Crea sito

Ogni paese è mondo, ma Letino (e non solo) è unico al mondo.

Giuseppe Pace (Esperto Internazionale di Ecologia Umana) LETINO L’Ecologia Umana, per essere applicata, deve possedere i seguenti attributi: multidisciplinari, interdisciplinari e transdisciplinari. Quest’ultimo attributo, poco noto in area scientifica, non fa rischiare di compiere una semplice sommatoria di misurati o misurabili elementi del determinato luogo spaziale abitato. Dire ambiente significa dire un insieme di natura e cultura e non soltanto natura. La definizione di ambiente, come insieme di natura e cultura, viene proposta dall’Istituto Italiano dell’Ambiente. L’Ecologia è la scienza dell’Ambiente. Ma di quale ambiente? Di quello naturale (montano, marino, collinare, forestale, desertico, lacuale, fluviale,litoraneo, ecc.), sociale (familiare, amicale, padronale, patronale, scolastico, cittadino, paesano, metropolitano, municipale, politico, ecc.), economico (bancario, finanziario, associativo, aziendale, condominiale, ecc.). Ecco che la complessità del reale si presenta in tutta la sua verità, che può dare indicazioni obiettive, ma l’approssimazione e la semplificazione, spesso anche settoriale, induce a seguire strade non veritiere. La specie zoologica alla quale l’uomo appartiene fu studiata, dal Naturalista e creazionista C. svedese Linneo del 1700, padre della classificazione binomiale che porta il suo nome. Egli, per la prima volta e con razionalità scientifica necessaria (siamo nel secolo dei lumi o della ragione), collocò l’uomo nella specie Homo sapiens. Tale specie la pose al vertice di una scala evolutiva, che però considerava ancora fissa e dunque creativa anche se varie ipotesi evolutiva vi erano state già nella Storia sociale dei Greci e dei Romani. Nel 1800, o secolo della scienza, altri Naturalisti ed in particolare l’inglese C. Darwin, introdussero l’evoluzionismo nel pensiero dell’Homo sapiens. I neodarwinisti successivi hanno ipotizzato il processo dell’ominazione che attribuisce l’origine dell’uomo come specie biologica a non meno di 36 mila anni fa. Linneo, Lamarck, Darwin, ecc. hanno posto molta attenzione all’evoluzione biologica della specie Homo sapiens, ma hanno trascurato quella culturale. Questa seconda sovrasta e si impone sulla prima dalle rivoluzioni neolitiche (l’uomo diviene stanziale ed allevatore ed agricoltore), industriale (la macchina sostituisce molti lavori pesanti dell’uomo e lo rende anche più libero economicamente e di pensiero), francese (segna la fine del dominio del monarca assoluto che dispone della vita e della morte dei suoi sudditi) e globale-digitale, tutt’ora in atto. Nel passato, ma ancora oggi in molta cultura, soprattutto umanistica, si dà troppo peso all’amore per i luoghi nativi di ognuno. Forse si sottovaluta che la specie Homo sapiens ha un areale universale anche se un habitat più o meno ristretto. Il canto del gallo la mattina è un esempio zoologico di territorialismo o di habitat con delle regole naturalistiche. Con l’avvento della rivoluzione digitale, figlia di quella globale, tutto sta cambiando velocemente nell’ambiente umano (natura più cultura costituiscono l’ambiente, ma molti anche per TV e su altri media confondono ambiente con natura). Mio figlio e mio genero, rappresentano l’uomo medio e di media età del nostro tempo. Entrambi, caso strano, usano come sveglia mattutina il telefono mobile o cellulare con il canto tipico del gallo. Io, di tanto in tanto, lo ascolto ancora al naturale per ricordare il tempo biologico o meglio i bioritmi ai quali l’uomo è, sempre meno, abituato. A me piace vedere la serie televisiva Star Trek che evidenzia le vicende degli umani del futuro, appartenenti a una ipotetica Federazioni di Pianeti Uniti che riunisce sotto un unico governo numerosi popoli di sistemi stellari diversi, e delle loro avventure nell’esplorazione del cosmo (con la navicella leader Enterprise) “alla ricerca di nuove forme di vita e di civiltà, fino ad arrivare là dove nessuno è mai giunto prima”. L’universo fantascientifico di Star Trek, con i suoi personaggi è conosciuto in tutto il mondo, ha dato origine a molti appassionati tra cui lo scrivente. Chi, invece, ha molto decantato e reso noto l’amore verso i luoghi nativi è stato lo scrittore padovano Ippolito Nievo e il liceo scientifico dedicatogli nel centro di Padova riporta in una lapide nell’ingresso le sue parole in merito. Ma, a parte il fisiologico imprinting dei primi momenti e dei primi anni di vita, l’uomo si evolve anche durante le fasi infantili, adolescenziali giovanili e di adulto come tanti rami delle scienze psicologiche sperimentali mettono in luce. Resta il punto di vista sostanzialmente diverso tra gli umanisti che vedono l’ambiente familiare e sociale alla base del comportamentismo che plasma l’uomo e i naturalisti che vedono più nell’innatismo o nel DNA la base che plasma l’uomo sia pure condizionato, superficialmente dall’ambiente familiare, scolastico e sociale per lingua, costumi e tradizioni. Nel passato remoto e prossimo il territorialismo ha caratterizzato anche i confini individuali, tribali comunali, sovracomunali, delle Signorie, delle Repubbliche marinare, de gli stati monarchici e repubblicani. Attualmente il territorialismo caratterizza oltre 200 stati nazionali con la nazionalità. Ma, come afferma spesso l’Astronomo italiano sessantenne, Paolo Nespoli:”quando sono in America mi sento italiano, quando sono fuori della Terra nello spazio, mi sento terrestre”. Dunque il futuro dell’Homo sapiens sarà, sempre meno territoriale ristretto e sempre più planetario ed universale. Eppure il Naturalista, Filippo Barbieri, mio amico, mi scrive dell’importanza dell’amore verso i luoghi nativi. Egli è nato in Calabria e mi consiglia uno scrittore, suo corregionale, che si autodefinisce “cercatore di luoghi perduti”, F. B., membro dell’ordine pedestre dei camminatori erranti. Cura l’amnesia dei luoghi ed il coma topografico, conosce il genius loci, pratica l’oikofilia. Possiede un villaggio vivente nella memoria (De Martino). Pensa che un paese ci vuole (Pavese). Sa che occorre rinascere nel proprio luogo, ogni giorno più definitivamente (Rilke). Vado a leggere il sito web che mi consiglia Filippo, il mio coetaneo che ha studiato con me all’università partenopea, e leggo.”Quando qualcuno gli chiede cosa fa nella vita, à risponde: “curo una malattia epidemica in Calabria, l’amnesia dei luoghi, provo a risvegliare i calabresi dallo stato di coma topografico in cui versano. Pratico una terapia che chiamo oikofilia, ossia amore per la propria casa, la terra, il paese. Lo faccio con metodi naturali: libri, foto, filmati, narrazioni”. Descrive il suo modo di viaggiare come “viaggiar restando” che è una delle tante coniugazioni possibili di un verbo fin troppo abusato, una forma di stanzialità (in Calabria) errante (peregrinare in cerca dell’ignoto o del non più noto), una sorta di travaso tra l’anima dell’uomo e l’anima dei luoghi. I suoi mezzi prediletti sono le gambe e l’istinto, affinati dalla frequentazione più che trenta cinquennale di monti e valli e dallo studio altrettanto lungo di carte topografiche, scritti sul paesaggio, narrativa legata ai luoghi, diari di viaggio. Ha scritto diciannove libri principali. Quattordici li ha dedicati all’esplorazione ed alla scoperta dei parchi, del viaggio, del paesaggio, delle bellezze naturali calabresi e sulla loro percezione in narratori e viaggiatori. Altri tre li ha destinati al rapporto tra uomo e natura. Uno è un racconto di viaggio sulle orme del britannico Norman Douglas. Un altro è il commento a cento libri per conoscere la Calabria proposti per la lettura. Avvocato di professione, camminatore, scrittore, giornalista e fotografo naturalista per passione, F. B. è stato ed è attivo nel volontariato ambientalista con le maggiori associazioni del settore (F.A.I, C.A.I., W.W.F., Italia Nostra). Ma la sua vera passione è vagabondare e sperdersi, con le gambe e con la mente, per monti e valli della Calabria, dove – dice – sono le sue radici e, prima o poi, assumerà le sembianze di un albero, fermandosi nel luogo che, dopo tanto errare, sarà la sua ultima e definitiva dimora”. Questo ricercatore di verità stimola la mia curiosità che Filippo Barbieri, suo ammiratore, mi ha suscitato o provocato da Naturalista, e lo ringrazio. Credo che Filippo sia rimasto per troppo tempo al suo piccolo e bel paese di Belvedere Marittimo (CS) e forse solo Napoli metropoli ne abbia in qualche misura allargato il suo raggio dell’orizzonte “culturale” anche se gli studi universitari lo hanno poco “sconvolto” delle convinzioni precedenti. Più si scende la penisola italiana più pesante è il fardello delle tradizioni e meno facile è liberarsene trattenendone solo le necessarie. Nel Sud Italia si cresce, a maggioranza o mediamente, meno per molti aspetti culturali per la minore occasione di confronto con altri “foresti” basta leggere, per riscontro, i dati statistici, che registrano un’ altissima percentuale di siciliani, calabresi, lucani, pugliesi, campani, abruzzesi, ecc. nativi e residenti là da più generazioni. Al settentrione il n. degli immigrati è molto più alto e non solo di quelli scappati con le ”carrette del mare” e altri mezzi più o meno simili. A ciò bisognerebbe aggiungere il diffuso provincialismo del napoletano, che si sente al centro del mondo forse più grave del letinese, che è periferico della sua periferia provinciale o casertana. Nell’ambiente culturale delle Università degli USA spesso si indica nella “fortezza Europa” troppa tradizione e storia del passato che blocca l’innovazione verso nuove strade del futuro. In Italia si sprecano i primi di saggi dedicati dal nativo autore “Terra mia” “alla mia terra nativa”, “il mio paese”, ecc.. Ricordo uno scrittore campano, nativo di un paesetto del Matese di sud-ovest, che suppongo continui a scrivere saggi della sua ex Valle di Prata, vedendo in Piedimonte Matese una sorta di piedimontesizzazione degli altri centri matesini e su questo punto non ha del tutto torto. Idem per Cusano Mutri, Ailano, San Gregorio Matese, ecc.. A Bojano, Colle d’Anchise, Vinchiaturo, Agnone, Venafro, invece, a nord del Matese, molti sono gli scriptorum loci con esagerato campanilismo e spesso sono poco ospitali verso chi non scrive con il medesimo vezzo infantile. Vi sono delle eccezioni? Si, ma poche. Una, ad esempio, è dell’indigeno Pietro Pettograsso, ex Dirigente scolastico, che scrive sia del suo paesetto nativo Sant’Elena Sannita (IS) che di Bojano (CB) con lodevole distacco neutrale necessario per l’obiettività dello scrittore di ogni luogo planetario. Non parliamo poi di chi scrive sui quotidiani locali molisani. Ecco il linguaggio a proposito di tessere le lodi di suoi corregionali fuori dal piccolo confine regionale:” “Una figlia della terra di Molise”. Letino che stava in Molise (1927-45) poi passò alla casertana Campania è figlio di ”nessuno”, meglio! Da militare lessi la definizione di Patria affissa in una bacheca del “mio” Reggimento: ”Patria terra dei padri” e mi entusiasmò un po’, poi, curioso, lo chiesi ad un collega siciliano, Ingegnere elettronico laureato a Padova, che mi scambiava spesso per prof. di lettere. Mi rispose così: “La Patria è la terra dei padri, ma esiste anche l’eterno padre o Dio, se si è monoteisti come i cattolici, quasi un miliardo e mezzo sui 7 miliardi di individui della nostra specie planetaria”. Come si fa a non condividere la razionalità del mio più anziano collega di scuola patavina, per adulti? Nel mio saggio su Letino tra mito, storia e ricordi a conclusione della lunga introduzione scrissi: “Un solo paese non basta come scrisse l’anziano giornalista d’origine ebrea, Arrigo Levi, così dovrei chiamare il mio Letino o la mia Italia dopo le esperienze di migrante da una parte all’altra della nostra penisola (Letino, Piedimonte Matese, Napoli, Bojano, Campobasso, Genova, Padova) e all’estero (Germania, Argentina, USA, Turchia, Egitto e soprattutto Romania). Preferisco dire: Ogni mondo è paese, ma questo paese (Letino e non solo) è unico al mondo”. Il monito “sacrale” del “Nemo Profeta in Patria” nel Sud Italia è più reale per chi non si uniforma al conformismo dominante con il vezzo dell’infantile campanilismo o territorialismo? Si, mi dice l’esperienza, ma la speranza induce all’ottimismo del cambiamento e solo una cultura poco provinciale può aiutare e questa la deve fornire soprattutto la scuola con docenti anche stranieri. Ciò non significa che i docenti, soprattutto al Sud Italia, bisogna importarli, ma può significare che i Dirigenti vanno reclutati solo e se non sono portatori di una cultura solo locale con territorialismo. Uno straniero, come i Direttori dei Musei voluti dal quasi ex Ministro dei Beni Culturali, sa meglio di un altro come conservare e valorizzare nel contempo le piccole patrie che attirano i turisti non sempre alla ricerca di radici locali, ma universali che sono ovunque se si esce dal tribale. Anni fa a Caserta, il Direttore della più famosa Reggia campana e nazionale, proveniente dal Nord d’Italia, suscitò una rete di solidarietà nazionale e mondiale quando venne vilipeso, bersagliato di critiche di schiavismo verso i dipendenti, addirittura di comportamento antisindacale, ecc. Lo bersagliò di critiche la campana classe dirigente, che voleva lo stato quo ricco di privilegi che molti burocrati sanno tessere nelle pieghe non trasparenti delle leggi, che interpretano con le loro circolari interne, chiosando le leggi nazionali, che sono sempre basate sulla civiltà non sul nepotismo istituzionale, che è un male soprattutto di noi meridionali, altro che canzonette oppure film ”benvenuti al…”. A Caserta in una nota e centrale libreria cittadina, molto frequentata dalla cultura radicalscic, un signore replicò alla presentazione di un libro dicendo ”qua molti rigettano la casertanità”. Eppure oggi la cultura più avanzata suggerisce di fare sintesi tra localizzazione e globalizzazione con glocale. In realtà globalizzato e localizzato sono due facce della stessa medaglia con al cento l’Uomo.