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Cancello ed Arnone. A Letteratitudini il “Siddarta” di Hermann Hesse

(Elisa Cacciapuoti) CANCELLO ARNONE Nel prossimo incontro di Letteratitudini previsto per giovedì 19 p.v. alle ore 19,30, i partecipanti del gruppo hanno deciso di confrontarsi sul seguente tema: “Siddarta” di Hermann Hesse – Cos’è il Buddhismo?”. Siddharta è un giovane indiano, figlio di un bramino, inquieto e insoddisfatto della sua esistenza. Assieme a Govinda, amico di una vita, egli decide di abbandonare la casa paterna e di andare a vivere con i Samana, degli asceti che vivono con il minimo indispensabile e perseguono l’identificazione e l’empatia con le cose del mondo. I due trascorrono tre anni con i Samana, tra meditazione e privazioni fisiche estreme (il digiuno, il rifiuto dei vestiti), ma non raggiungono la rivelazione spirituale tanto attesa. Siddharta e Govinda decidono quindi di raggiungere la setta del Buddha Gotama, detto l’Illuminato, per giovarsi del suo esempio e dei suoi insegnamenti. Tuttavia, una volta arrivati al cospetto del maestro, Govinda decide di restare presso di lui, mentre Siddharta, non ancora soddisfatto del traguardo raggiunto, prosegue il suo cammino. Ciò a cui il protagonista mira è guadagnarsi la saggezza autonomamente, senza adeguarsi in maniera passiva agli insegnamenti, pur validi, di qualcun altro. Dopo aver conosciuto un barcaiolo che lo aiuta a superare un fiume e gli predice che si incontreranno nuovamente, Siddharta giunge in città, dove conosce la bellissima cortigiana Kamala. Nonostante il giovane abbia sinora disprezzato le lusinghe materiali del corpo, egli cede ben presto al fascino di Kamala, che vuol fare di lui un uomo ricco e di successo. Per tale motivo, indirizza Siddharta dal mercante Kamaswami. L’atteggiamento pacato e sereno di Siddharta bilancia il burbero carattere del socio in affari, cosicché il protagonista, nel giro di pochi anni, trova il successo sia nel lavoro che nella sfera amorosa. Tuttavia, l’insoddisfazione latente non è sopita: Siddharta percepisce che la sua vita materiale non può mettere a tacere la ricerca assillante di una verità spirituale. Il tormento è tale che Siddharta pensa addirittura ad annegarsi nel fiume. Quando incontra l’amico Govinda, ormai monaco buddhista, capisce di dover abbandonare la vita di piaceri cui è abituato. Siddharta lascia così Kamala, che (a insaputa del protagonista) è incinta, e parte.

Siddharta si ferma presso il fiume, dove rivede dopo anni il barcaiolo che l’aveva aiutato tempo addietro. Si tratta del saggio Vasuveda, che gli insegna a comprendere lo spirito del fiume, concepito come un’entità vivente. In particolare, nel lavoro quotidiano con Vasuveda Siddharta apprende il ruolo fondamentale del silenzio, grazie a cui si possono ascoltare tutti gli insegnamenti delle voci e dei rumori della natura. Anni dopo, Siddharta rivede Kamala, che, con il figlio avuto da lui, di nome anch’egli Siddharta, si sta recando al capezzale del Buddha Gotama e deve attraversare il fiume. Tuttavia la donna, convertitasi al buddhismo, viene morsa da un serpente e muore. Siddharta, riconosciuto il bambino come suo, lo prende con sé e lo alleva amorevolmente presso il fiume con Vasuveda. Il giovane Siddharta, però, non assomiglia al padre: è svogliato, indolente e scostante, e alla fine fugge via, proprio come aveva fatto il protagonista molti anni prima. Vasuveda, nonostante le insistenze di Siddharta, gli sconsiglia di andare in cerca del giovane, che deve trovare il proprio posto nel mondo. La sofferenza dell’abbandono si unisce allora in Siddharta alla presa di coscienza del dolore che egli stesso ha provocato al padre bramino, quando ha abbandonato in giovane età la casa dei genitori.La profonda riflessione che scaturisce da questo evento e la contemplazione del fiume permettono a Siddharta di raggiungere finalmente l’illuminazione, grazie alla quale egli comprende l’illusorietà del tempo e la grandiosa ciclità del tutto, in cui confluiscono le gioie e i dolori, le speranze e le sofferenze individuali. A questo punto, Vasuveda può separarsi dal suo allievo. Ormai anziano e saggio, Siddharta rivede per l’ultima volta Govinda, che, senza inizialmente riconoscerlo, si reca ad ascoltare le parole del saggio traghettatore. Siddharta spiega al vecchio amico i fondamenti di ciò che ha scoperto: che non esiste alcuna dottrina definitiva, poiché nel mondo ogni affermazione “vera” è controbilanciata da un’altra altrettanto “vera”; che quindi la Natura è un ciclo ininterrotto di opposti complementari, che va amato ed ammirato nella sua completezza e totalità; che bisogna anzi identificarsi con l’ordine del mondo attorno a noi; che il tempo e il linguaggio non sono che gabbie illusorie per la nostra mente; che la vera saggezza non può che giungerci dalla nostra più profonda interiorità.
Govinda riconosce così l’illuminazione di Siddharta, il cui volto si apre in un raggiante sorriso di felicità.