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Campochiaro (CB) Ecologia Umana con la Veronica campiclarensis del naturalista Tournefort.

Giuseppe Pace (Naturalista e socio onorario del Circolo “Ragno” di Bojano). CAMPOCHIARO. L’Ecologia Umana studia l’Ambiente come insieme di Natura e Cultura. Per Campochiaro che è un piccolo comune del versante settentrionale del Matese in provincia di Campobasso e confina a sud con 3 comuni campani, ad est con Guardiaregia e ad ovest con San Polo Matese, c’è molta natura e poca cultura? Nient’affatto, anche qua come altrove il dominio della cultura sulla natura prende il sopravvento negli ultimi secoli. Tra gli studiosi di Campochiaro si ricorda l’attuale Arcivescovo d’Ancona, Angelo Spina, nativo di Colle d’Anchise, che scrisse un ottimo saggio nel 1988 “Pro Emigrati di Campochiaro”: assistetti alla presentazione del libro e un emigrato dal palco mi venne ad abbracciare scambiandomi per un suo parente o paesano. Altri che hanno scritto di Campochiaro sono: G. B. Masciotta, E. Spensieri, E. Pittarelli, L. Giustiniani, B. Candida e note varie sulle Guide turistiche d’Italia e della Soprintendenza archeologica e per i beni ambientali architettonici, artistici e storici del Molise. L’emigrazione è di casa a Campochiaro poiché nel 1861 si registravano ancora 2.131 residenti, dopo 10 anni aumentavano a 2.225 (massimo storico), nel 1951 i residenti già diventano 1.428 per l’emigrazione senza ritorno e adesso poco più di 600, ancora meno ne ha il vicino San Polo Matese. Dunque moltissimi sono gli emigrati campochiaresi. Eppure Campochiaro non è un comune povero di risorse naturali: boschi, pascoli demaniali, campi assolati, sorgenti e terreno non male per coltivare di tutto. In Itinerari, Spensieri scrive:”Campus clarus che sembra dare origine al nome,esprime attraverso l’etimo Campo la vasta pianura che si distende ai piedi dell’abitato, r chiaro serve ad affermare che la medesima piana è caratteristicamente solatia. Al visitatore che arriva dalla strada diritta nel verde come un grosso cordone zincato, le mille finestre sovrapposte a presepe occhieggiano alla carezza del sole…” sembra sottolineare la fertilità del suolo campochiarese e la ricchezza di dettagli civili del paesetto. Molti sono i nobili feudatari di Campochiaro a partire dal 1250 con i d’Alteno poi gli Strambone, Scotto, d’Evoli, Gambatesa, Caracciolo, Pandone, Sanframondo, Morone, Pellegrino, Mormile e i colti baroni Giovanni e Fabio Colonna, che furono amici del famoso botanico francese Tournefort. La storia del bel paesetto matesino e molisano ha il pezzo più eclatante nel santuario italico, il secondo più grande del Molise dopo quello di Pietrabbondante, in località Civitella. L’area sacra, triangolare, è limitata da una terrazza in opera poligonale, poco visitato dai turisti non di nicchia. La chiesa parrocchiale della Madonna delle Grazie, restaurata nel 1918, ha un bel altare ligneo barocco. La piazza del paesetto è un balcone sul Molise centrale e ha lo scenario montuoso matesino che l’abbraccia al suono dell’acqua e del dolce venticello estivo che d’inverno diviene freddo sui 700 metri di quota. La vicina Oasi di Guardiaregia, gestita dal WWWF dal 1997, fu ampliata successivamente inglobando anche il territorio di Campochiaro grazie al quale ha raggiunto 2187 ettari, risultando così la seconda oasi più grande d’Italia per estensione. A Campochiaro c’è la grotta più profonda d’Europa e tante altre peculiarità carsiche con maestose faggete come quella che costeggia il santuario di Ercole. Tra le più antiche testimonianze di vita d’epoca storica del territorio campochiarese, si evidenziano reperti isolati, rinvenuti dentro e fuori del noto santuario sannitico, di fibule ad arco semplice della prima Età del Ferro, frammenti di bracciali di bronzo di età arcaica, lamina bronzea con una borchia emisferica applicata presso il margine e, vicino, il foro per una seconda, databile tra la metà del VII e la metà del VI sec. a. C. Altri reperti antichissimi sono stati rinvenuti in località Cerro Copponi, dove l’avanzare della cava ha distrutto gran parte di una necropoli preromana con vasellame di bucchero capuano In località San Martino viene ipotizzato un abitato di età ellenica. Il santuario italico che sorge a Civitella, costituisce l’area archeologica d maggiore rilievo nel territorio campochiarese con resti di strutture in opera poligonale. Il magnifico santuario accennato è stato visitato due volte dallo scrivente: una prima volta, più a sud, in compagnia del prof. M. Campanella e una seconda volta, più a nordovest, con A. G. Del Pinto, noto appassionato di archeologia dell’epoca dei Sanniti e, per questo, anche cittadino onorario di Bojano. La prima volta ho visto ed avvertito, in retrospettiva storico-ambientale, una sorta di potenza magica del bosco sovrastante l’ambiente sacrale del santuario con venticello o brezza di monte, la seconda volta lo stato d’abbandono domenicale, con pochi turisti esterni che avrebbero tanto voluto visitare il complesso dal di dentro, ma gli orari canonici pubblici italiani non lo consentono ancora. Come ho già scritto in altra puntata sull’Ambiente campochiarese ”. Come già scritto ribadisco che il colto molisano di Pietrabbondante, Antonino Di Iorio, tra i suoi libri, scrive che Roma celebrò 30 trionfi sui Sanniti, che adoravano 17 divinità, minuziosamente riportate nella Tavola Osca. Quest’estate, con colti Soci del Club eclettico il “Ragno” di Bojano (CB) ho rivisitato il Tempio di Campochiaro dedicato ad Ercole: lo avevo visto, una prima volta (ma dal versante nord, guidato dal cultore di storie patrie bojanesi, Michele Campanella) una trentina d’anni fa. Sia la prima volta che la seconda 2 anni fa (guidato dal dr. A. G. Del Pinto), oltre alla maestosità dei reperti archeologici (li ho dovuti ammirare da lontano, insieme ad altri avventori turisti motivati, poiché era orario di chiusura nonchè festivo domenicale) il Tempio, mi ha sorpreso piacevolmente. Esso è dominato quasi come una corona, con il viso libero dal bosco, rivolto a nord, dalla natura maestosa del bosco di faggi del Matese settentrionale. Sembrava di scorgere tra il Tempio culturale e il Tempio naturale una simbiosi armoniosa. La prima volta che vi andai mi accarezzo il viso un fresco venticello o brezza di monte quasi all’ora dell’imbrunire che mi rimandò, con l’immaginazione, ai Sacerdoti politeisti del Sannio che là celebravano la divinità di Ercole insieme alle altre 16 riconosciute nella civiltà preitalica dei nostrani Sanniti”. Una rivisitazione della civiltà preromana del Sannio è sempre utile. Altre risorse culturali locali sono: bellezze artistiche delle belle piazze, fontane con mascheroni (una fu decantata anche dal poeta saggista Emilio Spensieri, è stata ricostruita dopo il terremoto del 1805, è un porticato rosso in pietra con sei colonne), chiese e reperti religiosi e eccezionali come il tempio di Ercole e la necropoli Longobarda con cavalieri seppelliti insieme ai cavalli. La chiesa di Santa Maria delle Grazie di Campochiaro, forse più interessante delle altre, fu restaurata nel XVII secolo con forme barocche. La facciata è un esempio dell’arte napoletana con il settore principale decorato da pietra, e il lato della sommità ricco di decorazioni e riccioli (al centro in una nicchia la statua della Madonna). Il campanile è una piccola torretta. L’interno è a tre navate. Il territorio di Campochiaro è attraversato dal Tratturo Pescasseroli-Candela, che è lungo 211 km, e largo, in media, 60 metri. Era ancora in uso come direttrice della transumanza orizzontale nei primi anni Cinquanta del secolo scorso e alcuni storici, come il Wisemann, hanno ipotizzato che esso ricalcasse il percorso della poco nota strada consolare romana detta via Minucia passante per Bojano con un tratto messo alla luce recentemente. Il territorio è esteso 35,7 kmq e confina con tre comuni campani del versante sud del comune Matese: Castello del Matese, San Gregorio Matese e Diedimonte Matese. Interessante è stato l’incontro estivo a Campitello Matese con pranzo alla baita Gallinola tra il Cai di Piedimonte Matese- (accampato al rifugio tra Campochiaro e Castello Matese lungo la strada a più elevata del Matese) e quello di Bojano guidato da Nicola Malatesta e coadiuvato anche da Enrico Colalillo, entrambi ex consiglieri comunali bojanesi. Il paesetto di Campochiaro è un tipico borgo medievale con una storica torretta d’epoca Angioina (XIII secolo) si presume appartenente al X secolo. In origine era la torre più alta di una roccaforte medievale, con cinta muraria. Oggi la torre, restaurata, è visitabile, ha pianta longobarda circolare con una finestra oblò. Le cave di Campochiaro utili al cementificio, di proprietà dei tedeschi e dove ha lavorato anche Enrico Mainolfi, sono state “ispezionate” per l’Archeologia dallo studioso, socio del Club Ragno, Goffredo Anacleto Del Pinto che vi ha rinvenuto, quasi fuori del terreno alluvionale, varie tome dei Sanniti Pentri, che mi ha indicato da lontano come anche la deviazione del citato Tratturo lungo la nuova strada asfaltata. A Campochiaro esiste il Consorzio Nucleo Industriale con Campobasso con varie unità produttive, ma in crisi spesso per l’inconcludente partitocrazia regionale e locale, che non prende neanche in esame la mia ipotesi di galleria viaria che valica il Matese e illustrata nel 1994 all’Unione delle Camere di Commercio Industria, Agricoltura e Artigianato del Molise, a Campobasso, ma rimasta inascoltata dai politici attuali, mentre C. Silvaroli, la condivise in pieno quando era Presidente del Nucleo Industriale CB-Campopchiaro e mi diceva spesso tra lo scherzo e la realtà: ”ti farò fare un monumento all’ingresso della galleria”, gli rispondevo confidenzialmente:”mi basta mezzo busto! Una rarità botanica e dei personaggi connessi arricchiscono l’ambiente di Campochiaro: la pianta erbacea “Veronica campiclarensis”, una scrufolariacea che ne porta il nome del paesetto. Campochiaro fa parte del Parco Nazionale Naturale del Matese, che ancora non riesce a far crescere il reddito dei residenti. Purtroppo i prodotti dell’agricoltura non riescono più a far crescere il reddito dei residenti matesini né bastano per vivere come un tempo che le spese erano molto inferiori: senza automobile, senza telefono, senza televisore, senza comprare il pane e la pasta nonché il formaggio e così via. Eppure il Parco Naturale del Matese, reso regionale campano fin dal 1993, esteso al Molise recentemente come parco nazionale, ancora non è foriero della promozione adeguata alla biodiversità, e all’aumento del reddito dei residenti oltre al “carrozzone burocratico” che caratterizza molti parchi naturali nostrani. Si spera che l’influenza dei Sanniti molisani dia nuovo slancio culturale anche facendo tesoro di studiosi del passato come il Naturalista molisano Fabio Colonna (Autore di Phytobasanos), che fece ospitare dal fratello, barone Giovanni Colonna di Campochiaro, il Naturalista francese Tournefort, che scoprì Veronica campiclarensis, una Scrufolariacea. Altra pianta erbacea che mi piace segnalare dell’ambiente campochiarese è l’origano, pianta molto aromatica e, a detta del bojanese, Cesare Romano, è il migliore origano della vasta zona settentrionale del Matese. Questa estate me ne ha donato un po’ il Presidente del Circolo “Ragno” di Bojano che è di Campochiaro, Enrico Mainolfi, l’altro anno me lo donò Nicola Romano, ma era origano di Macchiagodena (IS). Dell’ambiente sociale del paesetto in esame, si ricorda che dall’11 giugno c. a. è Sindaco di Campochiaro la V donna degli ultimi 13 Sindaci, si chiama Simona Valente. Fu eletta come espressione di consenso elettorale di una lista civica denominata ”Tradizione e Futuro”. Si ricorda che le liste civiche sono liste elettorali presentate alle elezioni amministrative, autonome rispetto ai partiti tradizionali, con un programma che mira ad affrontare e risolvere problemi locali. È da precisare che la divisione lista civica/partito politico è una categorizzazione di tipo associativo e la Costituzione Italiana, con l’art. 49, enuncia semplicemente la possibilità di ogni cittadino di «associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Di problemi la neo Prima Cittadina ne ha da risolvere, prima tra tutti l’inversione del calo demografico causato dall’emigrazione, ma anche il richiamo turistico scarso attualmente nonostante l’eccezionale Tempio di epoca Sannita, che gestito dalla Sovrintendenza non pare brilli di attività di promozione turistica popolare e non solo elitaria. A Campochiaro, nel 1600 il famoso Naturalista francese Tournefort, ospite dei locale baroni fratelli, Fabio e Giovanni Colonna, scoprì la pianta erbacea appartenente alle Scrufolariacee e la classificò “Veronica campiclarensis”. Dunque Campochiaro, da campo clarus dove si seppellivano i morti, forse del vicino Santuario di Ercole, si fregia di non poche rarità naturali (pozzo della Neve, altre grotte da primato, fossili paleontologici e archeologici antichi e medievali come i cavalieri longobardi sepolti sui cavalli rinvenuti quasi 30 anni fa durante il mio periodo d’insegnamento a Campobasso) e culturali (Tempio di Ercole, architettura delle fontane con mascheroni cantati da E. Spensieri, chiesette graziose, patrimonio artistico, emigrati di valore, ecc.). Ma riveniamo al locale Tempio di Ercole, eretto dai Sanniti sia prima che dopo la battaglia di Canne, che pare non vide il favore delle divinità romane tra cui anche il nostro Ercole, per cui si eresse ancora più solido il suo tempio esistente già a Campochiaro, almeno dal IV sec. a. c.. Il culto di Ercole a Roma ricalcava il mito greco di Eracle, con alcune aggiunte e specificità. Ercole era venerato il 12 agosto e aveva gli epiteti di Invitto, Vincitore, Custode. Spesso il culto era associato a fonti e specchi d’acqua. A Campochiaro il 12 agosto si dovrebbe ricordare di più Ercole ed il suo tempio poco visitato e spesso chiuso nonché con cartelli stradali fuorvianti il sito stesso. Il mantovano Virgilio nel libro VIII dell’Eneide scrisse di Enea a Pallanteo, dove regna il re Evandro, che sta celebrando un rito in onore di Ercole. Dopo il banchetto seguito alla cerimonia, il re racconta a Enea le origini di quel rito. Ercole, di ritorno dalla Spagna con la mandria dei buoi catturati da Gerione, fa sosta nel Lazio, a quel tempo infestato dal mostruoso Caco, che ruba la mandria di Ercole e la nasconde nel suo antro; l’eroe, irato, lo scopre e lo uccide. Gli abitanti del luogo, grati per essere stati liberati dal flagello, gli dedicano un rito, testimoniato ancora ai tempi di Virgilio dall’Ara massima di Ercole Invitto, situata nel Foro boario, da cui partivano i cortei trionfali. Perché il 12 agosto non si inizi una bella scampagnata al Tempio di Ercole di Campochiaro con pranzo di prodotti locali come Boletus edulis o porcini, Lepiota procera o mazze di tamburro, fragoline di bosco, insalata condita con l’ottimo origano di Campochiaro e per i non vegetariani agnello alla brace con patate o cipolline locali? Non ci vuole affatto il solito fondo erogato da qualcuno, basta ripetere massime locali:”alla montagna chi porta magna”. Ercole fu il primo mortale che riuscì a diventare Dio, nei sarcofagi romani sono frequenti le raffigurazioni delle 12 fatiche, quale simbolo delle prove che deve affrontare il defunto per raggiungere l’immortalità. Invece nel piccolo fiume Lete, situato a Letino sull’alto Matese, bastava bagnarsi per purificare i peccatucci terreni, prima di andare nel Paradiso, dove Virgilio fa incontrare il padre Anchise ad Enea, e Dante vede nel venticello carezzevole, come al Tempio di Campochiaro che ho notato io, il volto della sua amata donna ideale del “dolce stil nuovo”, Beatrice, nel bosco di faggi che circonda il piccolo fiume Lete o fiume dell’oblio. Tale fiume è situato, a mio giudizio interpretativo della descrizione virgiliana e dantesca, nell’alta valle del Lete in territorio di Letino come scritto nei due libri, disponibili presso il Club “Ragno” di Bojano. Il filosofo greco Seneca scrisse le tragedie Hercules furens e Hercules Oetaeus; nella sua satira Apokolokvntosis sulla morte dell’imperatore Claudio, immaginando ironicamente che Ercole avesse avuto il ruolo di portinaio e buttafuori dell’Olimpo. Come i nostri Sanniti nella Tavola degli Dei di Capracotta, detta impropriamente di Agnone, si ispirarono alla divinità di Ercole così alcuni imperatori romani si ispirarono ad Ercole: Commodo che amava combattere nell’arena, vestito come il semidio e Massimiano Erculio, che diceva di essere suo discendente e aveva una guardia del corpo dedicata, gli Herculiani. Numerose sono le leggende che hanno Ercole come protagonista e numerosi sono i suoi figli, protagonisti a loro volta di ulteriori miti. In Romania ricordo di aver visto e sentito raccontare del mito di Idra in lotta con Ercole nella valle dell’affluente del piccolo fiume che riempie il lago di Cincis, che raffredda gli altiforni di Hunedoara, città dell’acciaio, da cui, fornace di Govasdie, partì la lega ferro-carbonio o acciaio per edificare un piede della Torre Eiffel di Parigi. Sembrava di intravvedere, così lontano dalla colta Padova, Ercole combattere strenuamente con i tanti tentacoli dell’idra. Secondo la mitologia greca, la seconda delle 12 fatiche di Ercole fu la lotta vittoriosa di Ercole con l’idra di Lerna, mostro con 9 teste di serpente. L’impresa dell’eroe era letta dai neoplatonici come simbolo della lotta tra un principio superiore ed uno inferiore, secondo l’idea di una continua tensione dell’animo umano, sospeso tra virtù e vizi; l’uomo in pratica era tendenzialmente rivolto verso il bene, ma incapace di conseguire la perfezione e spesso insediato dal pericolo di ricadere verso l’irrazionalità dettata dall’istinto, naturale?; da questa consapevolezza dei propri limiti deriva perciò il dramma esistenziale dell’uomo neoplatonico, consapevole di dover rincorrere per tutta la vita una condizione apparentemente irraggiungibile. Nella cattedrale di Bojano, il colto Arcivescovo di Ancona, nativo di Colle d’Anchise (CB) ha voluto un’applicazione artistica di catechesi con indicati i vizi in discesa e le virtù umane in salita lungo la scaletta che conduce alla cripta con un’altra fonte delle fredde acque del fiume Biferno, che ha origine a Bojano, Tifernus mons dei Romani e Montagna sacra dei Sanniti. Là, in quella valle romena, prima citata e quasi deserta di uomini, l’Idra sembrava ravvivare le limpide acque come Ercole sembrava soffiare dietro il venticello di Campochiaro quella sera d’estate del 1989. Ma vediamo un po’ cos’è la Tavola degli Dei del Sannio. Essa è una tavoletta o lastra bronzea, rinvenuta nel 1848 presso Agnone in località Fonte del Romito, presso il terreno di G. Falconi, vicino il monte Cerro del comune di Capracotta (IS), del III sec. a.C. in lingua osca dei Sanniti. Il contadino Pietro Tisone, durante l’aratura, avrebbe scoperto il reperto, sottoposto all’osservazione dei fratelli Saverio e Domenico Cremonese. Presto la notizia del ritrovamento arrivò alle orecchie del famoso studioso tedesco Theodor Mommsen, che studiò l’importante reperto, come testimonianza nel Sannio della lingua italica. La tavola successivamente entrò nella collezione di Alessandro Castellani, che nel 1873 la vendette agli inglesi del British Museum di Londra, dove ancora è gelosamente custodita e non restituita al nostro amato e identitario Sannio. La Tavola suddetta misura 28×16,5 centimetri, munita di maniglia e fori; è tracciata l’iscrizione in modo netto e profondo sulla superficie del bronzo. Essa è presente su ambedue le facce, 25 righe sulla principale e 23 sulla posteriore. La prima parte del testo descrive un sacro recinto dedicato a Cerere, dea della fertilità, per la quale nel corso dell’anno avvenivano a scadenza ritmica delle festività sacre. Si aggiunge nel testo che ogni due anni una cerimonia speciale aveva luogo presso l’altare del fuoco, che in occasione di Floralia (festività primaverili), nei pressi dello stesso santuario si celebravano sacrifici in onore di quattro divinità. Sul retro si precisa che al recinto sacro appartengono gli altari dedicati alle divinità venerate al suo interno. Vi si afferma inoltre che solo quanti pagano le decime sono ammessi al santuario, e quindi il testo elenca ad inventario le proprietà del santuario, le persone che possono frequentarlo e quelle che lo amministrano. Il santuario principale dei riti del popolo sannita è stato individuato nel tempio italico di Pietrabbondante (IS), che spesso dà più voce a Mommsen (Bovianum Vetus è a Pietrabbondante) e non al prof. canadese E. T. Salmon (Bovianum Vetus è a Bojano) per individuare la vera e non presunta Bovianum Vetus. Il patrimonio naturalistico, ma ancora di più quello culturale ed artistico italiano, è il più ricco del pianeta Terra. E’ tempo di cominciare a utilizzarlo come azienda che produce servizi di alta qualità, non per il personale impiegatizio delle sovrintendenze varie (lo scrive anche Antonino Di Iorio in un recente libro sulla Storia del Sannio) e non consuma solo continui contributi erogati come un grande fiume con migliaia di rivoli defluenti e troppi impiegati improduttivi. Non pochi giovani studenti e disoccupati, capaci e meritevoli, aspettano di entrare nel ciclo produttivo del nostro Grande e Bel Paese. Alcuni, selezionati con il concorso meritocratico, possono da subito fare da guide ai musei, ai templi e ai giacimenti naturalistici e culturali, soprattutto in Mezzogiorno ed in Molise come a Campochiaro, Terravecchia, Isernia, Venafro, Civita di Bojano, Pescolanciano, Roccamanndolfi, nonché a Pietrabbondante, Altilia, Agnone, Larino, Termoli, ecc., dove i turisti sono pochissimi e i non pochi fondi per i musei e i templi archeologici non sono ancora capaci di attrarre i flussi turistici. Il 14 ottobre c.a nell’area industriale di Campochiaro si inaugura la prima Fiera del Matese, promossa da Confesercenti ecc.. Ci si augura che gli imprenditori accolti in questo nucleo industriale non siano i soliti che in Molise e nel Mezzogiorno ci vanno solo per prendersi i finanziamenti come pare stia risuccedendo a Bojano con l’avicoltura industriale! Ma torniamo all’Ambiente naturale e culturale soltanto, tralasciamo quello economico che fa più soffrire. A Campochiaro fu ospite dei noti, locali e nobili baronali fratelli , Fabio e Giovanni Colonna, il più che famoso Naturalista francese Joseph Pitton de Tournefort, valente Botanico nato ad Aix-en-Provence nel 1656 e morto a Parigi nel 1708. Questi avviato alla carriera ecclesiastica, l’abbandonò per darsi agli studî botanici. Viaggiò anche a Campochiaro oltre che in lungo e in largo per l’Europa, e, per incarico di Luigi XIV, in Oriente e in Africa. Ricordiamo tra le sue opere gli Elémens de botanique (3 voll., con 476 tavole, 1694). T. ha creato un sistema di classificazione delle piante basato sui caratteri della corolla. Il padre lo avviò alla carriera ecclesiastica che egli abbandonò alla morte di lui per dedicarsi agli studî botanici, riunendo il grande erbario che è conservato al museo di Parigi. Nel 1679 iniziò gli studî di medicina a Montpellier e nel 1683 ottenne il posto di dimostratore di botanica al Jardin des plantes; nel 1692 fu nominato membro dell’Accademia. Viaggiò la Spagna, l’Inghilterra, l’Olanda e più tardi fu incaricato da Luigi XIV di fare un viaggio d’esplorazione in Levante e in Africa che fu pubblicato postumo (Relation d’un voyage au Levant, voll. 2, Parigi 1717). Le sue opere principali sono: Élénems de botanique, voll. 3 con 476 tavole (Parigi 1694) più un Corollarium con 13 tavv. (Parigi 1703); Histoire des plantes qui naissent aux environs de Paris avec leurs usages dans la médecine (Parigi 1698; 2a ed., in 2 volumi, Parigi 1725). Il Tournefort ha creato una classificazione botanica, la quale, per quanto artificiale perché basata esclusivamente sulla forma della corolla, ha reso notevoli servigi alla scienza. Linneo gli dedicò un genere di Borraginacee (Tournefortia). Nel 1600 iniziava la rivoluzione industriale con un più rapido sviluppo delle conoscenze anche naturalistiche che comportava, di conseguenza, la necessità di dare un nome ed ordinare ciò che era noto. Come diceva Linneo, «Se non conosci il nome, muore anche la conoscenza delle cose». I tentativi tra il 1500 e il secolo successivo che precedette quello dei lumi, il 1700, le classificazione di piante e animali, trovano successivamente una base scientifica nelle opere critiche dello stesso periodo che aprono la strada alle classificazioni moderne, come è dimostrato dagli importanti testi del Tournefort. Nel 1694 l’Accademia abbandona il costoso progetto dell’Histoire naturelle; Tournefort ripiega su un’opera più breve, destinata ai suoi studenti: Elemens de botanique ou méthode pour connaitre les plantes; proprio come l’ammirato Discours de la méthode di Cartesio, è scritto in francese, con una scelta rivoluzionaria che allarga il pubblico anche ai semplici appassionati. Corredata da 451 ottime tavole disegnate da Claude Aubriet e caratterizzata da uno stile limpido, veramente cartesiano, l’opera ottiene un enorme successo, che spinge Tournefort a tradurlo egli stesso in latino per metterlo disposizione degli studiosi europei; con il titolo Institutiones rei herbariae l’edizione latina esce a partire dal 1700. In queste opere Tournefort espone il suo sistema di classificazione delle piante, il più diffuso prima di quello di Linneo. Proprio come quest’ultimo, si tratta di un sistema artificiale, che non pretende di ricostruire l’ordine naturale del mondo vegetale (cui mirava il contemporaneo John Ray, che del sistema di Tournefort fu uno dei maggiori critici) ma di offrire un metodo “chiaro e distinto” per riconoscere e classificare le piante. Assumendo come criterio di classificazione principalmente la struttura della corolla e del frutto, il botanico provenzale descrive più di 10000 piante, raggruppandole in 22 “classi” e in 698 generi. Proprio la precisa definizione di genere (un concetto non nuovo, ma fino ad allora mai utilizzato in modo così chiaro e sistematico) è il maggiore merito di un sistema che, comunque, per la sua chiarezza e semplicità ottenne grande successo, imponendosi anche in altri paesi. Nello stesso 1694, Tournefort che ormai è il vero direttore scientifico del Jardin des plantes (Fagon, ormai divenuto primo medico del re e intendente, gli lascia mano libera), fa ripiantare le parcelle didattiche dell’orto in base al proprio sistema (che continuerà ad essere usato al Jardin des plantes fino al 1773, ovvero ancora vent’anni dopo l’uscita di Species plantarum di Linneo). Ormai il destino dell’irrequieto botanico viaggiatore sembrerebbe quello di un tranquillo accademico: ma nel 1700, su proposta di Pontchartrain, riceve l’ordine del re di partire per il Levante. Ha 44 anni, una solida posizione accademica, ma come potrebbe rifiutare un ordine del re, tanto più che risponde ai suoi più profondi desideri? E così si rimette in viaggio. Ma questa è una storia così bella che merita un post tutto per sé. Dopo 2 anni avventurosi, Tournefort è di nuovo a casa, con un immenso bottino. Pubblica un supplemento agli Elements aggiungendo le specie raccolte in Levante (una conferma del suo sistema, perché le nuove specie vanno tutte a inserirsi nei generi già determinati). Nel 1706 ottiene la cattedra di medicina e botanica al Collège royal; intanto attende alla revisione del resoconto del viaggio in Levante (uno dei libri di viaggio più belli e tuttora appassionanti del secolo). Ma dopo tanti viaggi, tante avventure, il destino lo attende a pochi passi dal Jardin des plantes: mentre vi si reca, viene urtato violentemente da un carretto che lo schiaccia contro un muro; perde moltissimo sangue e, dopo qualche mese di sofferenza, si spegne a 52 anni. Una sintesi della sua vita nella sezione biografie. Per il Matese e il Molise si ricorda il Naturalista, Beniamino Caso, di San Gregorio Matese e con mamma di Baranello, primo Vicepresidente del Cai a Torino e autore di una nuova classificazione botanica sulla flora segusina di G. Francesco Re riprodotta nel metodo naturale di De Candolle. Torino, A. Baglione, 1881 (64829, Commento alla Flora Segusina di G. Francesco Re. Torino, A. Baglione, 1881 (3441 A) e Una salita invernale al Monte Miletto. Piedimonte d’Alife, S. Bastone, 1882 (1989 B). Meno montanaro e più molisano si ricorda Giuseppe Volpe, di Vichiaturo morto a Sepino, che insegnò Storia naturale al liceo Sannitico di Campobasso e scrisse “Memoria sulla nascita del Matese”. Fu anche deputato al Parlamento Italiano di fine 1800, come l’altro matesino, B. Caso. In precedenza, nel 1700, il Medico e Geologo Nicola Pilla aveva scritto sulle rocce della cima di monte Miletto. A Campochiaro uno dei due baroni Colonna si era interessato di fossili e di botanica ed era ammirato da Tournefort perciò questi dalla Francia andò in visita a Campochiaro, dove esaminò le piante autoctone e scopri la Veronica campiclarensis, che dedicò al paesetto matesino e molisano. Nel secolo dei lumi, il XVIII, comparirà un altro grande tra i Naturalisti, lo svedese Carlo Linneo (1707-1778), il quale darà il via alla moderna tassonomia (o classificazione binomiale con l’uomo della specie Homo sapiens (per la prima volta l’uomo viene messo in un libro di zoologia sia pure all’apice di una scala nonostante Linneo era un fissista o creazionista: ”tante sono le specie quante il divino ente ne ha create”), con l’elaborazione di un sistema della natura organicamente strutturato in categorie tassonomiche coerenti. Sulla scia dei naturalisti francesi sostanzialmente contrari alla teoria linneana, troviamo anche pubblicazioni, come ad esempio Storia naturale delle scimmie di Huges (1815), che da un lato avanzano coraggiose ipotesi di continuità tra la scimmia e l’uomo ma dall’altro si attardano su modelli scientifici ormai superati. In ogni caso, tanta riflessione teorica accompagna il progressivo ampliarsi degli orizzonti geografici conosciuti e, anzi, è stimolata dal moltiplicarsi di nuovi reperti naturalistici da studiare e classificare, un fenomeno che diventa quasi una moda nel corso dell’Ottocento. Gli scienziati partecipano a viaggi ed esplorazioni di cui riferiscono più o meno minuziosamente l’esperienza e i risultati scientifici in opere di grande respiro, in cui rappresentano le specie botaniche e zoologiche individuate; esemplare il lavoro Historie naturelle des Iles Canaries di Webb (1836-1850). Queste opere non intendono più rappresentare l’universo naturale nelle sue varie espressioni ma acquistano una dimensione sempre più specialistica e critica. Parallelamente, anche a livello locale, si accende un’attenzione specifica per lo studio di particolari aree del territorio, si censiscono le specie che le abitano e si assiste alla pubblicazione di dettagliati repertori ed iconografie che le descrivono, come l’iconografia dell’avifauna italica di Giglioli (1879-1906). In questo contesto culturale si inserisce anche l’opera di Tournefort, il più importante botanico francese del Seicento! Seminarista scavezzacollo che scala muri per “rubare” piante; viaggiatore intrepido che sfida gli elementi, i briganti, fatiche di ogni genere, percorrendo le strade della Francia, della penisola iberica e le rotte del Levante; a soli 27 anni, professore carismatico di botanica al Jardin des plantes, forse il primo botanico professionista della storia; teorico e creatore del più diffuso sistema tassonomico prelinneano; autore rinomato per la chiarezza delle sue descrizioni, che impose definitivamente il concetto di genere; vittima di un incidente tragico che anticipa la sorte di Pierre Curie. E, ovviamente, dedicatario del linneano genere Tournefortiano. Basta osservare i ritratti di Joseph Pitton de Tournefort per capire che ci troviamo di fronte a uno spirito anticonformista. In un’epoca in cui Luigi XIV aveva imposto a cortigiani e funzionari pompose parrucche e abolito barba e baffi, ostenta corti capelli ricciuti, baffi e una barba che, in alcune versioni che lo ritraggono al ritorno del viaggio in Levante, si allunga a ventaglio fino a metà petto. Non aveva paura di sfidare le convenzioni, come non aveva esitato a affrontare la verga paterna, i banditi dei Pirenei o i disagi di un viaggio dal porto di Marsiglia alle pendici dell’Ararat.  Come cadetto di una famiglia della nobiltà di toga di scarse fortune, il padre lo aveva destina al sacerdozio. Alle lezioni di latino e teologia impartite nel seminario dei gesuiti di Aix, sua città natale,  Joseph preferisce di gran lunga la botanica, cui è stato iniziato dal farmacista Jacques Daumas. Nel 1676, la morte del padre lo libera da una carriera ecclesiastica senza vocazione. Ma prima di iniziare studi seri, per festeggiare la liberazione, parte con Garidel per la prima delle sue lunghe scorribande botaniche. Sul loro cammino incontrano un altro appassionato, il frate minimo Charles Plumier, che diverrà ben presto il loro mentore e li accompagnerà nelle montagne del Delfinato e in Savoia. Nel 1679 Pitton va a studiare medicina, anatomia e botanica a Montpellier, dove rimane due anni e si lega con Oierre Magnol. Ma allo studio libresco preferisce l’esplorazione sul campo: percorre la Linguadoca, poi i Pirenei e la Spagna, che visiterà a più riprese tra il 1681 e il 1689. Nel corso di questi viaggi, compiuti ora da solo, ora con altri studiosi spagnoli e francesi, affronta disagi e pericoli di ogni tipo: rimane sepolto dal crollo del tetto di una baita, prima di essere tratto in salvo dai paesani; più volte, incontra i banditi che infestano la regione. Per non farsi derubare, nasconde il poco denaro che porta con sé in una pagnotta di pane nero, rustico e ben poco appetibile (in seguito dirà che il cibo pessimo era stato una prova peggiore dei briganti di strada). Ma intanto la sua fama di botanico ha raggiunto Parigi, e Guy Fagon, all’epoca medico della regina, lo chiama nella capitale ad assumere la cattedra di botanica al Jardin des Plantes. E’ un insegnante carismatico, che richiama allievi non solo dalla Francia, ma dall’intera Europa; tra di essi, i britannici Hans Sloane e William Sherard. Non per questo cessa di viaggiare: nei mesi estivi torna in Spagna, va in Portogallo, poi in Olanda (qui gli viene offerta una cattedra alla prestigiosa università di Leida, che rifiuta) e in Inghilterra. Viaggia per studio, ma anche per incarico del re, che, impressionato dalla sua sapienza botanica, gli chiede di raccogliere esemplari per arricchire il Jardin des plantes. Intanto Tournefort progetta la stesura di una Histoire naturelles des plantes, catalogo monumentale di tutte le specie conosciute. Per incoraggiarlo in questo intento, il cancelliere Pontchartrain e suo nipote, l’abate Bignon, ne favoriscono la nomina all’Accademia delle scienze (1690); è la prima volta che questo onore tocca a un botanico, per altro privo della prescritta laurea in medicina. Per evitare di creare un precedente, Tournefort ritorna sui banchi e in due anni consegue la laurea. Nel 1700, in Institutiones rei herbariae, Tournefort aveva reso omaggio all’amico e maestro Plumier dedicandogli il genere Plumeria. Nel 1703, il frate ricambiò il favore, battezzando Pittoniauno dei nuovi generi scoperti nei suoi viaggi nelle Antille. La dedica fu accolta da Linneo in Species plantarum (1753) che tuttavia mutò il nome in Tournefortia. Tournefort dunque nel XVII sec. fu ospite dei fratelli Giovanni – Barone di Campochiaro – e Fabio Colonna, studioso anche di Botanica. A Campochiaro Tournefort omaggiò il nobile amico Giovanni Colonna, dedicando al paesetto una piccola pianta erbacea, la Veronica campiclarensis. Campochiaro meriterebbe un giardino botanico per ricordare le sue peculiarità naturalistiche e i suoi residenti più illustri come i Clonna e i loro ospiti come il Tournofert. Questione di tempi e di uomini. L’idea del Giardino solo da qualche decennio ha trovato una giusta collocazione assemblata nelle attività di ricerca dell’università del Molise, e nel novero delle sperimentazioni e della valorizzazione della biodiversità costituisce un punto di merito per chi ha saputo rimettere in attività l’originaria (ma per decenni dimenticata) iniziativa di Ciampitti, e di interesse scientifico, soprattutto nell’Appennino Centromeridionale”. In molte parti del mondo esistono appassionati di flora e non pochi sono le associazioni e le Accademie officinali come quella Veneta con sede a Padova. All’Università di Napoli, in via Foria, c’era e suppongo ci sia ancora l’Orto Botanico, dove feci gli esami di Botanica e di Ecologia a fine anni Sessanta. Nella mia città adottiva, Padova, c’è l’Orto Botanico universitario più antico del mondo, ricco di biodiversità vegetale. Ma il Giardino di flora appenninica e piante officinali di Capracotta non è secondario a nessuno per valore scientifico e merita di dare il là alla primavera capracottese, come quello campochiarese darà il là all’estate?