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CHARLIE E LA SCOMPARSA DEL VALORE DELLA SOFFERENZA

(Gianluca Martone) Nel corso di queste ultime settimane, la vicenda del piccolo Charlie Gard ha sconvolto tutto il mondo, in quanto da giudici senza scrupoli della Corte di Starsburgo,  in nome dei DIRITTI DELL’UOMO, è stato deciso di staccare la spina dei macchinari che tengono in vita questo bambino, nonostante la contrarietà dei suoi genitori ad un simile provvedimento disumano. Ma ripercorriamo questa terribile vicenda, che  sarà sempre ricordata come l’esempio piu’ lampante di questo nefasto periodo storico, in cui i Valori della Vita e della Famiglia sono stati annientati dalla dittatura del pensiero unico e dagli interessi economici delle lobby massoniche mondialiste. Lo scorso 9 giugno, il collega Ermes Dovico pubblico’ questo interessante articolo sulla Nuova Bussola Quotidiana, riponendo molte speranze, tutte disattese, nella futura sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo di Starsburgo:” Il Regno Unito non è più un posto sicuro per i bambini. In un’udienza di emergenza, durata poche decine di minuti e svoltasi ieri pomeriggio, tre giudici della Corte Suprema hanno confermato la condanna a morte del piccolo Charlie Gard, il bambino di dieci mesi affetto da una patologia rarissima, autorizzando i medici del Great Ormond Street Hospital di Londra a staccare il respiratore che gli fa da supporto vitale, contro la volontà dei suoi genitori che vorrebbero portarlo negli Stati Uniti per una cura sperimentale che ha già avuto successo su almeno due bambini con una malattia simile . Ma non gli è stato permesso, perché Charlie, da quando a otto settimane ha iniziato a manifestare i sintomi della malattia, è diventato prigioniero dell’ospedale londinese, dove i medici hanno presto iniziato a dire che bisognava lasciarlo “morire con dignità”. E i giudici hanno assecondato questa scelta mortifera, pur sapendo della ferma speranza dei genitori Chris e Connie e della loro raccolta fondi – 1,3 milioni di sterline da oltre 83 mila donatori – che consentirebbe tranquillamente di proseguire le cure di Charlie in America. “Come possono farci questo? Stanno mentendo. Perché non dicono la verità?”, ha detto la mamma scoppiando in lacrime subito dopo la decisione della Corte Suprema, che è arrivata addirittura a negare lo svolgimento di un’udienza completa per rivedere meglio il caso di questo piccolo Cristo innocente, condannato perché è la risposta di senso al dolore che il mondo rifiuta di ascoltare. Tre corti su tre, con pareri uniformi e talmente rapidi da restituire un quadro se possibile ancora più inquietante, hanno sentenziato che è nell’interesse del bambino morire, rifiutando di dargli qualsiasi possibilità di sopravvivenza. Per l’esattezza, la Corte Suprema ha chiesto ai dottori di continuare a dare il supporto vitale a Charlie per 24 ore (che scadrebbero alle 17 di oggi pomeriggio, ora inglese, nel più macabro dei conti alla rovescia) per consentire alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) di considerare un eventuale ricorso dei genitori, che i legali hanno nel frattempo annunciato di aver fatto. L’interruzione delle cure per il momento dovrebbe perciò essere stata scongiurata e adesso si dovrà attendere il pronunciamento della Cedu, che si spera possa ribaltare l’ingiustizia disumana delle corti inglesi. Ad ogni modo, com’era già di per sé assurdo dover arrivare alla sentenza di una corte, e perfino quella di grado più alto a livello nazionale, per dire che un bambino di 10 mesi può o meno continuare a vivere, lo è a maggior ragione dover ricorrere a un tribunale sovranazionale per affermare un principio così elementare come il diritto alla vita. Un principio sul quale si fonda la stessa convivenza umana e, negato il quale, perde di senso qualunque corte di giustizia di questo mondo, destinata a giudicare arbitrariamente secondo gli interessi dei più forti, a confondere il bene e il male, a sacrificare gli ultimi, i più indifesi, sull’altare di un’ideologia che pretende di sostituirsi a Dio, stravolgendo la morale secondo le proprie convenienze.Abbiamo detto che il Regno Unito non è più un posto sicuro per i bambini, ma è chiaro che la considerazione andrebbe estesa a tanti altri Paesi, compreso il nostro, e retrodatata agli anni ’60-’70, ossia alla comparsa generalizzata nell’Occidente delle leggi contro la vita umana e la famiglia, primo baluardo contro le prepotenze del potere che ha gioco facile nel manovrare a suo piacimento l’individuo isolato. Tra l’altro, per effetto della legge inglese sul fine vita, se i genitori fossero stati d’accordo con i medici, a quest’ora Charlie sarebbe morto da un pezzo: morto per omicidio. Parola che i cultori dell’eutanasia cercano di nascondere, ora stracciandosi le vesti, ora fingendo compassione, ora minacciando querele. Ma è di omicidio che si tratta. Come quello che per un soffio ha evitato di recente la piccola Marwa in Francia, anche lei veramente amata dai genitori, che hanno fatto ricorso contro la decisione dei medici di ucciderla, riuscendo a spuntarla dopo due gradi di giudizio. Ed è sempre l’omicidio quello che dovranno sperare di evitare bambini, minori e incapaci qualora il Parlamento italiano dovesse approvare il disegno di legge sulle Disposizioni anticipate di trattamento (un ddl ipocrita già dal titolo perché non nomina mai l’eutanasia, pur legalizzandola nei fatti), che come questo quotidiano ha già spiegato introdurrebbe sia l’eutanasia consensuale sia quella non consensuale: se il fiduciario e il tutore dovessero essere d’accordo sulla volontà di dare la morte al paziente – per esempio un neonato o un disabile mentale – non ci sarebbe nemmeno bisogno di ricorrere ai giudici, perché l’atto eutanasico (omicidio) sarebbe considerato del tutto legale. Legale, sebbene profondamente ingiusto. Eppure, la cultura dominante continua a venderci lo slogan dell’autodeterminazione, continua a ingannarci dicendo che lo Stato deve lasciare libero l’individuo di fare quel che gli pare, come se fosse dio di se stesso e slegato da qualunque legame con la comunità, in una fasulla libertà senza limiti, che spalanca le porte del male aumentando a dismisura le possibilità di compierlo, con tutte le garanzie della legge. Ma in realtà, come questo e tanti altri casi recenti dimostrano, l’unico modo libero di “autodeterminarsi” è quello che la cultura dominante vuole, che prima concede la “libertà” di uccidere e poi obbliga a uccidere il più debole, calpestando perfino il diritto di due genitori di provvedere alle cure del loro bambino. È una cultura della morte sempre più pervasiva che rifiuta di confrontarsi con la sofferenza, nega che la vita di quaggiù è un dono in vista della ricompensa celeste per chi riconosce di avere un Padre che lo ama e di aver bisogno di Lui per essere felice. Una cultura della morte che rigetta ogni speranza, non solo quella ultraterrena, ma la stessa speranza in quella scienza umana in cui a corrente alternata i suoi fautori dicono di credere, ignari che la scienza viene da Dio, lo stesso Dio che rifiutano di accogliere nella loro vita. A Charlie, la cui dignità incommensurabile deriva dal suo essere persona e non certo dal suo grado di salute, stanno cercando di togliere anche la speranza di vivere secondo le possibilità che la medicina gli dà. Don’t take my sunshine away, “non portarmi via la mia luce del sole”, è il sottofondo di uno dei tantissimi video che sono stati dedicati in questi mesi a questa dolcissima creatura. Alla fine del filmato si vedono gli occhioni chiari e risplendenti di Charlie, segno tangibile di una testimonianza d’amore eterno che le tenebre non riusciranno mai a oscurare. Intanto, forza piccolo, tante persone che ti amano stanno pregando per te”.

 

Purtroppo, pochi giorni fa, è giunta la terrificante doccia fredda e gelata della sentenza della Corte di Strasburgo, che ha stabilito che i medici possono staccare la spina dei macchinari che tengono in vita il piccolo Charlie, come ha riportato il Giornale:” La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo si è pronunciata sulla vicenda del piccolo Charlie Gard, affetto da una rara malattia genetica, e dà ragione ai medici: si possono sospendere le cure che tengono in vita il bambino nonostante l’opposizione dei genitori. La sentenza di Strasburgo mette la parola fine a una lunga battaglia giudiziaria: conferma le decisioni prese dai tribunali britannici di staccare la spina al piccolo Charlie e ritira le misure preventive ordinate il 19 giugno scorso. La storia di Charlie aveva tenuto banco nelle cronache britanniche e internazionali, spaccando l’opinione pubblica. Al bambino, nato il 4 agosto del 2016, è stata diagnosticata unarara malattia genetica, la sindrome di deperimento mitocondriale, che provoca il progressivo e inesorabile indebolimento dei muscoli. Per i medici del Great Ormond Street Hospital, il più importante ospedale pediatrico inglese in cui il piccolo è stato ricoverato, la malattia è incurabile. Il piccolo Charlie, che è ricoverato in terapia intensiva, intubato e tenuto in vita da una macchina che lo fa respirare e nutrire, non ha speranze di sopravvivere a lungo. Per i dottori sarebbe meglio staccare la spina e evitargli ulteriori sofferenze. Ma i genitori si oppongono e tentano in tutti i modi di tenere in vita il loro figlio, dando vita a una battaglia giudiziaria. Volevano anche provare a sottoporlo a un trattamento sperimentale negli Stati Uniti e hanno lanciato una raccolta fondi per sostenere le spese, arrivando a raccogliere, ad aprile, 1,25 milioni di sterline da oltre 80mila donatori. Quando il 12 aprile scorso l’Alta corte inglese ha stabilito che i medici potevano staccare la spina, Connie Yates e Chris Gard hanno fatto ricorso alla Corte europea dei diritti umani, sostenendo& che l’ospedale ha bloccato l’accesso a un trattamento per mantenere in vita il piccolo negli Stati Uniti, violando così il diritto alla vita e anche quello alla libertà di movimento, e denunciando inoltre le decisioni dei tribunali britannici “come un’interferenza iniqua e sproporzionata nei loro diritti genitoriali”. Così la Corte di Strasburgo il 19 giugno aveva ordinato all’Inghilterra di continuare a tenere in vita Charlie Gard fino a quando non prenderà una decisione sul ricorso dei genitori. Decisione arrivata oggi con un verdetto di condanna del piccolo: il ricorso dei coniugi Gard è stato respinto e Londra potrà sospendere le cure al bambino”. Questa vicenda, che diffonde la cultura eutanasiaca in tutto il mondo, è stata analizzata in modo ottimale da Gianfranco Amato, Presidente Nazionale dei Giuristi della Vita, in un suo interessante articolo pubblicato pochi giorni fa:” Il caso Charlie Gard, il piccolo condannato a morte dalla cinica magistratura eugenista britannica, avrà un posto d’onore nel museo delle vergogne storiche dell’umanità. Un classico esempio di asservimento della scienza all’ideologia totalitaria, come gli abomini dei medici nazisti o degli psichiatri sovietici. Quello che davvero sconcerta, però, non è la vicenda in sé. Ormai siamo tristemente condannati a rivivere le parole del salmista: «Abyssus abyssum invocat». Al peggio non sembra esserci fine. No, quello che sconcerta nella triste storia del piccolo Charlie è il silenzio assordante dei sedicenti Pastori della Chiesa di Cristo. Al netto, ovviamente, delle consuete encomiabili eccezioni. Due in particolare: quella dell’Arcivescovo di Trieste mons. Giampaolo Crepaldi e quella del Cardinale Carlo Caffarra. Il primo si è così pronunciato sul caso: «La vicenda del piccolo Charlie Gard e dei suoi genitori colpisce la nostra pietà umana e cristiana, ma va considerata anche alla luce della ragione e della dottrina della fede. Esso, infatti, ci pone davanti a principi e valori fondamentali per l’uomo e la convivenza civile. Mi riferisco ai principi del totale rispetto dovuto alla vita umana, del primato dei genitori nella gestione coraggiosa e prudente di queste tragiche situazioni, della inammissibilità che sia lo Stato, o un giudice, o una Corte di giustizia a stabilire chi deve vivere e chi deve morire. I genitori del bambino volevano tentare una nuova terapia, per la quale avevano anche raccolto le risorse necessarie. Era loro diritto farlo. Nel caso del piccolo Charlie si vuole di fatto applicare un trattamento eutanasico, e questo non può essere accettato. Il caso è dirompente perché l’attuazione della sentenza minerebbe i fondamenti stessi dell’umanesimo cristiano e si aprirebbe un radicale percorso di esodo dalla nostra civiltà. Charlie Gard ha bisogno dell’affetto dei suoi genitori, dell’impegno dei medici per assisterlo e della preghiera dei cristiani. Non di sentenze che ne decretano la morte. La morte di Stato è un’orrenda invenzione ideologica». Il secondo, ovvero il cardinal Caffarra, si è espresso in questi termini: «Siamo arrivati al capolinea della cultura della morte. Sono le istituzioni pubbliche, i tribunali, a decidere se un bambino ha o non ha il diritto di vivere. Anche contro la volontà dei genitori. Abbiamo toccato il fondo delle barbarie. Siamo figli delle istituzioni, e dobbiamo la vita ad esse? Povero Occidente: ha rifiutato Dio e la sua paternità e si ritrova affidato alla burocrazia! L’angelo di Charlie vede sempre il volto del Padre. Fermatevi, in nome di Dio. Altrimenti vi dico con Gesù: “Sarebbe meglio che vi legaste al collo una macina da mulino e vi gettaste nel più profondo del mare”». Da tutti gli altri Pastori si è registrato un sostanziale silenzio, se si esclude qualche rara frase di rito venata di prudenza e ipocrisia. Il silenzio mi addolora ma non mi stupisce. La deriva totalitaria del Pensiero Unico che attanaglia il nostro Paese continua a terrorizzare i pavidi. Ma non è una novità questa. Come già più volte ho avuto occasione di ricordare, durante la dittatura nazionalsocialista del Terzo Reich ci sono stati vescovi come August Clement von Galen (beatificato da papa Benedetto XVI il 9 ottobre 2005) che si guadagnò il soprannome di «Löwe von Münster», leone di Münster, per aver osato sfidare Hitler, rischiando l’impiccagione, e vescovi come mons. Alois Hudal, entusiasta sostenitore del nazismo che arrivò a scrivere un libro intitolato “I fondamenti del nazionalsocialismo”, pubblicato nel 1937 con l’imprimatur dell’Arcivescovo di Vienna Theodor Innitzer. Ecco, tra questi due estremi opposti – i vescovi resistenti e i vescovi nazisti – c’era poi la stragrande maggioranza dei vescovi che preferirono optare per la prudenza, la diplomazia e il silenzio. Alcuni di loro sostenevano che in effetti i tempi erano difficili ma che, comunque, con il Potere, nella logica del male minore, era più opportuno mantenere un dialogo costruttivo. Costruire ponti, anziché muri. Sappiamo, poi, la Storia a chi ha dato ragione tra il «Leone di Munster», mons. Hudal e i vescovi pontieri. Le dittature cambiano ma i vescovi, che sono uomini come tutti gli altri, si comportano sempre nello stesso modo: conniventi, complici o resistenti. Se oggi fosse vivo il Beato August von Galen sappiamo cosa avrebbe detto sul caso Charlie Gard. Avrebbe semplicemente ripetuto le coraggiose parole da lui pronunciate durante l’omelia tenuta il 3 agosto 1941 dal pulpito della chiesa di San Lamberto a Münster contro la decisione del regime nazista di legalizzare l’eutanasia. Riascoltiamole: «Hai tu, ho io il diritto alla vita soltanto finché noi siamo produttivi, finché siamo ritenuti produttivi da altri? Se si ammette il principio, ora applicato, che l’uomo “improduttivo” possa essere ucciso, allora guai a tutti noi, quando saremo vecchi e decrepiti! Se si possono uccidere esseri improduttivi, allora guai agli invalidi, i quali nel processo produttivo hanno impegnato le loro forze, le loro ossa sane, le hanno sacrificate e perdute! Se si possono eliminare con la violenza esseri improduttivi, allora guai ai nostri bravi soldati, che tornano in Patria gravemente mutilati, invalidi! Se poi si arriverà ad ammettere che delle persone abbiano il diritto di uccidere dei consimili, “non produttivi” – anche se ora sono colpiti soltanto poveri ed indifesi malati di mente – allora per principio sarà permesso l’assassinio di tutte le persone non produttive, e cioè dei malati incurabili, degli invalidi del lavoro e di guerra, e quindi anche l’assassinio di noi tutti, quando saremo vecchi e decrepiti, e non più produttivi, è per principio lecito. E allora è sufficiente che un qualsiasi decreto segreto ordini che il procedimento sperimentato con i malati di mente venga esteso ad altri «improduttivi», per essere applicato anche ai tisici incurabili, ai decrepiti, agli invalidi sul lavoro, ai soldati gravemente mutilati. Allora nessuno è più sicuro della propria vita. Una qualunque Commissione lo può includere in una lista degli «improduttivi», che, secondo il loro parere, sono diventati «vite inutili». E nessuna polizia li proteggerà, e nessun tribunale punirà il loro assassinio e condannerà l’assassino alla pena che si merita. Chi allora potrà avere ancora fiducia nel proprio medico? Può darsi che egli dichiari il malato come “improduttivo” e gli si ordini di ucciderlo. È inimmaginabile quale imbarbarimento dei costumi, quale generale diffidenza saranno portati entro le famiglie, se questa dottrina sarà tollerata, accettata e seguita. Guai agli uomini, guai al nostro popolo tedesco, se il sacro comandamento divino: “Non uccidere”, che il Signore ha annunciato tra tuoni e lampi sul monte Sinai, che Iddio, nostro creatore, ha impresso sin dall’inizio nella coscienza degli uomini, non soltanto sia trasgredito, ma se tale trasgressione sia perfino tollerata ed impunemente messa in pratica». Possa il Signore concedere a tutti i nostri Pastori il coraggio di ruggire come il possente leone di Münster, e di agire con le parole del motto episcopale che lui decise di adottare: «Nec laudibus, nec timore». Spiegò il significato di quelle parole nel suo primo messaggio alla diocesi: «Né le lodi né il timore degli uomini mi impediranno di trasmettere la Verità rivelata, di distinguere tra la giustizia e l’ingiustizia, tra le buone e le cattive azioni, né di dare consigli e ammonimenti ogni volta che sarà necessario». Il Potere può anche blandire o minacciare, ma il Pastore non deve mai temere di proclamare la Verità”.

Anche l’On. Antonio Guidi, deputato e membro di Fratelli d’Italia- Alleanza Nazionale, si è soffermato su questo increscioso episodio, raccontando la sua personale vicenda:” “Quando nacqui nel 1945 mi davano tutti per morto anche se dentro il mio petto si nascondeva un piccolo, flebile battito. I medici non credevano in me…i miei genitori, loro si..e avevano ragione!!”,sono queste le parole pronunciate da Antonio Guidi, deputato e membro di Fratelli d’Italia – Alleanza Nazionale,  che ha voluto così commentare la vicenda del piccolo Charlie, costretto a morire perchè affetto da una malattia rara. “Per lunghi anni – continua Antonio Guidi – i migliori medici del Paese ripetevano “Non capirà mai, non parlerà, non camminerà mai signora…suo figlio è meglio che muore”. Dentro di me urlavo per quel silenzio che non riuscivo ad infrangere parlando, ma capivo tutto!! A 4 anni ho iniziato a parlare..e a 11 a camminare. Le estenuanti ore di fisioterapia costosissima alla fine mi hanno ripagato..alla faccia di quella scienza asettica e senza cuore e senza speranza che mi aveva dato per spacciato e mi aveva condannato tante volte. In questi giorni mi si stringe il cuore a pensare al piccolo Charlie Gard e penso a chissà che destino avrei avuto se questa crudele Corte europea dei diritti umani avesse potuto decidere il mio destino”. Con questo provvedimento di stampo nazi- comunista, si diffondono questi sei messaggi devastanti per l’esistenza di ciascuno:” 1- La vita umana è quantificabile economicamente e vale quanto essa può produrre. 2- La vita umana deve quindi essere terminata immediatamente qualora non possa produrre. 3- La vita umana deve essere quindi essere terminata in ogni caso qualora il costo del suo mantenimento risultasse troppo elevato e non remunerativo. 4- La vita umana non è nella disponibilità del singolo o dei genitori, nel caso di minori, ma di appositi tribunali che sentenziano la condanna a morte. Tale condanna non è più comminata in nome di un principio di colpevolezza ma in nome di un principio di inutilità e dispendiosità. 5- L’eugenetica si avvia ad essere oggetto di giurisprudenza in quanto una “cattiva genetica” sarà considerata un onere per la società e quindi un’inammissibile passività. 6- Non serve più dissimulare questi obiettivi in quanto sono stati metabolizzati dall’opinione pubblica. Allo stesso tempo quella parte di essa che vi si oppone non ha accesso ai media né la capacità di organizzare proteste in grado di produrre effetti.