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EDITORIALE. A proposito del Gay Pride a Pompei

(Paolo MESOLELLA) POMPEI (Na) Non avrei voluto scrivere del Gay Pride a Pompei, semplicemente perché non mi interessa l’argomento, ma come giornalista una capatina era giusto farla. Ebbene si, sono rimasto molto male. Non perché sia un cristiano militante ma perché non mi piace l’ostentazione, la provocazione, fine a se stessa. L’immagine sacrilega che ha dato, è l’ostentazione processionale dell’evangelario con la scritta “Dio è Gay”. Questa cosa, diciamoci la verità, la si poteva e la si doveva evitare. Il Santuario Pontificio (e sottolineo Pontificio) di Pompei, ospita ben altre processioni, ben più serie e rispettose di un luogo che, volendo o non volendo, sta a cuore di milioni di fedeli in tutto il mondo e conserva circa seimila ex voto. Portare in processione l’Evangelario è una chiara bestemmia a cielo aperto. E’ un episodio , a mio avviso più grave dei nudi di donne adulte e di giovanetti imberbi, perché offende Dio al quale si attribuisce la miseria umana del peccato. Marianna Zahir, tra i miei contatti, ha scritto “Sono omosessuale e disgustata dall’evento. Fare il gay pride a Pompei è vergognoso. Non è così che si ottengono i diritti, non è mancando di rispetto che si riceve rispetto. Credimi, bastava evitare quei miseri 150 metri per essere rispettati. Ma non c’è stato niente da fare”. Qualcuno, grazie a Dio, inizia a riflettere.