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Matese. La religiosità della montagna sacra dei Sanniti

(di Giuseppe Pace) Alife-Bojano- Caiazzo-Letino-Telese-Venafro. La religiosità intorno e sopra al Matese, la montagna sacra dei Sanniti. Sulla rivista della CCIAA, Campobasso, “Molise Economico” n. 2/1984, pubblicai un lungo
articolo ”Il Matese nei suoi elementi di storia naturale e umana”. Lo lesse, condividendolo, uno
scrittore di Caiazzo, mentre mi espresse un celato disappunto un dir. di Museo universitario di
Paleontologia, che, non conosceva la storia sociale del Sannio e matesina, ma solo la “sua”(era stata
essenziale per la sua carriera universitaria) alga cloroficea del Cretacico, che ricercammo insieme
ad ovest del Lago Matese. Egli pensava, come molti, purtroppo, che la storia umana o sociale fosse
di altri specialisti. Invece, a mio parere, non era e non è così perché tra le scienze naturali ed umane
non dovrebbe esistere una netta separazione, ma un umanesimo scientifico con ponti e non solo

muri, almeno in Italia. Ne ho avuto la confortante conferma quando ho ascoltato Federico Faggin,
all’Università di Padova e letto l’ultimo suo recente libro “Silicio”. Faggin, laureato in fisica a
Padova nel 1965, ha inventato il microprocessore e ha fatto una brillante carriera tecnologica negli
USA dove si è formato meglio fino a dire che i giovani studenti universitari, se svegli, in Italia
danno fastidio mentre vengono promossi negli USA. Egli, come tanti fisici e chimici, sta
riesaminando il Bosone di Higgs o “Particella di Dio”, ma ancora di più sta tentando, con il rigore
scientifico, di esaminare la religiosità dell’uomo, insieme alla moglie, attraverso la
“Consapevolezza”. Tale termine fu utilizzato dagli esperti della NASA e da altri studiosi come
nuova era geologica (era della Consapevolezza, proposta dal 1969) dopo l’allunaggio di 50 anni fa.
Il colto Ingegnere, Luciano De Crescenzo, invece, affermava che il napoletano è politeista non solo
cristiano monoteista e quando invoca l’onnipresente invoca”tutti i santi” oppure la Madonna, direi
di derivazione sia dalla cultura religiosa romana che longobarda come ho scritto per il culto della
Madonna al Castello di Letino. Sull’alto Matese la religiosità è cambiata più lentamente perché
l’ambiente geostorico è più isolato e dunque con meno apporti del nuovo rispetto alle comunità
civili, anche più grandi, viventi in periferia del massiccio montuoso. La religiosità è nell’Homo
sapiens da almeno mezzo milione di anni. Nel neolitico essa si modifica e si elabora molto anche
per il sorgere delle città, circa 12 mila anni fa, e l’addomesticamento degli altri animali. Con
l’illuminismo del 1700 essa trova non pochi oppositori fino ad arrivare al secolo successivo con il
filosofo C. Marx che la vede oppio dei popoli. Tutto lo scibile sembra nascere dai filosofi sia il male
che il bene non sempre ben distinti. La filosofia è come una selva oscura dalla quale solo quelli
bravi ne sanno uscire ed entrare. Trovare buoni filosofi è difficile, più facile è trovare persone di
saperi diversi e scientifici in modo speciale. L’iniziazione cristiana è l'insieme della formazione, dei
riti e dei sacramenti che si celebrano per diventare cristiani. Per l’Antropologia l'iniziazione
cristiana rientra nei riti d’iniziazione conosciuti in tutte le culture e religioni. Il termine “iniziazione
cristiana” deve la sua diffusione in modo particolare a Louis Duchesne che, nel 1889, dedica un
capitolo alla iniziazione cristiana in un'opera che fu pioniera in questo campo. «Per mezzo dei
sacramenti dell’iniziazione cristiana, gli uomini, uniti con Cristo nella sua morte, nella sua sepoltura
e risurrezione, vengono liberati dal potere delle tenebre, ricevono lo Spirito di adozione a figli e
celebrano, con tutto il popolo di Dio, il memoriale della morte e risurrezione del Signore (Ad
Gentes 14). Nel secolo XX il tema iniziazione ha conosciuto un crescente interesse di studi
antropologici, storici, teologici, liturgici e pastorali. Lo scrivente restò, in parte, sorpreso, circa 6
anni fa a Padova, quando il gentile ma deciso prete ci invitò a uscire dalla chiesa e nel rientrare, con
la nipotina da battezzare, chiedere alla comunità presente di esservi ammessi. Mi sembrò un tuffo
nel passato bimillenario dei cristiani. Per sviluppare il tema dell’iniziazione religiosa nel Sannio
matesino, partirei con il rilevare che è molto interessante sapere la radice storica bojanese della
benedizione dell’acqua in agosto, alla sorgente bifernina di Santa Maria dei Rivoli, a Bojano, dove
in precedenza c’era il tempio romano dedicato a Venere. Studiare la Storia naturale e sociale
richiede una passione soprattutto per esaminare il frequente confine misterioso del tempo della
scintilla della nascente ragione, che separava l’uomo dalla stregua degli animali, soprattutto tra i
Primati. L’attualità religiosa non deve essere esaminata solo attraverso la bibliografia storicistica,
spesso superficiale, degli storici di professione e del sottobosco degli imitatori-pure sacrati- ma
anche da altri saperi compresi quelli delle scienze naturali. Solo così anche il religioso attuale
assume i contorni del dubbio che sono tipici della ragione mentre le certezze infondono non le
verità ma il fanatismo, che nel Medioevo portava spesso al rogo di donne streghe e di eretici (come
il colto il nolano, fra Giordano Bruno, che insegnò all’Università di Padova 3 secoli dopo Pietro
d’Abano, accusato d’eresia e bruciate le ossa dopo morto). Non proprio a caso lo scrivente ha
rappresentato per due volte, al Ver Sacrum di Bojano, il ruolo di Sacerdote Sannita. La prima volta
per chiedere auspici, dalle viscere di un agnello sacrificale, alle divinità Sannite dove ubicare
Bojano nell VIII sec,. a C.. La seconda per ammogliare 20 guerrieri Sanniti distintisi in battaglia e
dopo pregare coralmente alzando le braccia al vicino Matese la Dea locale, propiziatrice di fertilità
e d’acqua per le secche pianure matesine estive. La presenza dell’uomo intorno al sistema dei monti
del Matese è attestata fin dal paleolitico inferiore come la paleosuperficie “La Pineta” d’Isernia di
oltre 730mila anni fa con la più recente scoperta del dentino umano. L’epoca neolitica è
testimoniata da pugnali di selce bruna rinvenuti a Telese, Letino, ecc.. Da oltre 30 secoli l’uomo, di
certo, era anche presente vicino alla confluenza del Volturno col Calore, dove fu ubicata l’antica
Telese, che cambia posto, almeno tre volte, sia pure di poche centinaia di metri. La Telese romana
aveva 5 vie affluenti: l’Alife- Venafro a sinistra del Volturno, da Caiazzo e da Compulteria (forse
Alvignano ) a destra del Volturno, da Benevento e dall’Appia a Galatia (Maddaloni). Telese
possedeva lunghe mura, alte 7 metri, massicce 1,8 m con 5 porte. Da Telese e da Bojano partì, nel
321 a. C., l’esercito Sannita che umiliò le due legioni romane alle Forche Caudine poste
nell’anfiteatro carsico di Cusano Mutri come descrive, minuziosamente l’ambiente, Tito Livio.
Telese a differenza di Alife resistette alle lusinghe di Annibale nel 225 a. C.. Roma premiò Telese
con il rango di urbs foederata, città alleata di Roma e la costruzione delle mura possenti ed una
colonia di veterani augustei. A Telese c’era il culto di Ercole e l’ordo splendidissimus
Telesinorrum, la splendidà nobiltà telesina insieme al benestante e decoroso popolo honestissimus
populos Telesinorum. Tra le personalità illustri di Telese si ricordano: i Pontii, i Ponzi, fra cui
Erennio, padre di Ponzio, quello che umilia i Romani alle Forche Caudine, Pontio telesino morto
nell’82 a.C. uno dei capi della guerra sociale cioè dei socii, gli italici confederati che volevano la
parità dei diritti con Roma con 40 mila Sanniti in armi arrivò a Roma, a porta Collina sulla Salaria,
ma affrontato da Silla venne ucciso in battaglia e decapitato. Infine sempre della gens Pontii era
Ponzio Pilato procuratore imperiale in Giudea, coinvolto poco dignitosamente nella condanna di
Gesù, senza trovare colpa nell’accusato. Ponzio Pilato era un uomo colto e apostrofò Gesù così:“Tu
dici di essere la verità? Quale verità, la tua?”. Nel 1995 il presidente di commissione, prof. di storia
e filosofia trevigiano, all’esame di maturità scientifica al liceo cittadino “Ippolito Nievo” di Padova,
positivamente sorpreso, esclamò entusiasta di fronte alla bravura di un candidato preparato: “che
piacere sentire parlare di Storia questo giovane studente che non è stato facile vittima dell’immensa
cultura cattolica che ha oscurato quella precedente soprattutto romana e politeista”. Come non
dargli ragione, soprattutto in Italia dove il servilismo gattopardesco non è basso anche verso lo stato
del Vaticano, che se non controllato dall’esterno, ci porterebbe di sicuro molto indietro, forse a
prima della rivoluzione francese con monarchi asserviti al potere papale. Tra i grandi rivoluzionari
del passato Robespierre fu convinto assertore che il popolo ha bisogno di religiosità, mentre la
borghesia produce l’ateismo. Altri hanno detto che la rivoluzione francese fu borghese e quella
russa o bolscevica fu popolare. Ma a parte la palestra pluralista delle idee c’è da precisare che da
quasi 20 secoli la cultura cattolica si è imposta sulla precedente politeista di Roma caput mundi.
L’Europa, sia pure in modo meno evidente, ha però ancora molti segni delle culture religiose
precedenti quella rappresentata dallo Stato del Vaticano, che non fa capo ai circa 400 milioni di
Ortodossi sparsi nell’Europa orientale ed Africa nordorientale che sono acefali e prendono direttive
dal patriarca nazionale o di Costantinopoli, dove si verificò il noto scisma che comportò il
rivoluzionari papa che decise il celibato dei preti cattolici. Attualmente il papa, da Roma, coordina,
da monarca assoluto, oltre 450 mila sacerdoti e 5.500 vescovi sparsi sul pianeta Terra tra 1,6
miliardi di cattolici, 1,4 d islamici, 1 di induisti, ecc. su 7 miliardi e passa di individui della nostra
specie biologica e culturale “Homo sapiens”, che ha la culturale responsabilità di specie e nella
scienza il principio di precauzione sperimentale. A Venafro come a Bojano ed Alife, Roma antica
promosse sacerdoti di vari culti, molto attivi gli Augustali. Durante i secoli dell’epoca romana molti
percorrevano il cursus honorem e alcuni importanti provenivano anche da cittadine intorno al
Matese nativo. A Caiazzo ad esempio Servilio Aprile fu Questore della sacra pecunia alimentaria,
costruttore del tempio di Venere, patrono di Caiatia a Roma mentre Quinto Gavio fu tribuno
dell’VIII Legione Augusta nella Germania inferiore e infine G. Gavio Tarquinio Questore della
Gallia Narbonense. Di Caiatia si conservano non molti resti, ma numerose pietre sepolcrali. Alcune
di queste lapidi sono di carattere onorario e vi portano impressi i nomi della casa imperiale Giulia
probabilmente perché la città ottenne benefici o concessioni dagli imperatori di questa famiglia Di
Caiatia sono note monete emesse tra il 268 a.C. circa e la II guerra punica. Le monete recano al
dritto la testa di Minerva un elmo corinzio ornato da un lungo pennacchio. Al rovescio è raffigurato
un gallo, volto a destra. Davanti al gallo c'è la legenda con l'etnico (CAIATINO). Dietro una stella a 8
raggi. La città subì gravissime distruzioni ad opera di Vandali, Goti e Saraceni. Con i Longobardi
divenne sede di un gastaldato e, quando Capua venne eretta a principato, Caiazzo fu elevata a
contea. Primo conte longobardo di Caiazzo fu il nobile Arialdo. Nel IX secolo, durante il loro
dominio, fu edificato il castello e successivamente, nel X secolo, è attestata come sede vescovile. I
confini della contea intorno al 966 coincidevano con quelli della diocesi come emerge da una
pergamena dell'Archivio vescovile ove si legge che il territorio della chiesa caiatina coincideva toto
ipse comitato Caiatie. Con i Normannni il primo conte fu Rainulfo II, signore di Alife e Caiazzo. Ai
Normanni a Caiazzo subentrarono gli Svevi e nel 1229 la cittadina ricevette la visita di Federico II e
Pier delle Vigna, logoteta dell'imperatore, che fondò in Caiazzo una delle tre Corti dei Conti del
Regno. Con la sconfitta degli Svevi la Città venne ceduta da Carlo I alla famiglia dei Glignette per
160 once d'oro. Dei monasteri a Caiazzo mi segnalava quello delle Clarisse lo Scriptorum loci,
Pasquale Cervo, morto nel 2009 ed autore di saggi anche localistici. Alife, invece, aveva già prima
di Roma coniato moneta con il diadramma d’argento del IV sec a. C.. Poi dopo la guerra sociale, fu
colonizzata dai veterani di Silla, poi da altri coloni ed infine iscritta alla tribù Teretina. Dopo il
sisma del 369 furono ricostruite le mura in opus reticulatum con le 4 porte in opus quadratum e per
irrigare i campi pianeggianti fu costruito sia il nuovo corso del Torano che l’acquedotto anche per le
ville e case signorili della gens Aedia, oltre che anfiteatro, criptoportico, terme, teatro e tutte le
cariche amministrative municipali. A Venafro il culto locale ufficiale era per la buona dea del cielo,
il cui tempio, mutata religione, divenne cattedrale. La dea, culto locale, era servita da un collegio di
sacerdoti Collegium Cultorum Bonae Deae Coelestis. Augusto le consacrò tutte le vette dei monti
circostanti. Adorato era pure Giove celeste. Culti familiari erano quelli per Nèmesi e per Silvano.
Gli Augustali, come in tutto l’Impero, funzionavano pure a Venafro, Colonia Julia Augustea
Venefrana, una delle 28 dedotte, era amata dall’imperatore che vi venne in visita e fece costruire
l’anfiteatro, l’acquedotto lungo 25 km dalle sorgenti del Volturno, le terme e un ampio foro per tutte
le molte magistrature. Uomini illustri venafrani sono: Sesto Aulieno, tribuno militare, ammiraglio
prefectus classis e comandante di armati alla leggera e dell’accampamento imperiale; L. Ovinio
Rufo tribuno militare e legato della XIII legione Gemina in Pannonia superiore, Ungheria e Alba
Iulia in Transilvania (dove ho avuto modo di immaginare il quasi mio conterraneo anche sugli
scranni dell’anfiteatro di Sarmizegetusa Ulpia Traiana, capitale romana della Dacia dopo il 106
d.C.); M. Munazio patrono di Augusto; Sesto Pulferio prefetto della IV coorte di Galli a cavallo, poi
tribuno dei militi della coorte Vindèlica (Baviera), prefetto della schiera e poi patrono a Roma della
colonia Giulia, flamine di Traiano. Molti edifici romani a Venafro non si vedono più, ma si ha
ricordo del teatro di forme greche, col diametro dalla cavea di m. 50, un anfiteatro capace di 18 mila
spettatori (l’ellisse è di 75 x 55 metri) e l’acquedotto superbo. Pare che la prima biblioteca
venafrana sia stata quella del Seminario seguita da quella dei Carmelitani del 1702. Da ricordare la
chiesa di san Nicandro del IX sec. ma già esistente dal 300 eretta dai Basiliani e dal 137 affidata ai
Cappuccini. Essa onora Nicandro, Marciano e Doria, patroni di Venafro e delle diocesi unite con
Isernia dal 1822. Secondo gli storici i Nicandro e Marciano erano arruolati nella XI legione Claudia
in Mesia (Bulgaria)-la stessa stanziatasi poi a Bojano- scoperti come cristiani furono processati e
decapitati nel 302-303. Daria la moglie di Nicandro segui il marito nella morte. Il Vescovo a
Venafro esisteva già dal IV sec. ma il primo fu Costantino, vissuto nel 499. Verso il 1220 san
Francesco di Assisi passò per Venafro e sorse un convento. Venafro ha ospitato Basiliani,
Benedettini, Celestini, Carmelitani, Alcantarini, cavalieri Templari e di Rodi poi di Malta),
Cappuccini e Clarisse. Altra devozione con radici longobarde è stata quella venafrana per
l’Arcangelo Michele, comunque il popolo era organizzato in confraternite nel 1387 come quella dei
laici flagellanti. I cavalli reali dipinti nel castello venafrano sono dello stesso anonimo pittore che li
ha immortalati anche nel palazzo ducale dei Gonzaga di Mantova. A Piedimonte Matese, la
cittadina deriva dalla vicina Alife per eccidi e saccheggi dei Saraceni (876 quello documentato)
l’insediamento comincia con il rione fortificato più in alto, San Giovanni, poi alcune centinaia di
metri più in basso, infine, a forma stellare, a partire dal Municipio, di 174 m di quota, di piazza
Roma, con i raggi più popolati di Porto Vallata- Stazione Ferroviaria, Villa Comunale-Sepicciano-
San Potito e via Bonifica. L’abitato sannitico è sul monte Cila, fortificato nel VII sec a.C. e
abbandonato già due secoli dopo. Tito Livio descrive il luogo alto e fortificato sopra Alife dove
accampa Fabio Massimo che sorveglia Annibale nel 206 a.C. Con i Longobardi prima e Normanni
poi Piedimonte divenne baronia di 142 kmq dal Torano al Miletto, ex Esere con le ex frazioni di
San Gregorio, Castello e S. Potito fino all’arrivo nel 1550 dei nobili di Fondi, i Gaetani con Nicolò,
principe di Piedimonte nel 1730, nominato da Carlo VI Imperatore e Re di Napoli. Anche i Goti
lasciano tracce locali con la cappella di San Biagio con i dipinti del 1400 della Disputa dei Dottori,
Avviso alla Vergine, la Fuga in Egitto, Ingresso dell’Eden, Adamo ed Eva e l’abside di Santa Maria
Occorrevole di fine1300, sul monte Muto a quota 579 con i dipinti del Pantocràtor o Onnipotente
sostenuto da Angeli (a Padova, il Guariento, dipinse gli Angeli armati). Con bolla di Urbano VIII,
26.08.1645, i piedimontesi hanno onorato il patrono San Marcellino, sacerdote romano del terzo
sec. il cui martirio è del 2.06.304 sull’Aurelia, vicino Roma. Della diocesi d’Alife, con 44
parrocchie, il primo vescovo fu Claro presente al concilio romano indetto dal papa Simmaco nel
499. I nobili Normanni Drengot Quarrela conquistarono il territorio alifano e l'episcopato acquistò
notevole importanza. Nel 1131 Rainulfo, conte di Alife, Caiazzo e Sant’Agata dei Goti, chiese e
ottenne dall’antipapa Anacleto II le reliquie Di San Sisto I papa e martire, divenuto poi protettore
della città e della diocesi. A lui fu dedicata la cattedrale, che nel corso dei secoli ha subito numerose
ricostruzioni e attualmente è dedicata a Santa Maria Assunta. Il vescovo diocesano risiede a
Piedimonte d’Alife dal 1561 e nel 1600 vi è stato nominato pure un attivo vescovo veneto, De
Lazzara, che mise sugli attenti i Gaetani, nobili filoborbonici. In città vi sono le Benedettine, le
Canossiane (collegate con Caiazzo) i Francescani nel convento in alto dedicata a San Pasquale che
in passato aveva un frate anche a Bojano che cercava l’elemosina come i piedi di maiale appena
ammazzato a Natale. Famosa resta la frase popolare bojanese ”vai per un osso a Piedimonte” rivolta
ai pellegrini annuali di Bojano che andavano a piedi valicando il Matese a San Pasquale di
Piedimonte e riportata dal saggio di Michele Campanella “Bojano tra storia e cultura popolare”,
Tipolito Matese. La religiosità piedimontese e della diocesi, prima della cristianità è stata, in parte,
esaminata anche allo scrivente nei due saggi dedicati a Letino tra mito, storia e ricordi, Energie
Culturali Contemporanee Editrice, 2009 e “Piedimonte Matese e Letino tra Campania e Sannio”,
2011. Intorno alle città romane antiche il cattolicesimo si insediò subito dopo Costantino il Grande.
Sul Matese ed intorno ad esso l’iniziazione alla cultura e pratica religiosa avvenne a macchia di
leopardo, dapprima i centri del pedemontano poi, piano piano, i piccoli centri dell’Alto Matese
come Gallo Matese della diocesi d’Isernia e Letino della diocesi d’Alife-Caiazzo. Alife fu un centro
d’iniziazione e d’impianto del vescovo diocesano fin dagli albori della nuova religione monoteista,
che continua ancora oggi in tutta la diocesi sia pure con carenza di preti e monache, ma con il media
Clarus. Non poche sono le chiese dedicate alle madonne come Santa Caterina d’Alessandria di cui
si è già scritto. Altre sono in grotte insieme a San Michele Arcangelo come a Gioja S. e vicino
Morcone. Le poche risalgono a ricerche compiute dallo storico dell' "800 Giuseppe Mennone, che si
interessò della storia dell' antico Sannio. Secondo lo storico, i superstiti di una località chiamata
Ercolaneo distrutta all'epoca delle guerre Sannitiche, in cui vi era il Tempio di Ara Jani (dedicato a
Jano dei Latini, poi detto Giano dagli Italici), ritornarono nei luoghi di origine dando vita a nuovi
agglomerati abitativi sulle rovine del vecchio Tempio: chiamarono questi luoghi Rignano e un altro
poco distante Rignanello. Queste località erano situate in zone basse e malsane, per cui gli abitanti
si spostarono successivamente in zone più a monte, in zone collinari, che erano più salubri. In onore
del loro Dio Giano, queste nuove zone vennero chiamate Gioja, attualmente Gioia Sannitica, che in
antiche carte venivano indicate come Terra Jani ed in seguito Terra Jiojae. Si susseguirono diverse
invasioni di barbari, dai Longobardi ai Franchi fino ai Normanni. Con l'arrivo dei Normanni, Gioja
divenne una baronia. Interessante è la grotta dove si venera San Michele Arcangelo con
pellegrinaggi a Monte Sant’Angelo sul Gargano, dove lo scrivente ha osservato come nella grotta si
sia probabilmente verificato la fine dell’oracolo precedente ucciso con la spada del guerriero
longobardo. Il 25.06.2011 il Santuario di San Michele Arcangelo di Monte Sant'Angelo diventa, per
l’Unesco, Patrimonio Mondiale dell'Umanità con il circuito seriale The Longobardis in Italy, Places
of Power, 568-774 A.D., entrando a far parte della schiera dei più autorevoli Beni Culturali del
mondo e cioè nella World Heritage List. Nel territorio del Ducato di Benevento, comprendente il
Matese e Sannio, sorgeva il santuario di San Michele Arcangelo, fondato prima dell'arrivo dei
Longobardi ma da questi adottato come santuario nazionale a partire dal VII sec. Il complesso
testimonia il culto micaelico dei Longobardi. Il santuario divenne una delle principali mete di
pellegrinaggio della cristianità, tappa di una variante della Via Francigena che conduceva in Terra
Santa. Il Gargano è ricco di mitologia e di storia sacra ed è stato studiato da non pochi Antropologi
tra cui Anacleto Corrain dell’Università di Padova. Corrain, che ho conosciuto nella comune
Associazione di Ecologia Umana, era anche un sacrato, che ha misurato le ossa del Santo padovano,
Antonio, per attestarne la veridicità dopo 7,5 secoli dalla morte il 13 giugno 1231. Altri specialisti
poi, di area culturale forense e non specialistica dei domini scientifici affini, ne hanno trasfigurato la
rappresentazione del volto, venerato da milioni di pellegrini, ma una trasfigurazione non condivisa
dallo scrivente, che ha scritto e pubblicato il 24 maggio 2012:”Padova. Ammoniti fossili nel
pavimento della Basilica di Sant’Antonio”. Ma ritorniamo nel Sannio e precisamente nel santuario
isernino di S. Angelo in Grotte del 1200. La grotte è ricavata nella roccia, ove sgorga una sorgente
d’acqua benedetta. Le opere murarie della grotta sono state restaurate e ampliate nel 1890 con il
contributo degli emigrati in USA. Sul perimetro dell’antica parrocchia è stata ricostruita ex-novo
una chiesa ad una sola navata con annesso collegio adibita solo ed esclusivamente a colonia estiva.
Un noto studioso molisano scrive in merito:”Sant’Angelo in Grotte dove la tradizione popolare
vuole che il Principe degli Arcangeli addirittura avesse deciso di porre una sua residenza terrena. Il
popolo racconta che San Michele non voleva essere disturbato e così un giorno, quando i suoi fedeli
non portarono a termine la processione della sua statua per un improvviso nubifragio facendo rapido
ritorno alla grotta, egli si infilò in una fenditura della roccia e se ne volò verso il Gargano, in quel
monte che prese il suo nome. In questa grotta ho disegnato l’altare che oggi accoglie il simulacro
dell’Arcangelo nell’atto di sottomettere il ribelle Lucifero, seguendo le sollecitazioni del parroco
don Michele che è convinto, come me, che il Principe degli Arcangeli in quel luogo faccia spesso
ritorno, specialmente il giorno della sua festa, quando processionalmente i fedeli girano attorno alla
sua antica immagine”. Il primo autore che riportò usi e costumi religiosi di differenti popoli fu
Erodoto nella sua opera le Storie (Ἰστορἴαι Istoriai). Erodoto fu motivato sia dal relativismo
religioso sofistico, sia da un profondo interesse nei confronti delle culture "barbare". La . prima
definizione del termine "religione", ovvero del suo originario termine latino religio, la dobbiamo a
Cicerone il quale nel De inventione così la esprime: Religione tutto ciò che riguarda la cura e la
venerazione rivolti ad un essere superiore la cui natura definiamo divina”. In un ambito più aperto i
Romani accoglievano comunque tutti i riti che non contrastassero con il mos maiorum dei
tradizionali riti religiosi, ovvero con il costume degli antenati. Quando nuovi riti, e quindi novae
religiones, venivano a contrastare con il mos maiorum questi venivano proibiti: fu il caso, ad
esempio e di volta in volta, delle religioni ebraica, cristiana, manichea e dei riti bacchanalia.
Restando ai bordi del confine della religiosità popolare del Sannio e tra storia, mito e credenze
popolari, alcune notizie in merito, almeno per il versante settentrionale del Matese, si possono
trovare in P. Albino, Ricordi storici e monumentali del Sannio e della Frentania, Campobasso
1879; R. Antonini, «Italico», SE, 49, 1981; M. Buonocore, L’Abruzzo e il Molise in età romana tra
storia ed epigrafia, vol. I, L’Aquila 2002; G. De Benedittis, Bovianum ed il suo territorio: primi
appunti di topografia storica, 1978. Il principale municipio dei Pentri, Bojano, è attestato come
sede diocesana alla fine del V secolo. Secondo lo storico, monaco ed abate del 1600, Ferdinando
Ughelli, il primo vescovo di Bojano fu Lorenzo, che sottoscriverebbe il sinodo di Gelasio del 495.
Molto probabilmente è allo stesso Lorenzo che nel 496 papa Gelasio si era rivolto, invitandolo,
insieme al vescovo Costanzo di Venafro, a risolvere una questione inerente quest’ultima diocesi.
Così come accade per altri municipi della regione mancano attestazioni successive della dignità
episcopale almeno fino all’XI sec., come molto labili sono i segni della presenza cristiana nella
città. Fino a fine 1900 si conosceva una sola iscrizione funeraria frammentaria rinvenuta in via S.
Agostino, perduta ed oggi recuperata, di incerta cronologia (IV-Vsec.?):C(aio) Probiliano/ f(— )
q(ui) vixit m(enses) VIIII/et dies X, deposi/tus est d(ie) V (ante) k(alendas)/Mar(tias) (De Benedittis
1995). L’attuale cattedrale, dedicata a S. Bartolomeo, di forme moderne, si colloca nella zona
centrale della città; scavi condotti tra il 1996 ed il 1997 hanno portato alla scoperta sotto l’altare
maggiore, ad una profondità di circa 3.70 m, di due absidi che sono state messe in relazione con le
fasi più antiche dell’edificio; come unico elemento cronologico attualmente si può rilevare la
provenienza dal contesto di ceramiche datate tra IX e XVI secolo. Anche al di sotto del portale del
XV secolo si sono rinvenute strutture relative ad un precedente edificio. La mancanza di dati
cronologici certi per le strutture riportate alla luce non permette di stabilire se si tratti di un edificio
attribuibile all’età tardo antica e pertanto in relazione con le più antiche attestazioni della presenza
vescovile e al tempo stesso se si possa riconoscere in esse un primitivo edificio di culto. Il 29
giugno del 1927 per la bolla Ad rectum di papa Pio XI la cattedra, la residenza vescovile, il capitolo
della cattedrale ed il seminario diocesano furono definitivamente traslati da Bojano a Campobasso
dov’è, dal 2007, l’attivo (fustiga i politici spesso su problemi d’occupazione e di crisi aziendali
come quella avicola bojanese) arcivescovo trentino G. M. Bergantini, che coordina oltre 70 sacrati
uomini e 19 diaconi per 69 parrocchie con oltre 110 mila battezzati. Della diocesi di Bojano c’ è da
menzionare sia il bojanese arcivescovo Antonio Nuzzi, che volle la casa di riposo degli anziani
poveri che il colto (ha scritto vari saggi dei paesetti attorno a Bojano) don Angelo Spina, nativo
nella vicina Colle d’Anchise, prete a Bojano, poi vescovo e dal 2007 papa Benedetto XVI lo
nomina vescovo di Sulmona-Valva e nel 2017 papa Francesco lo nomina arcivescovo metropolita di
Ancona Ancona-Osimo. Per quanto riguarda i luoghi di culto del periodo romano, essi sono
accomunati a quelli di epoca sannitica dalla medesima scarsità di dati nonostante i notevoli
contributi dei seguenti studiosi bojanesi: M. Pettograsso, O. Muccilli e F. Tavone, quest’ultimo,
prof. di lettere nel vicentino, ricorda i monumenti trascurati dagli Amministratori della “sua”
Bojano. Alla fine del periodo repubblicano, Bojano, mostra una diminuzione della frequentazione
dei luoghi di culto sannitici; tale fenomeno non è tanto da mettere in relazione con le distruzioni
avvenute nel Sannio nell’80 a.C., ma piuttosto con la successiva creazione dei municipi, nei quali
vennero trasferiti tutti quei culti, in precedenza diffusi nel territorio, che costituivano un punto di
riferimento per l’intera comunità. Solo 2 luoghi di culto, per ora, sono in area urbana, grazie al
rinvenimento di 2 testi epigrafici, entrambi purtroppo in seconda giacitura, cioè una dedica a Venus,
murata all’esterno della chiesa di S. Maria dei Rivoli (Venus Caelestis Augusta) ed una a Silvanus (
Silvanus). È dichiarata la provenienza da Bojano di un bronzetto di epoca imperiale rappresentante
Mercurio, con il petaso e la clamide posata sulla spalla e ripresa e arrotolata attorno al braccio. Per
quanto riguarda il territorio, una ripresa della frequentazione dei luoghi di culto extraurbani,
esistenti in epoca sannitica, è documentata in età imperiale, tra I e III sec.d.C., senza però che si
torni al livello della fase sannitica: mancano infatti nuovi interventi edilizi ed anche i doni votivi
presentano caratteristiche di estrema semplicità. La frequentazione nella maggior parte dei templi
sembra terminare tra III e IV sec. d.C., forse in relazione al sisma del 346. Anche la frequentazione
del santuario di Campochiaro (mostratomi ultimamente da soci del circolo Ragno di Bojano ed in
particolare da A. G. Del Pinto appassionato cultore archeologico e di storia del Sannio) si protrae
per qualche tempo in epoca imperiale: in questo momento, accanto al culto di Ercole che continua
ad essere attestato, compaiono culti a carattere misterico, come quello di Sabazio. Sono stati riferiti
alla sfera religiosa i resti presenti in località S. Maria di Monteverde, nel comune di Vinchiaturo,
dove è stato individuato un frammento di iscrizione romana, un frammento di busto di statua togata
e alcune pietre lavorate, tra cui un fregio dorico e un blocco angolare con una raffigurazione umana
con una clava su un lato e un disco sull’altro, probabilmente Ercole. Appare tuttavia verosimile che
si tratti di materiale funerario. Difficilmente collocabile è infine il boccale miniaturistico in bronzo
di epoca romana trovato nel territorio di Guardiaregia; le sue ridotte dimensioni ne limitano la
funzionalità e rimandano quindi ad una destinazione simbolica. Per questo oggetto è stata avanzata
anche un’interpretazione come unità di misura, mentre è certa la pietra dei Briganti guardiense di
fronte al lavatoio pubblico. Per i sacrati o sacerdoti e le cariche religiose bojanesi, quelle attestate
epigraficamente vicino al municipio sono limitate. Una prima iscrizione funeraria, datata alla metà
del I sec. a. C. e oggi irreperibile, documenta la presenza di una sacerdotessa di Venere: Helviae/
Mesi f./sacerdot(i) Vener(is)/ filiei de suo. Non è possibile definire meglio le caratteristiche del
luogo di culto in cui Helvia svolgeva le sue funzioni, che potrebbe forse identificarsi con quello
indicato nella scheda Bojano, ubicazione incerta, Venus Caelestis Augusta. Esistono inoltre 2
epigrafi che attestano la presenza nel territorio di Bojano degli Augustales, una delle quali è stata
individuata presso S. Polo M., in contrada Campone, probabilmente datata al Isec. d.C. Un’altra
epigrafe, anch’essa datata al I sec. d.C., oggi irreperibile, proveniente da Colle d’Anchise, menziona
un seviro augustale. È infine menzionato un sevir (augustalis) in un’epigrafe ora conservata nel
giardino alle spalle del Municipio, datata al I sec. d.C. Per le origini di Bojano la letteratura a cui
attingere non è poca né sempre chiara. Le testimonianze più antiche legate alla presenza umana in
questo territorio si riferiscono alla prima età del ferro e sono relative a cuspidi di lancia in bronzo
rinvenute presso Bojano. Dati legati ad una occupazione stabile vanno invece messi in relazione al
rinvenimento di una complessa area di sepolture emersa al confine tra i comuni di Campochiaro e di
S.Polo M. La necropoli, non distante dal tratturo, presenta tombe databili al IV sec. a.C., mentre
nella porzione a sud, sconvolta in epoca moderna, è stato rinvenuto materiale archeologico
sporadico, anch’esso pertinente alla necropoli, che testimonierebbe una occupazione già a partire
dal VI sec. a. C.. Le fonti, in particolare il patavino Tito Livio, ci informano che fu la capitale dei
Sanniti Pentri (Liv.9, 31, 4) con il nome di Bovaianom, nome noto grazie a un’iscrizione rinvenuta
a Pietrabbondante e qui dovevano avere sede il Meddis tùvtiks, sommo. L’origine del nome
dovrebbe essere legata alla presenza di un mercato specializzato di buoi, sviluppatosi per la
presenza del tratturo, così come viene generalmente messo in relazione con i recinti del bestiame
(saepta) il nome della vicina Saepinum, l’attuale Altilia nel territorio di Sepino. Non si contrappone
a questa l’ipotesi di un valore sacro da attribuire al nome, in riferimento al bue dalla primavera
sacra dei Sabini. L’insediamento, in virtù dell’importanza che doveva avere, fu coinvolto varie volte
nelle guerre sannitiche; la prima citazione risale al 313 a.C., quando T. Livio informa che l’esercito
romano si sarebbe stabilito nel Sannio per espugnare Bovaianom. Compare ancora nel 311 a. C.
(Liv. 9, 31, 4), in occasione di una discussa conquista subita ad opera dei Romani. Livio
successivamente riferisce di due nuovi assalti portati al centro: nel 305 a.C. (Liv. 9, 44, 5-15),
episodio di cui parla anche Diodoro Siculo (90, 20, 4). Proprio in seguito alla presa di Bovaianom
del 305 a.C. fu dedicata a Roma, sul Campidoglio, una statua di Ercole col bottino proveniente dal
santuario di Campochiaro (Liv. 9, 44, 16). Anche la campagna del 293 a.C. raggiunge il territorio di
Bovaianom: infatti, verso la fine della campagna stessa, i Sanniti, che avevano trovato rifugio nella
capitale dopo la sconfitta di Aquilonia, si scontrarono con i Romani ad Herculaneum (Liv. 45,10,
10), cioè nella zona del santuario di Ercole, riuscendo vincitori. Dell’insediamento di epoca
sannitica non si conoscono molti dati; l’abitato doveva svilupparsi tra l’area della Civita Superiore,
posta a 756m s.l.m. e la parte pianeggiante, dove poi sorgerà il nucleo centrale della città romana,
posto a circa 485 m di quota. La porzione più elevata doveva costituire l’arx, anche se la
costruzione del castello Pandone ne ha cancellato le tracce; in quest’area è comunque emerso
materiale che documenterebbe una continuità di vita tra il IV e il I sec. a. C.. In questa fase l’arx,
come risulta da testimonianze ottocentesche, doveva essere delimitata da un circuito murario in
opera poligonale. Una seconda postazione fortificata a difesa dell’insediamento doveva sorgere sul
Monte Crocella, a m.1040 di quota; qui è infatti presente una cinta in opera poligonale con un
perimetro di circa 110 m e un’area di poco meno di 900 mq, con una cisterna che ha restituito
materiale datato tra la fine del III sec. a.C. È stata ipotizzata la presenza di strutture analoghe anche
nella zona pianeggiante, dove, in effetti, sono emerse murature in opera poligonale che dovevano
raggiungere e inglobare una parte dell’area posta a ridosso del pendio. Questa zona, così come il
resto dell’abitato, doveva adattarsi all’orografia del terreno probabilmente attraverso una serie di
terrazzamenti che permettevano di sfruttare a pieno la superficie intramuranea. Tale sistema
insediativo rimarrà probabilmente in uso fino alla piena romanizzazione, che si compirà solamente
nel periodo della municipalizzazione cesariana. Agli inizi del III sec. a.C. questa porzione del
Sannio venne colpita da un disastroso terremoto che interessò un’area già fortemente sconvolta
dalle guerre sannitiche. Non ci sono in realtà tracce dirette del sisma all’interno dell’abitato, ma i
pesanti danni subiti dal vicino santuario di Campochiaro fanno ipotizzare forti ripercussioni anche
in questo centro. Bovaianom viene menzionata nuovamente in occasione delle operazioni militari
contro Annibale del 217 a.C., quando riuscì ad armare contro i cartaginesi un notevole contingente
al comando di Numerio Decizio (Liv. 61, 24, 22, 11-14); successivamente, nel 212 a.C., i Romani
stabilirono i loro accampamenti proprio nei pressi di Bovaianom. Episodio fondamentale nella
storia dell’insediamento è la distruzione operata da Silla a seguito della guerra sociale, evento che
interrompe l’alterno sviluppo di epoca sannitica e getta le basi per la definitiva romanizzazione;
Bovaianom nell’89 a.C. venne infatti presa da Silla e riconquistata nell’88 a. C. da Poppedio Silone.
In seguito a questi avvenimenti l’insediamento dovette subire una sensibile crisi demografica. Le
principali informazioni su questa fase vengono da Appiano, che descrive il sistema difensivo della
città, formato da 3 rocche, di cui 2 dovrebbero essere quelle di Civita Superiore e di Monte
Crocella. La città è ricordata anche da Cicerone (66 a.C.) che ne loda gli homines amplissimi
nobilissimique. L’inserimento del Sannio Pentro nell’amministrazione romana, dopo la guerra
sociale, causò una forte e rapida trasformazione anche dell’organizzazione territoriale. Vennero
infatti istituiti i municipi che, in parte, portarono all’aggregazione delle comunità diffuse nell’area
secondo le modalità insediative sannitiche, ma ogni volta che fu possibile, si stabilirono nei centri
maggiori già esistenti. Tra questi fu anche Bovianum. Il primo documento che attesta per Bovianum
uno statuto municipale può essere datato tra il 48 e il 46 a.C.; un’altra testimonianza importante ci
informa che tra il 44 e il 27a.C. ad opera di Ottaviano, vennero fatte assegnazioni di terre e quindi,
ex lege Iulia, fu dedotta la colonia di Bovianum (Liber Coloniarum, L. 231, 259), i cui abitanti
furono ascritti alla tribù Voltinia, come sembrerebbero testimoniare le numerose epigrafi rinvenute.
Fu municipio duovirale e i magistrati, come si evince dalle epigrafi, furono duoviri iure dicundo e
quinquennali. Quattro iscrizioni testimoniano anche la presenza di aediles. Successivamente, tra il
73 e il 75 d.C., la città fu oggetto di una rifondazione coloniale vespasianea, in conseguenza della
quale prese l’appellativo di Undecumana (colonia Bovianum Undecumana) per le assegnazioni fatte
ai veterani della legio XI Claudia. A seguito di tale deduzione, quella voluta da Ottaviano venne
distinta con il termine Vetus, al quale, adesso, si dovette aggiungere il nuovo nome che tuttavia non
è documentato epigraficamente. Si ritiene che sia comparso nella titolatura della colonia solamente
nei documenti ufficiali di età flavia; per tale ragione Plinio, che doveva avere accesso a tali
documenti, ne era venuto a conoscenza e poté citare la doppia titolatura della città. Tale
ricostruzione dello sviluppo dell’assetto amministrativo di Bovianum è stata definitivamente chiarita
da A. La Regina (1966), che ha dimostrato insostenibili le posizioni della storiografia ottocentesca
e, in particolare, quelle del Mommsen, il quale riconduceva le diverse titolature della colonia a 2 siti
distinti, attribuendo la denominazione di Bovianum Vetus al santuario di Pietrabbondante. Al
tedesco T. Mommsen hanno attinto la verità una schiera di professori e studiosi tra cui A. di Iorio,
M. Malatesta e gli attuali scrittori del territorio isernino. Di verità diversa e cioè che era l’attuale
Bojano la capitale dei Pentri era il prof. canadese E. T. Salmon nonché gli attuali studiosi del
territorio campobassano, e, dell’altro versante matesino, Dante B. Marocco, lo scrivente, ecc..
Keppie (1983) ipotizza la presenza contemporanea di 2 comunità munite di statuto diverso, il
Municipium del 48-46 a.C. e i veterani della legio XI stanziati qui –secondo l’autore– da Cesare.
Nel periodo imperiale la città viene menzionata più volte dalle fonti, oltre che nel citato passo di
Plinio e nel Liber Coloniarum, compare in Giulio Ossequente, Strabone (5, 4, 11) e Tolomeo (3, 1,
58), senza però che questi autori forniscano informazioni aggiuntive. Ulteriori notizie per l’epoca
tarda provengono dalla Tabula Peutingeriana −che sembra indicare due strade in direzione di
Sepino e Larino, e dagli altri Itinerari. L’assetto dell’insediamento sannitico, ubicato in posizione
strategica in prossimità del tratturo Pescasseroli-Candela, subì varie modifiche in occasione della
deduzione militare del I sec. d.C.; in particolare, il percorso del tratturo venne avvicinato alla città e
collegato alla viabilità urbana, divenendone il decumano e accrescendo dunque l’importanza di
Bovianum. La città si dovette sensibilmente ampliare rispetto alla fase sannitica, preferendo lo
sviluppo nella zona pianeggiante, secondo lo schema ortogonale imposto da Roma, più comodo e
sicuro ugualmente. Non ci sono molte informazioni neanche per questo periodo. Dalla lettura
urbanistica sembra ricostruibile uno schema molto simile a quello di Venafro, con isolati quadrati di
circa 60 m per lato, di cui sono riconoscibili almeno 4 assi, orientati nord-est/sud-ovest, ma ve ne
dovevano essere almeno 7 che si disponevano, adattandosi alla particolare orografia, dalle pendici
del Matese, presso la chiesa di S. Michele Arcangelo a quota 549 m. Gli assi ortogonali erano 9,
posti tra la chiesa del Purgatorio e quella di S. Biase. Questi dovrebbero essere i limiti della città
romana, che sembrano confermati dalla presenza di 2 necropoli, poste in prossimità del tratturo
Pescasseroli-Candela; la prima è tra via S. Giovanni e via S. Bartolomeo, mentre la seconda è in
località Valcaturo. Più complessa è l’individuazione del Foro, che generalmente si ritiene posto in
corrispondenza della Cattedrale, in Largo Duomo. Il rinvenimento di un lungo tratto stradale
relativo alla fase romana riportato alla luce oltre i limiti delle mura sannitiche, insieme a tracce che
farebbero ipotizzare l’esistenza di edifici, sia pubblici che privati, posti sempre oltre il limite
dell’insediamento sannitico, confermerebbero però un’estensione dell’abitato al di là di Corso dei
Pentri e del torrente Calderari, dove è stato scavato l’ampio tratto basolato legato alla viabilità
romana del municipio. In considerazione di questo e per via dell’ulteriore rinvenimento di 2
epigrafi, di materiale archeologico di varia natura e delle colonne trovate in via Colonno, la
presenza del Foro è stata ipotizzata in quest’area, parallela quindi al torrente Calderari e a via
Cavadini. Tale espansione oltre i limiti urbani ritenuti certi, corrispondenti alle ipotizzate mura
sannitiche, potrebbe essere collegata alla nuova deduzione di epoca Flavia, che va dunque
inquadrata in un piano più ampio di divisioni agrarie in zone ancora in parte libere e quindi
sfruttabili dal potere centrale per le assegnazioni ai veterani. La città doveva avere 3 porte urbiche:
2 si aprivano in direzione degli importanti centri di Saepinum e Aesernia (Isernia), e 1 si doveva
aprire verso Larinum (Larino). Le porte erano in relazione alla viabilità esterna, costituita
principalmente dalla via Minucia, che collegava Aesernia con Beneventum (Benevento),
attraversando Bovianum e Saepinum e seguendo la direttrice del tratturo. Doveva inoltre essere
presente una strada che, probabilmente lungo il corso del Biferno, conduceva a Larino e alla costa
adriatica. Non si hanno dati certi sulla presenza delle strutture per spettacolo tipiche del mondo
romano. Possono far ipotizzare l’esistenza di un anfiteatro due epigrafi che attestano,
rispettivamente, lo svolgimento di munera gladiatori e l’attività di un munerarius, oltre a una
dubbia notizia riportata da Pasquale Albino. Ancora più sfuggenti sono i dati che potrebbero
riferirsi ad un teatro, limitati ad un ritrovamento di elementi architettonici effettuato alla fine del
XIX secolo presso la chiesa di S. Maria dei Rivoli, a sud-ovest della città. Alcuni interventi
dovettero interessare Bovianum in epoca tarda, anche se dobbiamo immaginare che l’assetto del
municipio romano sia rimasto l’elemento guida per tutta l’antichità. È possibile che, in conseguenza
del sisma del 346 d.C., all’interno della città, che dopo Diocleziano era stata inserita nel distretto del
Sannio, sia stato ricostruito il secretarium, probabilmente danneggiato dal terremoto, ad opera di
Arruntius Atticus in qualità di patrono di Bovianum e Saepinum, per le iniziative del rector
provinciae Samnii Fabius Maximus della metà del IV sec. d.C. I probabili danni causati dal sisma
andarono a colpire una realtà già sicuramente ridimensionata. Nel territorio intorno alla città sono
conservate le tracce di due differenti criteri di divisione agraria, corrispondenti a due momenti
storici ben distinti. A nord di Bovianum infatti sembra documentata una scamnatio primitiva,
rimasta in vita per tutto il II sec.a.C. e sostituita dalla nuova pianificazione augustea di 16 actus che,
rispettandone l’orientamento, sembra svilupparsi a partire da un asse centrale che si genera dalla
città antica, proprio come a Venafro. I limiti del municipio romano di Bovianum dovevano essere
compresi tra il massiccio del Matese e i limitrofi municipi di Fagifulae (S. Maria a Faifoli, nel
territorio di Montagano), Aesernia e Saepinum. Esistono, purtroppo, ancora notevoli difficoltà
nell’individuazione puntuale dei confini territoriali di competenza amministrativa delle singole città
in questa porzione del Sannio e più in generale nella IV regio. I limiti di Bovianum non dovevano
comunque essere molto ampi e furono certamente condizionati dall’orografia della regione. Vanno
in massima parte identificati a sud-ovest col Matese, sulle cui pendici è adagiata la città, e a nord-
ovest col passo di Castelpetroso, distante all’incirca 14 km. Per quanto riguarda il confine con
Allifae, non si può escludere che questo, anche in età romana, potesse collocarsi alquanto a sud,
comprendendo almeno la conca del lago del Matese o addirittura raggiungendo la linea delle
fortificazioni del Cila e di Castello del Matese, come i recenti ritrovamenti di Capo di Campo hanno
dimostrato per l’epoca sannitica: mancano tuttavia elementi per definire tale questione. Dall’epoca
Normanna il lago Matese è appartenuto alla grossa Terra di Piedimonte Matese, esteso ben 142kmq,
oggi ridotti di molto perché la conca del lago Matese è di San Gregorio Matese. Più tenue risulta la
demarcazione degli altri due limiti; quello sud-orientale dovrebbe corrispondere alla sella di
Vinchiaturo, distante circa 10 km (l’attuale territorio comunale di Vinchiaturo andrebbe diviso, tra i
municipi di Bovianum e Saepinum: sarebbero da attribuire a quest’ultimo i territori dei comuni di S.
Giuliano del S. e Ferrazzano). L’andamento del fiume Biferno nella sua alta valle condizionò i
confini nord-orientali di Bovianum che dovevano includere anche l’area di Monte Vairano,
confinando col municipio di Fagifulae. Ancor più problematica è l’individuazione dei limiti nel
territorio occupato dai comuni di Frosolone, Casalciprano (inclusa dal Mommsen nel territorio
boianese) e la porzione meridionale del comune di Castropignano, che, ritenuti generalmente
appartenenti al municipio romano di Fagifulae, potrebbero invece costituire l’estremo limite nord-
orientale del territorio boianese. Anche Roccamandolfi modificò, a proprio vantaggio, il confine
con Letino alla vetta di Miletto. I confini comunque sono sempre stati politici e geografici, questi
ultimi sono basati sullo spartiacque come sui monti del Matese tra Campania e Molise.