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LA MESSA IN NOVUS ORDO E I SUOI PROBLEMI

(Gianluca Martone) Si propone la lettura di questo interessante articolo di don Philippe Toulza, sull’assistenza alla messa novus ordo, ma il discorso concerne anche la sua celebrazione. E? uno degli 11 articoli che compongono il dossier che la rivista francese Fideliter, n° 237, ha dedicato all’argomento. E’ un articolo che va certamente integrato non solo dal restante dossier, ma anche da tutta la bibliografia che ha caratterizzato la ormai quarantennale battaglia della Fraternità san Pio X per la santa Messa Tradizionale, contro il novus ordo; esso ha il vantaggio della sintesi e della chiarezza nel presentare la posizione della Fraternità: “Non possiamo né celebrare la messa di Paolo VI, né assistervi”. Come scrivevamo, è la battaglia di quarant’anni di Fraternità. Quelle sull’assistenza alla messa novus ordo, sono argomentazioni gravi, tanto nelle motivazioni, quanto nelle conseguenze, ma vi assicuriamo che sono state anche gravemente pensate in tutte le loro sfaccettature (teologiche, liturgiche, morali, spirituali). Benché nelle nostre cappelle si accolgano i nuovi fedeli così come sono, con le loro motivazioni, i loro dubbi, alcune ritrosie etc., il nostro compito è comunque quello di farli crescere nella fede, nelle nozioni, ammonendoli dei pericoli, sino ad approfondire la questione della messa, per giungere a questa consapevolezza: “Non possiamo assistere attivamente al novus ordo”. Al lettore chiediamo la pazienza di raccogliere questo contributo e di approfondirlo, in un florilegio di buone letture, senza esprimere epidermici giudizi di merito, come spesso oggi accade nel mondo dei “post”.Cinquant’anni di articoli, di sacrifici, di battaglia per la santa Messa; se andiamo alle origini, agli scritti di mons. Lefebvre, ai primi studi dei vari cardinali e sacerdoti, a quelle approfondite analisi del novus ordo, ne sentiamo ancor oggi tutta l’attualità e la freschezza; dall’altra parte, a livello se volete più pratico, sono purtroppo i frutti a darci ragione.

Si può assistere alla messa di Paolo VI ? Non possiamo né celebrare la messa di Paolo VI, né assistervi. Questo è quello che pensano i sacerdoti della Fraternità San Pio X , di altre comunità, e di molti fedeli. Questa affermazione sembra dura. Molti la rifiutano. Vuoi difendendo decisamente il Novus Ordo Missae, vuoi dicendoci: «Le vostre critiche sulla nuova messa sono eccessive. Celebrarla o parteciparvi, non è proibito». In particolare ci vengono poste le seguenti obiezioni: 1. I difetti della messa di Paolo VI sono reali: è quindi imperfetta. Ma non sono tali da renderla illegittima. In una parola, essa è meno buona rispetto al rito tradizionale, ma non è poi così cattiva. 2. Ci sono delle circostanze nelle quali la messa di Paolo VI è ben celebrata, ad esempio, quando è celebrata in latino, con le spalle al popolo, da un sacerdote pio e serio, con la prima preghiera eucaristica. In questi casi, assistervi (o celebrarla) non è proibito, ma è piuttosto vero il contrario.
3. La messa secondo il rito di Paolo VI è stata celebrata tutti i giorni dai papi Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI; dai cardinali Burke e Sarah. Suor Lucia, che ha visto la Santa Vergine, vi ha assistito e così pure molti santi religiosi e religiose. Di conseguenza non è ragionevole sostenere che non possiamo né celebrarla né assistervi! 4. Promulgando questo rito della messa, papa Paolo VI ne ha fatto una legge per la Chiesa di celebrarla e di assistervi; questa legge obbliga. Ora, il papa non può errare quando promulga una legge per la Chiesa universale: dal momento che, in questo caso, è infallibile. Quindi la messa di Paolo VI è buona.
Prima di rispondere a ciascuna di queste obiezioni, spieghiamo perché riteniamo di non poter né celebrare né attivamente partecipare alla messa di Paolo VI, sia la domenica che durante la settimana. Le ragioni di fondo possono essere così riassunte:(A) Non si può celebrare la messa con un rito non cattolico, né assistervi.
(B) Ora, la messa di Paolo VI è un rito non cattolico. (C) Dunque non si può celebrare la messa di Paolo VI né assistervi. La prima considerazione (A) ricorda semplicemente che non è lecito partecipare ad un rito non cattolico (canone 1258). Ad esempio, se ci si trova di domenica in un paese in cui non c’è messa cattolica, non è permesso di pregare in una messa ortodossa o, a maggior ragione, nel contesto di un culto protestante. La seconda affermazione (B) è più netta e risoluta. La si prova così: ogni rito della messa che, anche se approvato dalla Santa Sede, è indegno sia del culto divino e della reiterazione sacramentale del sacrificio della Croce e che è più dannoso che benefico per coloro che lo celebrano o lo frequentano, è un rito non cattolico. Ora il rito di Paolo VI, benché approvato dalla Santa Sede, è indegno del culto e della rappresentazione sacramentale del Calvario, ed è più dannoso che benefico per le anime. Pertanto, non merita il nome di cattolico. Ma come, esattamente, si giunge alla convinzione di questa indegnità e del pericolo per le anime che essa rappresenta? Con gli argomenti che sono stati esposti in vari studi (libri e riviste), la maggior parte dei quali sono richiamati in questo dossier [n.d.t.: il riferimento è all’intero dossier che Fideliter n° 237 dedica all’argomento: 11 articoli su 30 pagine]. Si noti che non si può dire che questa Messa sia invalida in sé (anche se può esserlo in alcuni casi). Si tratta di una messa vera e propria, in quanto la materia del sacramento (pane e vino) e le parole pronunciate su questa materia (Questo è il mio corpo…) sono quelle che Gesù Cristo ha istituito. Il cuore (la sostanza) della messa, cioè la consacrazione, non è di per sé assente da questo rito. Tuttavia, non è una messa cattolica, il che la rende illecita. Perché ciò che circonda il cuore della messa non è degno del culto cattolico e costituisce più un pericolo che un beneficio per le anime. Inoltre, i difetti di questo rito sono più spesso carenze (ad esempio, la rarefazione del richiamo al sacrificio) che affermazioni vicine l’eresia o gesti irriverenti. Ognuno di questi difetti in sé (per esempio la riduzione del numero di genuflessioni, la mal compresa partecipazione dei fedeli) non basta a distogliere dalla messa di Paolo VI. Ma è l’insieme, l’ordine generale (più precisamente, il disordine chiamato in teologia privazione), il tutto composto da queste varie carenze che porta, purtroppo, a giudicare che essa «si allontana, nell’insieme come nel dettaglio, dalla teologia cattolica del sacrificio della messa». C’è del sacro qua e là in questo rito, ma non abbastanza per far sì che l’insieme sia sacro; ci sono preghiere e gesti convenienti al sacrificio redentore, ma non abbastanza perché il rito sia degno del sacrificio; ci si può attendere benefici per la pietà dei fedeli, ma il rito è più propizio a far loro del male che del bene. Del resto, lo stato della fede e della pietà presso i cattolici di oggi è un indice di tutto questo.
Resta da rispondere alle obiezioni presentate più sopra. 1. Una volta constatato l’insieme dei difetti di questa messa, si deve concludere che essa è solamente imperfetta, o piuttosto che essa è illecita? A questo punto c’è una valutazione da fare. La verità è che i difetti sono tali da renderla illecita. Tuttavia, per il fatto che essa viene dal Papa, e che viene celebrata ovunque da decenni, non c’è da stupirsi che molti cattolici esitino ad esprimere una tale valutazione. Sono dunque in primo luogo l’autorità di Roma e poi l’abitudine di assistere a questa messa ad impedire a molti cattolici di giudicare correttamente questo rito. Pertanto, sarebbe assurdo essere rigorosi nei confronti di coloro che non condividono il punto di vista della Fraternità.
2. Il fatto che questa messa possa essere detta a volte «seriamente» a volte in maniera zoppicante è già un grave difetto. In ogni caso, anche se celebrata da un sacerdote fervente, questa messa mantiene le sue deformità intrinseche. Vi sarebbe in questo caso una discrepanza tra la qualità del celebrante e il rito che egli celebra, come una brutta opera teatrale recitata da un bravo attore.
3. Ѐ sorprendente e quasi incredibile che un rito non veramente cattolico sia lodato dai papi, dai vescovi, e che sante persone vi assistano: vero! Ma niente nella costituzione della Chiesa garantisce che ciò sia impossibile. Del resto, è anche sorprendente e quasi incredibile che nella Chiesa ci siano stati Dignitatis Humanae, le riunioni di Assisi e Amoris Lætitia, ma questi sono i fatti.
4. Il Papa, quando promulga una legge liturgica per la Chiesa universale, è infallibile. Ora la promulgazione di questa messa ha le apparenze di una legge liturgica per la Chiesa. La quarta obiezione è seria. Vi si è risposto, seguendo il canonista don Raymond Dulac, dicendo che, malgrado le apparenze, non c’è stata vera promulgazione. Alcuni (don Anthony Cekada, per esempio) hanno tentato di confutare l’argomentazione di padre Dulac, sostenendo che Paolo VI ha voluto veramente costringere i sacerdoti a celebrare secondo il nuovo rito, e di conseguenza interdire il rito tradizionale. Ma la loro confutazione non regge più dopo il motu proprio Summorum Pontificum, poiché Benedetto XVI ha confermato che Paolo VI non ha mai interdetto il rito tradizionale.
Una delle perle preziose del Concilio tridentino è indubbiamente il decreto sul santo Sacrificio della Messa, che contiene la pura e autentica dottrina cattolica su questo grande, immenso, adorabile e insondabile mistero. Le indicazioni dogmatiche su questo argomento si rivelano, nuovamente, di strettissima attualità e dovrebbero essere tenute ben presenti per evitare di ridurre la Messa ad opera umana, farcita di innumerevoli elementi estranei ad essa e alla sua sacralità, e a volte letteralmente profanata con gesti, “segni” ed esibizioni totalmente fuori luogo, di cui ampia rassegna è purtroppo facilmente reperibile online da chiunque volesse rendersi conto della situazione davvero preoccupante a cui si assiste in certi luoghi. Come gli altri decreti, anche questo contiene una risposta “frontale” alle eresie protestanti in merito ed è distinto in una parte esplicativa dottrinale (Denz 1738-1750) ed in una dichiarativa e precettiva (canoni, Denz1751-1759). Cominciamo come sempre dalla prima. Il Concilio afferma che l’unico e cruento sacrificio della Croce, compiuto dal Signore il Venerdì santo, doveva essere perpetuato nei secoli. Una redenzione “eterna” compiuta dal Sommo ed eterno Sacerdote. Questa “perennizzazione” doveva avvenire attraverso un sacrificio visibile, che attualizzasse e significasse l’unico sacrificio cruento della Croce offerto una volta per tutte, prolungandone la memoria (efficace e salvifica) fino alla fine del mondo. Questo sacrificio visibile fu istituito nell’ultima Cena, momento in cui, contestualmente ad esso, gli apostoli furono costituiti sacerdoti della Nuova Alleanza (con le parole: “fate questo in memoria di Me”), promulgata in quel medesimo momento. In questo sacrificio visibile che si compie nella Messa, è contenuto e immolato in maniera incruenta lo stesso Cristo che si offrì sulla Croce. Cambia solo il modo di offrirsi della Divina Vittima (cruento sulla Croce, incruento nella Messa). Essendo un vero sacrificio, come tutti i sacrifici è veramente propiziatorio, nel senso che placa la divina giustizia ed ottiene ogni grazia e il dono del pentimento dei peccati ai vivi e la soddisfazione delle pene dovute per i peccati per coloro che non sono ancora pienamente purificati. Questo divino sacrificio è sempre e solo offerto al Padre per la remissione dei peccati e per tutte queste altre intenzioni. Nelle Messe celebrate in onore dei santi non è certo ad essi che si offre il sacrificio eucaristico, ma semplicemente si ringrazia Dio per le loro vittorie (che sono state possibili solo grazie alla redenzione operata da Cristo) e si invoca la loro protezione e intercessione. Il Concilio prosegue affermando la sacralità dell’antico canone della santa Messa, “che non contiene niente che non profumi di santità e di pietà e non innalzi a Dio la mente di quelli che lo offrono” e spiega che tutte le cerimonie della Santa Messa (i paramenti sacri, l’incenso, le benedizioni, le rubriche del Messale, etc.) sono finalizzate a “rendere più evidente la maestà di un così grande sacrificio” e aiutare i fedeli a contemplare le sublimi realtà nascoste dietro quei veli e simboli. Un deciso encomio e una difesa particolare sono spesi in favore dell’uso esclusivo della lingua latina nella santa Messa. Infine viene sancito che per la validità della santa Messa è necessario che si comunichi solo il sacerdote celebrante, che deve consumare la vittima sacrificale “ad validitatem Missae”. La comunione sacramentale dei fedeli è quanto mai raccomandata e auspicata, ma non è affatto necessaria (checché se ne pensi soprattutto ai nostri giorni), né la partecipazione alla santa Messa da parte di un fedele che non si accosti alla comunione sacramentale deveessere considerata invalida o inopportuna. Si verifica solo una partecipazione meno abbondante ai frutti di questo Sacrificio. Conseguentemente è non solo pienamente lecita, ma anche altamente utile al bene di tutta la Chiesa, una Messa che fosse celebrata dal solo celebrante (dispregiativamente denominata “Messa privata”), perché tale Messa è celebrata dal ministro della Chiesa “non solo per sé, ma per tutti i fedeli che appartengono al Corpo di Cristo”, vivi e defunti e pertanto il sacrosanto sinodo non solo approva questo tipo di Messe, ma anche le raccomanda. Ora come allora.Dopo aver presentato sinteticamente la mirabile dottrina cattolica del decreto sul santo sacrificio della Messa, passiamo ad analizzarne i canoni. 1. Se qualcuno dirà che nella Messa non si offre a Dio un vero e proprio sacrificio, o che essere offerto non significa altro se non che Cristo ci viene dato in cibo, sia anatema. 2. Se qualcuno dirà che con le parole: “Fate questo in memoria di me” (Lc 22,19; 1Cor 11,24), Cristo non ha costituito i suoi apostoli sacerdoti o che non li ha ordinati perché essi e gli altri sacerdoti offrissero il suo corpo e il suo sangue, sia anatema. 3. Se qualcuno dirà che il sacrificio della Messa è solo un sacrificio di lode e di ringraziamento, o una semplice commemorazione del sacrificio offerto sulla croce, e non un sacrificio propiziatorio; o che giova solo a chi lo riceve; e che non si deve offrire per i vivi e per i morti, per i peccati, per le pene, per le soddisfazioni, e per altre necessità, sia anatema. 4. Se qualcuno dirà che col sacrificio della Messa si bestemmia contro il sacrificio di Cristo consumato sulla croce; o che con esso si deroga all’onore di esso, sia anatema. 5. Chi dirà che celebrare le Messe in onore dei santi e per ottenere la loro intercessione presso Dio, come la Chiesa intende, è un’impostura, sia anatema. 6. Se qualcuno dirà che il canone della Messa contiene degli errori, e che, quindi, bisogna abolirlo, sia anatema. 7. Se qualcuno dirà che le cerimonie, le vesti e gli altri segni esterni, di cui si serve la Chiesa cattolica nella celebrazione delle Messe, siano piuttosto elementi adatti a favorire l’empietà, che manifestazioni di pietà, sia anatema. 8. Se qualcuno dirà che le Messe, nelle quali solo il sacerdote si comunica sacramentalmente, sono illecite e, quindi, da sopprimere, sia anatema. 9. Se qualcuno dirà che il rito della Chiesa Romana, secondo il quale parte del canone e le parole della consacrazione si profferiscono a bassa voce, è da riprovarsi; o che la Messa debba essere celebrata solo nella lingua del popolo; o che nell’offrire il calice non debba esser mischiata l’acqua col vino, perché ciò sarebbe contro l’istituzione di Cristo, sia anatema. È davvero preoccupante dover constatare l’estrema attualità che si riscontra in queste indicazioni ad una prima pur rapida lettura di questi canoni. Un segno di quanta confusione oggi dilaghi e soprattutto di quanto qualunquismo, pressappochismo e sciatteria ruotino, sciaguratamente, intorno all’augustissimo mistero della santa Messa. A proposito del primo canone, si pensi oggi al pensiero, molto diffuso anche in certi ambienti e gruppi ecclesiali, che la comunione sacramentale in cui si riceve Cristo come cibo spirituale sia così parte integrante della santa Messa che, qualora fosse impossibile, per ragioni contingenti o perpetue accostarsi ad essa, si avrebbe una sorta di partecipazione menomata al divino sacrificio. Questa idea fu però messa in giro dai riformatori protestanti, che da sempre accentuarono la dimensione conviviale dell’eucaristia, esaltando (a scapito della natura essenzialmente sacrificale) il “banchetto eucaristico” come sua precipua ragion d’essere, interpretando a sproposito le parole dell’istituzione (“prendete e mangiatene tutti”, “prendete e bevetene tutti”), dimenticando che esse furono rivolte solo ai Dodici apostoli (gli unici ad essere presente) i quali, come abbiamo già avuto modo di notare, devono obbligatoriamente comunicarsi alle Sacre Specie per la stessa validità della Messa. Quante volte abbiamo dovuto sentire dire in questi anni frasi e slogan del tipo: “se non fai la comunione è come se ti invitassero a cena e tu non mangiassi?”. Ma come si fa a non capire che dietro una frase di questo genere c’è esattamente lo stravolgimento della dottrina cattolica sul carattere sacrificale della Messa in favore di quella luterana circa il suo carattere eminentemente e prevalentemente conviviale, condannato senza mezzi termini proprio da questo primo canone tridentino? Sappiamo, inoltre, che i riformatori luterani negarono l’esistenza del sacerdozio ministeriale come distinto ed essenzialmente diverso dal sacerdozio comune, di cui sono rivestiti i fedeli di Cristo in quanto battezzati. Negarono quindi l’esistenza di una vera istituzione del sacramento dell’ordine sacro da parte del Signore. Ora, evidenziare come la prima – sia pur “del tutto singolare” – ordinazione sacerdotale sia avvenuta con le parole “fate questo in memoria di me”, fa invece comprendere e risaltare la natura assolutamente peculiare dell’ordine sacro, il suo legame intrinseco e indissolubile con l’eucaristia e la sua funzione mediatrice e propiziatrice, che perpetua la mediazione sacrificale e salvifica di Cristo Sommo sacerdote. I sacerdoti, quando esplicano le funzioni loro proprie, agiscono “in persona Christi”: cioè Cristo li usa come strumenti meramente passivi per continuare ad esercitare il suo sacerdozio salvifico nel tempo e nella storia. Cosa, questa, ben diversa dal sacerdozio comune, con il quale i cristiani sono abilitati a ricevere i sacramenti, a pregare il Signore per sé e per tutti e ad offrire se stessi e i propri sacrifici per la salvezza propria o altrui. Qui è Cristo che offre il suo proprio sacrificio per mezzo dei sacerdoti; un gesto essenzialmente e totalmente differente, dal quale peraltro traggono origine ed efficacia tutte le preghiere, offerte e atti compiuti dai cristiani, che senza di esso non avrebbero nessun senso né valore davanti a Dio. Sminuire o minimizzare la grandezza del sacerdozio cattolico è cosa che non favorisce affatto l’umiltà dei ministri ordinati, ma solo una indebita banalizzazione delle loro altissime funzioni, con grande danno per la loro personale santità e, soprattutto, per il bene della Chiesa e dei fedeli tutti. Il Beato Gabriele Maria Allegra (1907-1976), un pio missionario francescano che tradusse l’intera Sacra Scrittura in lingua cinese, scrisse parole forti in proposito:
“Quando penso che il latino non si studia più, che anche in questo abbiamo seguito l’andazzo dei protestanti, o più esattamente di alcune sette protestanti, quando penso che l’immensa letteratura patristica latina, i più insigni documenti della storia della Chiesa di Dio in Cina, che sono scritti in latino, sono ormai libri sigillati per i futuri sacerdoti, e aggiungo, quando penso che per noi francescani tutte le nostre antiche fonti e tutte le grandi opere sono scritte in latino, mi vengono le lacrime agli occhi, e non metaforicamente. […] In certe ambiguità liturgiche e disciplinari, nell’ostracismo del latino, della Messa di San Pio V e del canto gregoriano, […] nel pluralismo teologico, nell’indigenizzazione delle Chiese locali, io ci vedo la presenza dell’hinimicus homo, l’opera di satana […]”. (Citazione tratta da “Ideo multum tenemur Ei”, quaderno III, 23 agosto 1975).