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Napoli. Quattro giorni di teatro ed emozioni all’ombra, programmati nell’ambito di “Estate a Napoli 2018”

E’ un “palcoscenico vuoto”, un’affascinante scena teatrale, il Maschio Angioino di Napoli, prima delle voci e i rumori del traffico. Possiede luci, riverberi, sonorità, che sembrano uscite dalla penna di un regista geniale, sfondo naturale della rassegna Brividi d’Estate al Castello per la direzione artistica di Annamaria Russo, organizzata da il Pozzo e il Pendolo Teatro di Napoli con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Napoli, nell’ambito di Estate a Napoli 2018.
Quattro giorni di teatro ed emozioni all’ombra di un castello, da mercoledì 5 a domenica 9 settembre 2018, durante i quali utilizzare, come filo rosso, le pagine dei libri amati, per regalare al pubblico le suggestioni del tempo.

“Il Maschio Angioino di Napoli – evidenzia Annamaria Russo – ha la decadenza solenne di un anfiteatro, ha secoli di storie incise nelle pietre, che si possono ascoltare solo quando c’è silenzio, quello vero. E allora perché non provare a farlo riecheggiare di emozioni quel silenzio? Perché non illuminare gli scorci che ci piacciono di più, tirando fuori dagli scaffali i libri che hanno segnato il passo degli anni?”.

La rassegna sarà un viaggio nelle storie che abbiamo amato di più, una scorribanda nei libri che ci hanno regalato sorrisi e lacrime, un doveroso omaggio a quegli autori che, giunti all’ultima pagina, non si può far a meno di ringraziare.

A inaugurare la programmazione di Brividi d’Estate al Castello, mercoledì 5 settembre, sarà Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcìa Màrquez, con Paolo Cresta e i Ringe Ringe Raja. I libri amati sono la valigia di suggestioni, di emozioni, che ci portiamo dietro, per un giorno o per una vita. I libri amati hanno il sapore di una stagione dell’esistenza, che, talvolta, restituiscono inalterata l’ingenuità stupita di un passato prossimo o remoto. I libri amati sono i brividi, le risate, le lacrime, e Cent’anni di solitudine è uno di questi.

Un viaggio tra le parole che si fanno musica e la musica che si fa parola, tra le suggestioni di un paese che vivrà fino a quando la stirpe del suo fondatore avrà vita, tra una ridda di sentimenti estremi e l’ineluttabile solitudine di mille personaggi che non riescono mai a essere soli. Un racconto musicale, un concerto di parole per uno spettacolo che vorrebbe essere una preghiera laica, dedicata all’immensità della letteratura.

Venerdì 7 settembre la scena sarà per Vipera di Maurizio De Giovanni, con Rosaria De Cicco, Marianita Carfora, Paolo Cresta, Sonia De Rosa, Paolo Rivera, Salvatore Catanese, Alfredo Mundo, Antonello Cossia, Emilio Marchese, Carmine Ioanna, nell’adattamento e la regia di Annamaria Russo.

E’ la primavera del 1932, Pasqua è alle porte. In una delle stanze del “Paradiso”, il bordello più famoso di Napoli, viene trovata morta Maria Rosaria Cennamo, in arte Vipera, la prostituta che fa sognare tutti gli uomini della città, ma che solo pochi possono avere.

Al commissario Ricciardi, che ha il dono terribile di vedere i morti e ascoltare le loro ultime parole, il fantasma di Vipera ripete: “il frustino, il mio frustino”. Intorno al cadavere della prostituta più bella di Napoli, come sempre, una folla di personaggi mossi dai due sentimenti che sono all’origine di ogni delitto: l’amore e la fame.

Il commissario dagli occhi verdi cerca di orientarsi tra la nebbia dei sospetti, e, mentre tenta di ricomporre i tasselli di un mosaico scompaginato e ricostruire una storia di morte, la vita lo assedia con il suo ritmo incessante. Ancora una volta Luigi Alfredo Ricciardi sarà costretto a muoversi tra i gironi infernali dell’animo umano per dare un volto e un nome all’assassino del Paradiso.

La rassegna proseguirà, sabato 8 settembre, con lo spettacolo La Medea di Portamedina di Francesco Mastriani, drammaturgia e regia di Annamaria Russo, con Rosaria De Cicco, Marianita Carfora, Giuseppe Gavazzi, Peppe Romano, Alfredo Mundo, Gennaro Monti, Sonia De Rosa, Paolo Rivera, Rita Ingegno, Federica Grosso, Flora Del Prete, Ricardo Maio. Siamo al 19 maggio 1793, Coletta Esposito, una giovane popolana di via Portamedina, uccide la figlia di pochi mesi e getta il corpicino esanime sul sagrato della chiesa, dove si stanno celebrando le nozze dell’uomo che aveva promesso di sposare lei e non quella donna vestita di bianco che stringe sottobraccio.

La donna, poco più che ventenne, assurge agli onori della cronaca per il suo terribile delitto, che richiama alla tragedia greca. La popolana dal nome oscuro è ribattezzata la Medea di Portamedina, e in quel soprannome la banalità del male acquista un accento epico. Non esistono risposte per la disperazione che nasce dal sangue e si nutre di sangue, ma esistono solo domande dolorose, strazianti, che restano sospese sulla soglia dell’orrore e della compassione.

A chiudere la programmazione di Brividi d’Estate al Castello, domenica 9 settembre, sarà Il vecchio e il mare, il capolavoro di Ernest Hemingway, con Paolo Cresta e Carlo Lomanto in scena. Il silenzio del mare, i tempi morti sotto il sole, e la battaglia, veramente epica, che un vecchio pescatore stanco ingaggia con un pesce. Una battaglia che è propria della lotta dell’uomo, col trascorrere del tempo e contro il suo limite, la vecchiaia e la morte. Una battaglia dalla quale l’uomo esce sempre sconfitto, perché anche quando vince non trionfa mai del tutto.

Il vecchio e il mare in fondo è questo, il testamento spirituale di uno scrittore che sente addosso tutto il peso di una vita nella quale ogni vittoria è illusoria. Eppure, paradossalmente, l’ultimo capolavoro di Hemingway, nel suo dolente percorso verso la sconfitta finale, è un inno alla speranza alla necessità di credere come unico antidoto alla morte la storia di una sconfitta.