose fine all’unità delle dodici tribù del regno unito d’Israele. La moltitudine delle loro mogli pagane, e l’abominazione degli altari pagani nel Tempio eliminò lo spirito di Dio, che in precedenza le univa. Tuttavia, rovesciando la Bibbia, ancora una volta i «Saggi» farisei ricamano sulle parole di cui sopra di Mosè contro la poligamia, e permettono di avere fino a diciotto, ventiquattro o quarantotto mogli 30. La Mishnah si chiede: «Perché allora è scritto che l’uomo non deve avere un gran numero di mogli per sé? […]. Rabbi Simeon ha detto: “Non deve sposarsi anche colui che può smarrire il suo cuore”. Da cui si potrebbe dedurre che egli può sposare un numero inferiore di donne anche se dovessero corromperlo».