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Il Sud (Messina e Napoli) chiama il Nord (Padova) per le Fondazioni di Comunità.

(Giuseppe Pace). PADOVA. Padova negli anni Ottanta è stata, ma lo è ancora, la capitale italiana del terzo settore, del volontariato sociale. Lo ha ribadito, con entusiasmo, Fabio Salviato, in qualità di Direttore Generale di Sefea, nell’introdurre e moderare il Convegno patavino del 22 c. m. dal titolo: “Cos’è la Fondazione di Comunità”. Tale interessante incontro pubblico si è svolto, dalle 17 alle 19 del 22 c. m., nella storica Sala Carmeli. Tale sala è coronata da affreschi e scaffali ricchi di libri classicheggianti, fondata dai francescani, ed anche adibita ad Aula Magna del patavino Liceo delle Scienze umane “Amedeo di Savoia”, con ingresso da via G. Galilei, dove lo scienziato visse 20 anni in una casa a 100 metri distante dalla postuma Sala Carmeli ed anche dalla precedente Basilica di Sant’Antonio. Al suddetto Convegno ero stato invitato da Franca Longo, attiva ed entusiasta di politiche dello Stato sociale in Italia nonché presidente di Associazioni patavine di genere femminile, in compagnia di un’altra invitata, Giusi di Gioia, Presidente dell’Associazione ”Anziani a casa propria, dall’utopia alla realtà”, che da anni si batte per l’affido familiare degli anziani fragili non autosufficienti e dell’adulto in difficoltà, facendo riferimento anche alla legge sull’affido anziani della Regione Veneto n. 3/2015. I relatori del Convegno, in ordine d’intervento, sono stati: Carlo Borgomeo, Presidente di Fondazione di Comunità con il Sud; Gaetano Giunta, Presidente della Fondazione di Comunità di Messina; Silvana Bortolami, Consigliere Generale della Fondazione Cariparo e Marta Nalin, Assessore per il Comune di Padova con delega al sociale, integrazione e inclusione sociale, partecipazione, politiche di genere e pari opportunità. Sono mancati al Convegno, sia pure invitati, il Sindaco Sergio Giordani anche se c’era l’Assessore suddetta, e Fernando Zilio, Presidente della Camera di Commercio di Padova. Nell’introdurre F. Salviato ha precisato che a Padova vi operano diverse realtà nel sociale come il CUAM, la Banca Etica, Fondazione Zancan (tanto cara a Don Alfonso De Balsi di Sant’Angelo d’Alife, ex ministro di culto a Letino, San Potito S. e Piedimonte M. nonchè Presidente della Caritas della Diocesi d’Alife-Caiazzo), Ass. Civita con Luigi Piva, sottosegretario al Lavoro, Cariparo, Fiera, ecc.. C. Borgomeo ha illustrato, in modo ampio, la Fondazione di Comunità sorta in quartiere Sanità, dove è nato Totò a Napoli, che conta 35 mila residenti. Ha precisato che uno dei riusciti obiettivi è stato quello di portare un milione di turisti a visitare la Napoli sotterranea. Dunque alla Sanità si è rafforzata l’identità comunitaria, che è uno dei compiti della Fondazione di Comunità, basata sul dono e non sul profitto, che in un quartiere Sanità, così difficile e problematico socialmente, ha raggiunto appieno l’obiettivo. Gli è seguito l’altro relatore meridionale G. Giunta, che ha brillantemente parlato, più degli altri relatori convenuti, illustrando sia le opere di bene che la sua Associazione di Comunità ha realizzato (case ecologiche e autosufficienti energeticamente per circa 200 terremotati remoti, malati di mente artefici di guarigione tra i sani, precisando che in Europa sono 30 milioni tali malati, ecc..) che l’epoca in cui viviamo caratterizzata da disarmonie sociali e irreversibilità di fenomeni negativi del capitalismo basato sulla produzione consumo. Ha anche elogiato le azioni concrete delle Fondazioni di Comunità che sono rispettose dei principi costituzionali disattesi spesso come la libertà, la giustizia, ecc. Ha auspicato che anche a Padova si possano realizzare progetti che dal locale protendono al generale e planetario come è successo a Messina, dove le mafie non possono più controllare l’assegnazione delle case popolari ai terremotati in baraccopoli esistenti dal terremoto d’inizio secolo scorso. Quei terremotati, oggi, sono proprietari di case ben fatte e autosufficienti per l’energia con il principio di mutuo aiuto tra condomini. La sua Fondazione ha un bilancio di diverse decine di milioni di euro, partendo da poco, ma affermando e donando il principio del bene comune. S. Bortolami per la Cariparo ha detto che ci sta interrogando se anche nel Nord più ricco si possano realizzare progetti tipici delle Fondazioni di Comunità analoghi a quello di Messina illustrato con entusiasmo dal relatore precedente, proponendo anche la lettura agli interessati del saggio, sfogliato sul tavolo dei relatori, dopo, dal titolo “Sviluppo, coesione e libertà. Il caso del distretto sociale di Messina” a cura della Fondazione di Comunità di Messina. Ha concluso il Convegno la più giovane e Assessore comunale locale M. Nalin. L’assessore si è scusata per l’impreparazione sul tema del Convegno, ma ha imparato molto ascoltando i relatori ed ha promesso che studierà e valuterà se anche a Padova sia possibile applicare un progetto, da esaminare bene, per una Fondazione di Comunità insieme con Cariparo ed altri. Non è seguito il dibattito dei presenti, soprattutto di genere femminile, che si sono limitati ad applaudire e salutare ad uno ad uno i relatori, soprattutto G. Giunta poiché c. Borgomeo era andato via poco dopo la sua relazione. Con Franca Longo ho parlato delle difficoltà ad aggregare persone a Padova, che secondo la veterana di esperienze associative locali, è più facile una nutrita presenza dei padovani se li inviti a bere del prosecco! Ciò che mi ha non sorpreso molto, è la grande capacità dei relatori meridionali nel relazionare su temi e problemi complessi facendoli quasi intravvedere come risolti in un territorio -napoletano e messinese- certamente molto meno ricco di quello padovano e con non pochi problemi sociali, forse di qua meno presenti in tutta la loro drammaticità come la disoccupazione giovanile. Mi ha piacevolmente interessato la relazione di Gaetano Giunta perché, a suo dire, a Messina prima di realizzare il progetto del bene comune, hanno coinvolto prestigiose università non locali con il principio che dal locale si va al generale, planetario. Il suo approccio alle storture del capitalismo e dello Stato assistenziale e non sociale era stimolante culturalmente e da approfondire. Dopo il Convegno e prima di stilare questo articolo ho letto il sito web della cariplo che così precisa:”promuovere la flantropia sul territorio. Fondazione Cariplo vuole favorire lo sviluppo sul territorio di fondazioni autonome, in grado di promuovere la filantropia, la cultura del dono e lo sviluppo della società civile. Per questo ha dato vita, nel 1998, al progetto delle Fondazioni di Comunità, presenti nei capoluoghi di provincia della Lombardia, a Novara e a Verbania. Le Fondazioni di Comunità si ispirano al modello delle Community Foundations, un innovativo e sofisticato modello di filantropia inaugurato negli Stati Uniti nel 1914 e poi rapidamente esportato nel resto del mondo, con una particolare concentrazione in Europa. Dal 1998 ad oggi sono sorte in Italia ben 26 Fondazioni di Comunità, di cui 15 costituite direttamente da Fondazione Cariplo. Fondazione Cariplo ha il merito di aver importato in Italia un modello di successo, adattandolo alle esigenze delle comunità locali: le Fondazioni di Comunità rappresentano oggi un riferimento per chi voglia intraprendere un’esperienza simile. Non a caso, la stampa specialistica internazionale ha dedicato ampio spazio al progetto, al centro di numerosi convegni e incontri negli Stati Uniti, in Brasile e in molti Paesi europei. Per garantire loro un’adeguata dotazione patrimoniale, la Fondazione Cariplo ha contribuito allo start up con un’erogazione “sfida”, impegnandosi a erogare a ciascuna fondazione un contributo straordinario fino a 10 milioni di euro, a condizione che vengano raccolte donazioni destinate ad incrementarne il fondo di dotazione, quale prova concreta del radicamento nel territorio e del consenso suscitato”. Poi ho letto il sito che illustra il saggio di B. Casadei:” Le Fondazioni di comunità. Strumenti e strategie per un nuovo welfare”. Di esso scrivono:” Nella prima parte Casadei illustra la diffusione delle fondazioni di comunità nel mondo e ne descrive l’introduzione in Italia attraverso la spiegazione delle principali caratteristiche del progetto che lui stesso ebbe modo di gestire per conto di Fondazione Cariplo. Nate nel 1914 a Cleveland in Ohio, le fondazioni di comunità per come le conosciamo oggi sono rimaste per lungo tempo confinate nell’America del Nord. A partire dalla seconda metà degli anni ‘90 esse hanno iniziato a crescere in maniera esponenziale, diffondendosi in tutti i continenti e dimostrando di essere in grado di adattarsi ai diversi contesti culturali, divenendo il fenomeno in più rapida crescita della filantropia istituzionale. A fine 2009 – racconta Casadei – esistevano nel mondo 1.680 fondazioni di comunità, di cui circa la metà costituita dopo l’anno 2000, con uno sviluppo particolarmente rilevante in Europa. In Italia le fondazioni di comunità sono state come è noto introdotte in Lombardia grazie ad un progetto promosso da Fondazione Cariplo del 1997 sul modello dei community trustee di stampo anglosassone. Oggi se ne contano una trentina, quasi tutte concentrate nell’Italia del nord, anche se, per volontà della Fondazione per il Sud che ha voluto promuoverne lo sviluppo anche nel Mezzogiorno, ne sono sorte un paio in Campania e diversi comitati promotori si stanno organizzando nel sud del nostro Paese”. Interessante, è la rubrica di M. Martinoni, che scrive “la riflessione sulla natura primaria delle fondazioni di comunità, nate per essere al servizio dei donatori: esse infatti non raccolgono soldi per sé, ma si pongono come veri e propri intermediari fra i donatori e gli enti non profit. Per questo motivo le fondazioni di comunità sono oggi una delle più efficaci infrastrutture sociali esistenti, in grado di aiutare i donatori a individuare le modalità più efficaci per perseguire i propri fini filantropici e allo stesso tempo sostenere gli enti non profit con le risorse a loro disposizione”. Di B.Casadei, sono i lavori: Un nuovo intermediario della solidarietà: le fondazioni delle comunità locali, in «Studi Zancan», 2000; Fondazioni di origine bancaria e società civile. Un progetto sulle fondazioni delle comunità locali, in «Queste Istituzioni», 199927; Le community foundations: una scelta strategica per le fondazioni delle casse di risparmio, in AA. VV., Fondazioni e organizzazioni non profit in USA. Percorsi possibili per la realtà italiana, Rimini, Maggioli, 1997. Dunque c’è molto di letteratura sulle Fondazioni di Comunità, che vengono sviscerate anche in corsi di sociologia alle università italiane anche se spesso con i paraocchi dei proff. ideologizzati a sinistra o a destra che li porta ad essere statalisti ad oltranza. Da meridionale d’origine, che vive a Padova da oltre 4 decenni e che rivede spesso il Sud anche con “occhi nuovi” e meno ingenui della magica infanzia e spensierata giovinezza meridionale, pensavo a margine del Convegno interessante suddetto, perché anche nel natio Sannio non si fanno Fondazioni di Comunità? Ad esempio sul tema del turismo che alimenta l’economia costiera e non nell’interno del Molise. Ad Altilia-Sepino(CB), a Pietrabbondante (IS), a Campochiaro (CB), a Venafro (IS), ad Agnone (IS), ecc. i turisti sono pochi eppure fuori del cancello d’ingresso ho letto d’estate c.a. su di un cartellone ben evidente “MP Mirabitalia s.r.l. Progetto Mirabitalia, piano di comunicazione nazionale del patrimonio culturale (ai sensi della legge 468/97)”. Con altri turisti, alcuni del Sodalizio socioculturale bojanese “Ragno”, si deduceva che i soldi investiti sul richiamo dei turisti in Molise ad esempio non sono pochi come, invece, lo sono i pochissimi turisti, a Campochiaro soprattutto, dov’era il cartello ”pubblicitario”? Ma cos’è questa s.r.l. MP Mirabitalia ben pubblicizzata fuori del tempio italico, poco noto e pochissimo visitato nonostante il valore turistico prestigioso? Chissà cosa si potrebbe celare dietro una s.r.l. che forse ha il compito di incentivare il turismo, sicuramente non in modo gratuito. Anche a Campitello Matese il turismo non riesce a decollare con le non poche strutture alberghiere esistenti meriterebbero. Questa estate ho assistito ad alcune manifestazioni del nuovo Festival della Montagna 2017, a Campitello Matese, ma i turisti erano sempre pochi e molti della vallata dell’alto Biferno sottostante. Eppure si leggeva un altro dei ricorrenti finanziamenti pubblici come quello di 2.381.190 euro per Riqualificazione del contesto urbano a fini turistici del comprensorio di Campitello, appalto n.412 del 4 aprile 2013. A Campitello Matese hanno dovuto chiudere ance l’edicola per mancanza di lettori che comprano riviste e quotidiani. Eppure, in agosto c.a. a Campitello, dopo la conferenza dedicata ai lupi, il plauso del Vicesindaco prima e del Sindaco dopo alle riuscite manifestazioni del citato Festival della Montagna del Matese, con il neocoordinatore presente, le brave cuoche di San Massimo (CB) ci hanno fatto mangiare delle buone ricette locali con prodotti matesini prelibati e a prezzi contenuti. Dal Club il “Ragno” di Bojano è possibile verificare, sia pure in modo discreto, il tenore di vita economica dei molti associati. Tali associati sono in prevalenza della Provincia di Campobasso, dove il capoluogo è in coda nel chiudere la italiana classifica delle analoghe città per reddito stimato dal gettito dell’Irpef. Fra i capoluoghi di regione primeggia Milano, dove i maxi-contribuenti sono 30.316 su oltre 971mila, ovvero circa il 3,1%. Significa che in città un contribuente su 33 guadagna oltre 10mila euro, lordi, al mese. Al secondo posto c’è Roma con l’1,7% dei contribuenti ricchi; a seguire Bologna, Firenze e Torino. Agli ultimi posti Campobasso (0,5%), Catanzaro (0,6%) e Potenza (0,6%). Campobasso, invece, si piazza quasi agli ultimi posti. Lo rileva una classifica redatta da Uhy Italy, un network di società che operano nel campo della consulenza fiscale, della revisione e della consulenza sul lavoro. Ma perché il nostro Mezzogiorno resta molto più povero del nostro Settentrione? L’Italia ha bisogno di trasparenza, anche nell’industria attiva e positiva del turismo. Invece non poco dell’organizzazione del turismo nostrano ha molta, troppa burocratica, spesso con un’efficienza funzionale espressione di solo potere amministrativo. Gli orari museali sembrano fatti per gli impiegati e non per i turisti, che soprattutto fuori di quegli orari vorrebbero visitarli. Le pubblicazioni di Archeologia prodotte dai siti molisani ad esempio sono costate non poco ai fondi stanziati per attirare i turisti e i molisani stessi non conoscono tutti i reperti accantonati dalla Sovrintendenza qua e là nei depositi. A rilevarlo è anche un grande studioso del Molise, Antonino Di Iorio, che ribadisce, in un suo recente saggio dedicato alla storia del Sannio, che i reperti archeologici sono e devono essere considerati proprietà di tutti e non solo degli impiegati. A Caserta, il Direttore milanese della Reggia borbonica ha “scandalizzato” molti meridionali quando fu osteggiato anche dai locali Sindacati, eppure aveva solo invitato i dipendenti ad essere più efficienti. Sono scesi a difesa del Direttore le massime Autorità nazionali sindacali e istituzionali. L’Italia si sa è il Paese più attrattivo turisticamente del mondo, ma la nostra burocrazia, che si nasconde bene generando o alimentando anche tangentopoli e parentopoli, lo rendono povero, purtroppo e senza speranze di occupazione giovanile. Le nostre scuole e perfino le Università non sono tra le prime nella graduatoria internazionale per la qualità, i nostri docenti non sempre conoscono bene il ruolo chiamato a svolgere di informatori-formatori e aggiornatori culturali. Il Presidente della Fondazione di Comunità di Messina, Gaetano Giunta, ad esempio per predisporre il progetto di fare del bene sociale a Messina, ben illustrato a Padova, ha chiamato a Messina Università straniere, pare non nostrane meridionali. Perché? Forse, conoscendo bene l’ambiente nostrano meridionale, si è fidato ed affidato di più a professori di altre università più lontane e meno burocratizzate delle nostre. Nella società italiana, lo dicono i nostro giovani che emigrano in massa per lavoro a Londra ed altrove, manca la meritocrazia, là, all’estero, invece, viene toccata quasi con mano. L’ascensore sociale attivo negli anni del boom economico si è bloccato nonostante la ripresa economica tanto sbandierata dalla Governance attuale, che tace sul fatto che centinaia di migliaia del milione di nuovi assunti, sono precari della scuola da 3 ed oltre anni, immessi in ruolo da poco tempo. La suola italiana comunque avrebbe bisogno di essere messa in grado di svolgere un servizio più efficiente e meglio rispondente alle aspettative dei genitori, non del passato dell’Italia analfabeta, ma di quella attuale, del 2017 d. C.. In Italia esiste oltre il 65% del patrimonio culturale mondiale. Tale patrimonio con tanti giacimenti culturali disseminati dappertutto sul territorio italiano. I nostri musei spesso hanno orari che rispondono più a logiche impiegatizie dei dipendenti che alla necessaria risposta ad un sevizio turistico efficiente e di qualità. Anche le nostre Università hanno un orario di servizio più per impiegati che per l’offerta reale d’istruzione non provinciale e con scarsa presenza di professori e studenti stranieri, che preferiscono andare altrove a studiare. I nostri emigrati e studenti all’estero brillano per la meritocrazia, da noi sono, invece, resi opachi dalla burocrazia ottusa che, purtroppo, abbonda nel sistema pubblico italiano, che necessità, invece, di essere ammodernato, sprovincializzato e verificato periodicamente dal cittadino-utente del servizio reso, non più come suddito di sua maestà la burocrazia. Ma ritornando alle Fondazioni di Comunità mi viene di pensare alla localizzazione che integra e migliora la globalizzazione. Le prime Fondazioni di Comunità furono create negli Stati Uniti fin dal 1914; e lì oggi ce ne sono più di 700, con un patrimonio complessivo di 48 miliardi di dollari ed erogazioni annuali che superano i 4 miliardi e mezzo. Segue il Canada, con 171 fondazioni di comunità, che hanno un patrimonio di circa 2,8 miliardi di dollari e 137 milioni di erogazioni annue. Mentre nel Vecchio Continente fino al 2008 ha brillato il Regno Unito, superato in questi ultimi anni dal nostro Paese. Sempre più, dunque, stanno diventando uno strumento privilegiato nel quadro della filantropia mondiale, arrivando nel 2009 al numero di 1.680 nei cinque continenti: quasi il doppio di quelle che c’erano nel 2000! Ma che cosa sono le fondazioni di comunità? Forse la locuzione che meglio le definisce è quella di “intermediari della solidarietà”: strumenti per promuovere la filantropia locale, che nati spesso, ma non necessariamente, con l’aiuto di un soggetto terzo – in Italia soprattutto le Fondazioni di origine bancaria, ma anche la Fondazione con il Sud – crescono sulla spinta del contributo di fondi, privati e pubblici, raccolti sui territori a cui le attività della fondazione stessa sono destinate. Nel corso del 2010 il patrimonio delle 15 fondazioni fatte nascere dalla Fondazione Cariplo ha superato la soglia dei 215 milioni di euro, registrando un incremento sul valore dell’anno precedente di circa 14 milioni, pari a un tasso di crescita intorno al 7%. Ad un primo sguardo d’insieme della letteratura nonchè statistiche esistenti, il Convegno patavino suddetto appare non foriero di novità, ma a me da meridionale lo è apparso e ci sia augura che ad uno Stato spesso assente nel Mezzogiorno (oppure presente con la ottusa burocrazia impersonale, non trasparente, foriera spesso del fiorire di varie mafie territoriali nonchè tangentopoli e parentopoli) lo coaudiovi il sistema delle Fondazioni di Comunità, che appaiono più espressioni popolari e meno burocratiche. Il Sud chiama Nord per ricercare nuove forme di aiuto ai bisognosi che crescono a dismisura nell’Italia attuale (anche con finti poveri) nonostante i dati statistici della crescita, sbandierati ad ogni convention di partito di Governo, che non sembra sappia affrontare di petto la Questione Settentrionale, scambiandola per ribellismo fiscale romano, nè quella Meridionale scambiandola per atavico piagnisteo.